ATLANTIDE: In che misura Lei ritiene liberista la coalizione di cui fa parte? Quali sono invece gli elementi di statalismo?
ROBERTO FORMIGONI,
Presidente Regione Lombardia
Io ritengo che la Casa delle Libertà sia liberale, nel senso più nobile e, direi quasi, anglosassone del termine: al centro della concezione politica della coalizione di cui faccio parte c’è il rispetto per la persona e per la sua libertà, da cui anche la promozione delle “libertà concrete” attraverso le quali si sviluppa il protagonismo umano nella realtà. Noi vogliamo liberare le energie presenti nella società, vogliamo dare a ciascuno la possibilità di costruirsi la vita, di educare i propri figli, di fare impresa, di creare opere di carità, di sviluppare i propri talenti. Altra cosa è invece definirsi “liberisti”, intendendo con questo l’idea di uno Stato minimo, che lascia soli gli individui in balia dei flutti del mercato: certamente non posso essere d’accordo con questa visione, e come me la gran parte della coalizione di cui faccio parte. Non c’è infatti vero sviluppo senza solidarietà sociale, non c’è competitività senza un moderno sistema di welfare society. E meno che mai credo che la Casa delle Libertà debba definirsi liberista sul piano etico e morale. Esistono valori portanti che una democrazia deve riconoscere come propri fondamenti: il primato della persona umana, dal concepimento alla morte naturale; la centralità della famiglia come luogo naturale di sviluppo della personalità; il principio di sussidiarietà; l’intangibilità della vita. Su tutti questi temi la distanza tra i due poli mi pare molto forte. A differenza delle forze coalizzate attorno a Romano Prodi, tutti i partiti della Casa delle Libertà si riconoscono in questo programma di liberalismo popolare e sociale. Il differenziale ideologico non è così grande come quello che divide un liberale come Lamberto Dini da uno statalista come Fausto Bertinotti. È però plausibile che in alcune aree della nostra coalizione ci sia un’ampia discussione su quale sia il grado opportuno di partecipazione dello Stato, su quali debbano essere le sue aree di intervento, e quali quelle degli altri soggetti – istituzionali e non – all’interno della società. È una dialettica che può essere sana, che talvolta può sfociare in proposte che premiano o valorizzano l’intervento statale, ma che fondamentalmente non cessa mai di rifarsi ai principi liberali.
ATLANTIDE: In che misura Lei ritiene statalista la coalizione di cui fa parte? Quali sono invece gli elementi di liberismo?
FRANCESCO RUTELLI,
Presidente DL - Margherita
La coalizione politica di cui faccio parte è tutt’altro che statalista, e lo conferma il nostro programma. La priorità assoluta per l’Italia è la ripresa dello sviluppo, fare ripartire il Paese per restituirgli prospettive e benessere. Per riuscirci bisogna liberare i molti “talenti” d’Italia dagli ostacoli che li frenano: burocrazie eccessive, limiti alla concorrenza in settori protetti, freni alla crescita di iniziative economiche. Fare gli interessi del cittadino significa anche questo: realizzare le condizioni per una maggiore concorrenza e maggiori liberalizzazioni, così da contrastare le rendite monopolistiche e corporative, migliorare qualità e prezzi, specie nei servizi, promuovere nuovi investimenti e nuove iniziative. Qualche esempio? Vogliamo aprire l’accesso alle professioni che hanno troppe barriere, specie per i giovani; operare affinché ci sia più concorrenza in settori come le assicurazioni, i servizi bancari, il mercato dell’energia, che ora accollano ai cittadini e alle imprese costi al di fuori dagli standard europei; creare più concorrenza nei servizi pubblici locali, dai trasporti all’igiene urbana, e ridurre le strozzature della rete distributiva. Si tratta di misure in alcuni casi a costo zero, eppure capaci di liberare ricchezza e di generare così benessere. Siamo, però, consapevoli che vi sono beni pubblici che il mercato non produce e che pure sono essenziali per la vita e lo sviluppo del Paese, così come vi sono azioni di contesto – il supporto all’internazionalizzazione delle imprese o la diffusione dell’innovazione tecnologica – che devono assumere dimensione di sistema. In questi casi la responsabilità pubblica deve essere strategica, chiara e trasparente. Il mercato, se non ha regole certe, condivise e soprattutto rispettate da tutti, può produrre storture, a vantaggio dei più forti e senza scrupoli e a scapito dei più piccoli e degli onesti. La competizione selvaggia può arrecare danni ingenti all’intera collettività. È compito dello Stato creare le condizioni affinché ciò non avvenga e vigilare perché le regole siano osservate.
