Quadrimestrale di cultura civile

Un “Piano” per riprendere il futuro nelle nostre mani

di Charles Murray /

Di una cosa possiamo essere certi: il welfare state, così come lo conosciamo, non può sopravvivere. Nessuno studioso serio, infatti, pensa che possiamo permettere che la spesa federale per la previdenza sociale e l’assistenza sanitaria pubblica crescano dall’attuale 9% del prodotto interno lordo al 28% previsto per il 2050, se verranno mantenuti gli stessi tassi di crescita. I problemi posti dai programmi di trasferimento di risorse ai più poveri sono meno drammatici. Nel lungo termine, tuttavia, il calo del valore del lavoro fisico e la crescita di quello dei lavori “mentali” finiranno per portare ad una società divisa in classi, facendosi beffe degli ideali americani, a meno che non si inventi qualcosa di più creativo dell’attuale sistema di welfare. Un grande cambiamento è inevitabile, ma il Congresso non sembra per niente disponibile ad affrontarlo, come dimostra il dibattito sul sistema pensionistico dello scorso anno, un caso clinico di timidezza politica. Ci piaccia o no, abbiamo a disposizione ancora alcuni anni per pensarci, prima che il Congresso sia irrimediabilmente costretto a prendere provvedimenti in proposito. Cominciamo quindi a pensare a qualcosa di più efficace delle limitate proposte di tagli ai contributi e di aumenti delle tasse che costituiranno la politica di minore resistenza del Congresso. Il punto di partenza è una realtà economica estremamente ovvia, ma che nessuno sembra notare: questo Paese è inondato di soldi. L’America è così benestante che sarebbe facile garantire a ognuno uno standard di vita decente, ma non possiamo farlo trastullandoci con i sistemi del welfare state, che costituiscono un nodo di Gordio che può solo essere tagliato, demolendo la struttura dello Stato assistenziale. Invece di pagare le tasse a Washington, facendole setacciare dalla burocrazia e convertendo ciò che rimane in un confuso gruppo di servizi e sussidi, con modalità di gestione viziate da limitazioni ed eccezioni, riscuotiamo le tasse, dividiamole e restituiamole in contanti a tutti gli americani maggiorenni. La sovvenzione dovrà essere sufficiente perché il povero non sia più povero, perché ciascuno possa ottenere abbastanza per un pensionamento dignitoso e per garantirsi l’assistenza sanitaria. Siamo ricchi abbastanza per poterlo fare. Prendiamo l’esempio delle pensioni. Supponiamo di avere davanti a noi un ventunenne che, per qualsiasi motivo, non è in grado di risparmiare sufficientemente per un proprio fondo pensione. Possiamo farlo noi per lui, accantonando un contributo annuale per quarantacinque anni, cioè fino a quando non andrà in pensione all’età di sessantasei anni. Ipotizziamo di poter versare un contributo di 2.000 dollari l’anno e di investirlo in un fondo azionario indicizzato. Qual è la cifra minima di cui potrebbe disporre quando andrà in pensione? Preferiamo essere oltremodo prudenti e, per prima cosa, individuiamo il peggior tasso di crescita composto medio, a valore costante del dollaro, per un periodo di quarantacinque anni nella storia del mercato azionario (4.3%, dal 1887 al 1932). Dopo di che presumiamo che il nostro ventunenne sia l’investitore più sfortunato della storia americana e che ottenga mediamente solo il 4.0% di rendimento: alla fine del periodo di quarantacinque anni avrà un capitale di circa 253.000 dollari, con il quale potrà ottenere un vitalizio di circa 20.500 dollari all’anno. Questo sarebbe il risultato, con un contributo di appena 2.000 dollari all’anno, cioè con l’equivalente della tassa per la Social Security su un reddito di soli 16.129 dollari all’anno. Il governo riscuote più del doppio da chi guadagna il reddito mediano e più di cinque volte tanto dai milioni di persone che pagano il livello massimo di contribuzione previsto dal Federal Insurance Contributions Act. Sarebbe perciò facile, per un Paese ricco come gli Stati Uniti, rendere possibile per tutti una pensione adeguata, a patto che non si voglia insistere a farlo attraverso le strutture dello Stato assistenziale. Per la sanità la questione è un po’ più complicata, ma solo nei dettagli, non nella logica. Non dobbiamo, infatti, aspettare che il nostro ventunenne raggiunga i sessantacinque anni per iniziare a pagare per la sua assistenza sanitaria, bensì contattare subito una compagnia assicurativa, proponendo di pagare un premio costante per il resto della vita del nostro ventunenne. Con questo tipo di offerta, la compagnia assicurativa ci può stipulare una polizza sulla salute per 3.000 dollari circa, fornendo le coperture fondamentali. Il prezzo è così conveniente per lo stesso motivo che sta alla