ATLANTIDE: Qual è la posizione della Sua coalizione nei confronti di una scuola solo statale? Quale la posizione sulla libertà di educazione?
FORMIGONI - La nostra coalizione è a favore di una scuola di qualità realmente plurale, mentre è contraria a qualsiasi tipo di monopolio dell’istruzione, da parte di chicchessia: nessuno ha mai propugnato una scuola solo privata o solo statale, poiché a noi interessa il bene dei nostri ragazzi, non di difendere posizioni ideologiche precostituite. Mi sembra invece che dall’altra parte non vi sia questa unitarietà di idee e di intenti sulla questione, e che a fronte di posizioni realmente massimaliste (come quelle della sinistra estrema) vi siano – per fortuna – significative diversità di vedute sull’argomento. Di conseguenza, la Casa delle Libertà è per una scuola che sia realmente pubblica, ossia aperta a tutti, che garantisca la libertà di scelta dell’educazione che i genitori vogliono offrire ai propri figli. La libertà di educazione è una caratteristica di ogni democrazia, poiché è attraverso tale libertà che, da una parte si realizza il sacrosanto diritto dei genitori di far educare i figli secondo le proprie convinzioni, dall’altra si pongono le basi per un reale pluralismo nella società italiana. La scuola paritaria non è una nicchia per alcuni, per i più ricchi, come scioccamente ripete la propaganda laicista, ma un fattore strutturale di crescita per tutto il sistema. Il tutto non solo «senza oneri per lo Stato» come richiede l’articolo 33 della Costituzione, ma permettendo un risparmio secco davvero considerevole. Un alunno nella scuola paritaria costa in media il 30% meno che nella scuola statale, il cui costo pro capite si aggira attorno ai 5000 euro l’anno. Se si introducesse addirittura un buono scuola totale (come accade nella laicissima e socialdemocratica Svezia) e per effetto di questo il 30% degli alunni passasse nella scuola non statale, il risparmio per lo Stato sarebbe, ai costi attuali, di almeno 4 miliardi di euro all’anno.
ATLANTIDE: Qual è la posizione della Sua coalizione sulla libertà di educazione? In che rapporto si pone nei confronti della scuola statale?
RUTELLI - Il tema dell’educazione è cruciale, perché è collegato a una questione davvero prioritaria, al di fuori da ogni retorica: assicurare un futuro ai nostri giovani, per avere domani un Paese ricco di possibilità di sviluppo, di qualità della vita civile e democratica, di pluralismo culturale, di possibilità di integrazione per i “nuovi cittadini”. In questa chiave riteniamo siano da superare antiche filosofie stataliste, lavorando su basi certe e condivise per un sistema scolastico formativo e creativo, ricco di autonomia, ma di profilo e validità nazionale. Opereremo, dunque, per favorire lo sviluppo di un sistema educativo “a più attori”, basato sulle autonomie, e sulle reti tra autonomie funzionali e autonomie locali; un sistema in cui siano assicurati il pluralismo culturale, la libertà di insegnamento, il coinvolgimento e il contributo anche dei soggetti privati e del privato sociale. La scuola statale ha il suo presupposto fondamentale nella cosiddetta legge di parità (n.62/2000, varata non a caso dai governi dell’Ulivo), la quale stabilisce che il sistema pubblico di istruzione in Italia è formato dalle scuole statali e da quelle paritarie, riconoscendo la natura pubblica delle scuole paritarie che rispondano a criteri precisi, verificati dalla Stato, circa l’offerta formativa e la sua organizzazione. È un esempio concreto di sussidiarietà e di moderna governance, in cui lo Stato esercita una funzione di indirizzo e di controllo, delegando a settori competenti della società la gestione di alcune funzioni. C’è dunque una posizione chiara a favore della parità scolastica, e abbiamo respinto nell’accordo di programma del centrosinistra qualsiasi proposta che la mettesse in discussione. Questo perché crediamo che vada salvaguardato il diritto dei genitori di scegliere il progetto educativo ritenuto più adatto ai propri figli, purché lo Stato garantisca il rispetto degli indirizzi generali e di standard uniformi sull’intero territorio nazionale. È una questione di libertà, di democrazia, di qualità del sistema: tutta la scuola è pubblica, e dev’essere una buona scuola pubblica.
ATLANTIDE: Qual è la posizione della Sua coalizione nei confronti di un sistema di welfare basato sul principio di uguaglianza? Come si pone per converso riguardo al principio della libertà di scelta del cittadino?
FORMIGONI - Uguaglianza e libera scelta non sono in opposizione, ma parti integranti di una moderna welfare society. In un sistema rigido come il vecchio welfare state, l’uguaglianza di condizioni è una semplice e astratta dichiarazione di intenti, che cede però di fronte ai costi sproporzionati che un simile sistema richiede. Al contrario, riconoscere al cittadino un’autentica libertà di scelta tra una pluralità di soggetti, pubblici o privati, permette a una platea molto più ampia di persone di poter accedere ai servizi essenziali, grazie al contenimento dei costi e all’aumento della qualità. La vera uguaglianza permette così a tutte le persone di avere le stesse opportunità. Il caso dell’educazione è in questo senso paradigmatico: mettere tutte le famiglie nelle condizioni di scegliere realmente dove mandare i propri figli significa permettere ai meno abbienti di studiare nelle scuole ritenute migliori, spingendo nel contempo la scuola statale a migliorare i propri standard di qualità. Al contrario, oggi le famiglie con meno mezzi sono costrette ad optare per la scuola statale, la cui qualità media non è sempre delle migliori. Lo stesso discorso si può fare per i servizi sociali, per la sanità, per il lavoro e la formazione professionale.
ATLANTIDE: Qual è la posizione della Sua coalizione su un sistema di welfare che lasci libertà di scelta ai cittadini? Come si pone la libertà di scelta nei confronti del principio di uguaglianza?
RUTELLI - Il primo presupposto di una moderna politica sociale deve essere di assicurare a ciascuna persona, indipendentemente dal suo status sociale ed economico, uguale valore e uguali opportunità, spezzando il circolo vizioso della disuguaglianza e dell’esclusione. Ciò detto, riteniamo che sia possibile coniugare libertà di scelta e uguaglianza di opportunità, sviluppo economico e coesione sociale. Si pensi, per esempio, alla questione davvero fondamentale della famiglia. La nostra meta è un welfare familiare e generazionale che promuova e armonizzi i diritti, le responsabilità e le opportunità dei diversi componenti della famiglia nel corso delle varie fasi della vita. Vogliamo un sistema di welfare che offra alle donne la libertà di scegliere quando avere un figlio senza per questo dover sacrificare la propria professione, attraverso misure di sostegno alla condizione femminile e nuove politiche che sappiano conciliare tempi di vita e tempi di lavoro. E ancora, un sistema che dia alle giovani coppie la libertà di mettere su famiglia senza il timore di subire conseguenze insopportabili se di lì a un anno non avranno uno stipendio per mantenerla; che garantisca alle nuove generazioni un futuro nel quale possano realizzare le proprie aspirazioni professionali ed esistenziali, godendo di un accompagnamento economico che procuri loro le basi per farlo. Desideriamo assicurare agli anziani in salute una vecchiaia attiva, e a quelli non autosufficienti il diritto di vivere la propria condizione con dignità e con l’adeguata assistenza, istituendo un fondo nazionale per la non autosufficienza, dando incentivi al prolungamento dell’attività lavorativa, concedendo riduzioni contributive e/o fiscali per chi assume anziani con rapporto a tempo indeterminato, part-time misto a pensione.
ATLANTIDE: Secondo Lei la coalizione di cui fa parte può essere definita regionalista? Sono presenti anche elementi di centralismo?
FORMIGONI - Nessuno dei due schieramenti può essere definito regionalista; la coalizione di centrodestra ha sviluppato in questi anni un’attenzione maggiore per il ruolo delle regioni, incamminandosi lungo un percorso che dalla semplice decentralizzazione porta al federalismo. Il regionalismo è un concetto passato, che nel mondo attuale non ha senso, né troverebbe spazio alcuno. Al contrario, l’interdipendenza economica, sociale e culturale che caratterizza lo spazio globale può trovare nella dimensione territoriale delle regioni uno snodo particolarmente adeguato alle dinamiche della globalizzazione. Guardando alla storia italiana, penso che sia arrivato il momento di valorizzare nuovamente i diversi contesti territoriali, con le loro diverse caratteristiche e potenzialità, poiché da ciascuno di questi sistemi può venire una spinta per tutto il Paese. Questa coalizione, durante la scorsa legislatura, si è incamminata sulla strada giusta, sebbene non sia arrivata a destinazione: il traguardo del federalismo fiscale, per esempio, non è stato raggiunto. Confidiamo che ciò che di buono è stato fatto non venga distrutto e che, anzi, si prosegua su questa strada. La Casa delle Libertà, pur con qualche “rigurgito centralistico”, ha sviluppato in questi anni un’attenzione maggiore per il ruolo delle regioni, incamminandosi sul percorso che dalla semplice decentralizzazione porta al federalismo. Anche grazie all’azione di noi Governatori di centrodestra, si è imboccata la strada di una piena trasformazione della Repubblica nel segno della sussidiarietà. La riforma costituzionale che prossimamente verrà sottoposta a referendum popolare confermativo è certo perfettibile, ma indispensabile per rendere il nostro Paese più efficiente e più innovativo, capace di liberare le proprie migliori energie per rilanciare lo sviluppo. Per questo ho appoggiato in modo convinto il referendum confermativo, vedendolo come occasione per fare chiarezza su tanti temi essenziali, che vengono presentati ai cittadini in modo distorto. La riforma, innanzitutto, è una cosa buona per tutto il Paese, non solo per il Nord. La piena attuazione del federalismo, compreso quello fiscale, può essere un potente strumento di rilancio non solo per le regioni più avanzate, ma anche per quelle che fino ad oggi hanno fatto più fatica, grazie alla valorizzazione delle eccellenze territoriali. Inoltre la leva fiscale può essere la chiave per richiamare nuovi investimenti e rendere ancora più attrattivi tutti i territori. Decenni di centralismo e di assistenzialismo statale, del resto, non hanno giovato al Mezzogiorno, hanno anzi rischiato di disperdere le sue molte e valide energie. Solo chi vuole difendere lo status quo innalza in modo mistificante la bandiera della solidarietà nazionale. Oggi anche la più povera delle Regioni del Sud ha tutti i mezzi necessari per avviare un processo di autosviluppo. Non ha dunque bisogno di “elemosine”, ma di un quadro istituzionale che favorisca la promozione del capitale umano, della legalità, dell’efficienza, dell’assunzione di responsabilità. Proprio mentre le spinte ineludibili che vengono dalla globalizzazione relegano sempre più ai margini gli Stati centralizzati, non possiamo permetterci di bloccare il processo di riforma che può migliorare le nostre posizioni competitive. Confidiamo perciò che non venga distrutto tutto ciò che di buono è stato fatto e che, anzi, si prosegua su questa strada.
ATLANTIDE: Lei definirebbe la sua coalizione centralista? Quale rapporto deve esistere tra i poteri dello Stato e quelli delle regioni?
RUTELLI - L’Unione e la Margherita ritengono il centralismo una tendenza da contrastare, perché non funzionale all’efficienza dello Stato e non adatta a soddisfare l’esigenza di uno Stato vicino ai bisogni dei cittadini. Già nel 2001, con la riforma del titolo V della Costituzione, il centrosinistra si mosse per costruire un federalismo solidale. Alla luce dell’esperienza, si può affermare che quella riforma, pur camminando nella giusta direzione, andava migliorata e resa più efficiente. Purtroppo l’azione di governo del centrodestra da un lato ha varato una disastrosa riforma costituzionale con la devolution, e dall’altro ha lasciato inattuata la riforma introdotta dal centrosinistra, nonostante la pressante richiesta delle regioni e dei comuni, continuando a legiferare a tutto campo come se quelle norme non esistessero affatto. Di fatto si è attuato un centralismo soffocante, ponendo tagli e vincoli alle risorse delle autonomie, negando il dialogo tra i diversi livelli territoriali, impugnando moltissime leggi regionali. Non ignoro, peraltro, le conseguenze di una proliferazione di enti, società, agenzie e soggetti vari che, anziché cooperare in base a competenze ben chiare, spesso si accavallano con sprechi e inefficienze inaccettabili, né il rischio che le autonomie locali vengano compresse da assurdi “neocentralismi” regionali. Occorre ridare spazio e respiro alle autonomie locali, all’interno di un quadro di unità nazionale organico ed efficiente. Innanzitutto con il referendum di giugno dobbiamo abrogare la pessima riforma costituzionale voluta dal centrodestra, con la quale avremmo due potestà legislative “esclusive” sulle stesse materie, con l’unico risultato certo di un conflitto costante tra legge statale e legge regionale. Corriamo il rischio di avere venti assistenze sanitarie diverse, una per regione, venti sistemi scolastici, uno per regione: è inconcepibile che essere cittadino in Veneto o in Calabria possa significare un diverso diritto alla salute o all’istruzione, né è possibile tollerare un’Italia in cui le regioni con maggiori difficoltà siano abbandonate a se stesse, e i loro cittadini vedano peggiorare sempre più la qualità dei servizi ad essi rivolti. Siamo favorevoli al federalismo fiscale, e siamo altresì convinti che per realizzarlo sia indispensabile una finanza pubblica equilibrata, che riconosca agli enti locali sufficienti risorse e autonomia, e che supporti la solidarietà con meccanismi di perequazione. Del resto, la parte peggiore della riforma, che va bocciata col referendum di giugno, consiste nello squilibrio tra i poteri repubblicani: un capo di Stato reso un mero cerimoniere, anziché un punto di garanzia e di unità istituzionale; un capo del governo privo del contrappeso democratico del Parlamento, ridotto a mero “votificio”; autorità di garanzia del tutto svuotate. Tutto il sistema dei poteri pubblici sarebbe impoverito, senza per questo conferire maggiore efficacia alle funzioni pubbliche. Come ho già detto, statalismo è anche la proliferazione incontrollata di enti, agenzie e società verificatasi in questi anni: non solo bisogna porvi termine, ma occorre disboscare la giungla che si è creata; ci sono centinaia di enti superflui, che sovrappongono i propri compiti a quelli già svolti da altri. Il decentramento ha attribuito a province e comuni funzioni prima svolte dalle regioni o dallo Stato, ma alla costituzione di nuovi uffici decentrati in troppi casi non ha fatto riscontro la soppressione di quelli precedenti. Tutto ciò, tra l’altro, aumenta nei cittadini la percezione di inefficienza e di eccessivo costo dell’amministrazione e della politica. Come si vede, immagino che il governo del centrosinistra sia anche un governo della semplificazione amministrativa e burocratica, della collaborazione tra le istituzioni, la società e i corpi intermedi, della condivisione di un disegno dinamico, innovatore, che dia al Paese lo slancio di cui ha bisogno per ripartire finalmente in direzione della crescita.
ATLANTIDE: Cosa significa per Lei il principio di sussidiarietà e quale ruolo ha nel programma della Sua coalizione?
FORMIGONI - Innanzitutto vorrei sottolineare che cosa il principio di sussidiarietà significhi obiettivamente. Nella fase di tramonto dell’età moderna in cui stiamo vivendo, una delle crisi più gravi è la crisi della politica. In tale prospettiva la sussidiarietà si pone quale unico possibile principio di ricostruzione della polis, e quindi della politica. Insieme alla modernità tramonta lo Stato moderno, con la sua pretesa di porsi quale soggetto originario, che de iure o comunque de facto precede la persona umana (una pretesa di cui la legalizzazione dell’aborto è uno dei segni più tragicamente impressionanti). Nella misura in cui viene preso sul serio, e non invocato solo a parole come oggi troppo spesso accade, il principio di sussidiarietà ribalta l’ordine costituito della dottrina dello Stato moderno. Affermare e attuare nel concreto il primato della persona rispetto alle istituzioni e il primato della società civile rispetto al potere politico, significa metter mano a una riorganizzazione radicale della polis. Non deve sorprendere che ciò implichi un lungo lavoro di emancipazione culturale dagli idola fori del mondo contemporaneo, e un altrettanto lungo lavoro sul piano prettamente politico. È un’opera appena cominciata, che nella Casa delle Libertà trova oggi l’ambito di maggior sostegno, o di minor resistenza. E questo basta perché valga la pena di impegnarvisi. Sin dall’inizio della mia prima legislatura, nel 1995, come presidente della Lombardia ho voluto fare della sussidiarietà il perno e la leva di un progetto di cambiamento che da allora a oggi non ha mai smesso di dare buoni frutti. La Lombardia è così divenuta in nuce l’esempio di quale sarebbe l’esito di una riforma generale della Repubblica italiana nel segno della sussidiarietà: basti ricordare come abbiamo straordinariamente promosso la nostra sanità, il nostro sistema di assistenza ad anziani e disabili, il sostegno alle famiglie, il buono scuola, il volontariato, la cooperazione allo sviluppo in collaborazione con le ONG, etc…. Ho imparato questo principio grazie alla Dottrina Sociale della Chiesa e alle intuizioni profetiche di don Giussani, che già nel 1987 allo storico congresso DC di Assago ricordava come il compito della politica fosse quello di servire la creatività sociale, contribuendo così allo sforzo di edificazione del bene comune. In seguito, grazie alla nascita di Forza Italia, la sussidiarietà è diventata terreno comune per liberali, riformisti e cattolici. Un terreno laico fatto di libertà, di responsabilità personale e di autonomia sociale. Per questa capacità di far incontrare sensibilità differenti, la sussidiarietà è diventata il grande collante ideale di tutta la Casa delle Libertà, come è stato dimostrato da alcune leggi rivoluzionarie varate dal governo Berlusconi: il 5 per mille al non profit; la legge “più dai meno versi”; la legge sull’impresa sociale; il progetto di riforma della Costituzione; i numerosi interventi a favore della famiglia. Proprio alcune di queste leggi, appoggiate anche da molti membri del centrosinistra, dimostrano che la sussidiarietà è il ponte che può far ripartire il dialogo tra i due poli, per costruire un clima politico meno avvelenato e diviso di quello attuale. Lo spirito dell’Intergruppo per la Sussidiarietà può e deve diventare il vento di pacificazione istituzionale che un’Italia spaccata in due ha urgente bisogno di recuperare.
ATLANTIDE: Cosa significa per Lei il principio di sussidiarietà, e quale ruolo ha nel programma della Sua coalizione?
RUTELLI - Nel nostro ordinamento giuridico la sussidiarietà è uno strumento volto a consentire un rinnovato e più ampio esercizio della democrazia in settori sempre più consistenti della cittadinanza. Al di là delle formulazioni di principio, per noi la sussidiarietà è un valore, e anche particolarmente sentito, tanto che riteniamo debba informare di sé il metodo di governo. Inoltre non dobbiamo trascurare il fatto che il nostro Paese, per cultura e tradizione, ha nei fatti una predisposizione particolare alla sussidiarietà come forma aggregativa e solidale. La sussidiarietà trova perciò ampio spazio di applicazione nel programma dell’Unione, come scelta di un metodo sul quale basare il confronto e la collaborazione tra i diversi livelli istituzionali, i settori sociali ed economici, secondo il criterio di un equo riconoscimento di diritti e doveri, una bilanciata attribuzione di funzioni e poteri, un’effettiva condivisione di responsabilità. Il tutto ricordando il monito di Stuart Mill: «Lo Stato faccia quello che i cittadini non riescono a fare», tenendo ben presente che «i mali cominciano quando invece di fare appello alle energie e alle iniziative di individui e associazioni, il governo si sostituisce ad essi».