base delle polizze a buon mercato sulla vita, se fatte dai giovani: le compagnie assicurative guadagnano molto dai premi che ricevono per anni prima di iniziare a pagare grandi somme per le prestazioni. Garantire a tutti l’accesso al sistema sanitario di base è facile in un Paese ricco come l’America, sempre che non si voglia insistere a farlo attraverso le strutture dello Stato assistenziale. Ci sono molti modi di convertire queste potenzialità economiche in un sistema che funzioni. Quello che ho ideato, chiamato per semplicità il “ Piano”, prevede un contributo annuale di 10.000 dollari a tutti i cittadini americani, eccetto i reclusi, ad iniziare dall’età di ventun anni, di cui 3.000 all’anno da destinare all’assistenza sanitaria. Il contributo verrebbe accreditato mensilmente sul conto corrente bancario di ogni cittadino incluso nel “Piano”. Se lo realizzassimo a partire da domani, il “Piano” costerebbe circa 355 miliardi di dollari in più del sistema attuale; le previsioni di costo incrocerebbero quelle del sistema attuale nel 2011; entro il 2020, il “Piano” costerebbe circa 500 miliardi di dollari all’anno meno delle più prudenti previsioni di costo del sistema attuale. Entro il 2028 questa differenza ammonterebbe a un trilione di dollari l’anno. Certamente, un sistema che sostituisce l’attuale Stato assistenziale con un sistema di sussidi diretti ai singoli pone diversi punti di domanda. La disincentivazione al lavoro, i rischi connessi a soluzioni basate sul mercato confrontati con le garanzie prestate dal governo, i costi di transizione, lo scambio di concessioni nel servizio sanitario, le implicazioni per il sistema fiscale, le conseguenze sulle persone troppo giovani per partecipare al “Piano”, sono tutti aspetti da considerare nella decisione sulla possibilità e sull’opportunità della sua realizzazione. Personalmente penso che tutte queste domande possano avere una risposta, anche se non necessariamente semplice e immediata, che ho cercato di dare nel mio libro. In questo ambito, vorrei invece trattare una questione più ampia: assumendo che le questioni tecniche abbiano una risposta, vogliamo veramente un sistema in cui il governo rifiuti la responsabilità di farsi carico dei bisogni umani, cioè la ragione che ha dato origine allo Stato assistenziale? La mia opinione è che i motivi per dire sì al “Piano” vadano ben oltre i suoi effetti sulla povertà, sulle pensioni e sull’assistenza sanitaria, fattori che riguardano minoranze relativamente piccole della popolazione. Il problema fondamentale che le società più avanzate si trovano attualmente a dover affrontare è, piuttosto, come rendere la vita di ognuno piena di significato in un’epoca di abbondanza e di sicurezza. Lungo la storia, e fino a pochi decenni fa, il significato della vita era quasi per tutti legato alla sfida per la semplice sopravvivenza. Per restare in vita era necessario essere parte attiva di una comunità. Per restare in vita bisognava formare una famiglia e crescere dei figli su cui poter contare nella vecchiaia. La coscienza che la morte poteva cogliere ciascuno all’improvviso, in ogni momento, generava una particolare attenzione agli aspetti spirituali della vita. Tutte queste cose davano origine a una profonda soddisfazione, che andava oltre la semplice sopravvivenza. La vita in un’epoca di abbondanza e sicurezza non richiede nessuna di queste cose, e, anzi, la maggioranza delle persone che vivono nelle società avanzate può facilmente trascorrerla tra amicizie superficiali, cambiando continuamente partner sessuali e divertendosi, per poi morire in tarda età senza avere nessun motivo per pensare di aver compiuto in vita qualcosa di significativo. Se si ritiene che tutto si esaurisca qui, che il fine della vita consista nel passare il tempo il più piacevolmente possibile, allora è ragionevole pensare che lo scopo del governo dovrebbe essere quello di permettere alle persone di farlo con il minore sforzo possibile. Se invece siete d’accordo con me sul fatto che vivere può avere un significato trascendente, allora ci si deve porre il problema di come la vita umana possa acquistare peso e spessore. Per molti lettori del «Wall Street Journal» al fondo di questa ricerca di significato c’è l’idea di vocazione: per alcuni, l’aspirazione a essere ricchi e famosi, per altri, il desiderio di eccellere nella vocazione che si ama. Si tratta però di una possibilità aperta solo a una fortunata minoranza. Per la maggior parte delle persone, compresi molti anziani che in gioventù si sono dedicati a una particolare vocazione, la vita acquista significato nelle cose pratiche della vita, negli avvenimenti fondamentali associati alla nascita, alla morte, al raggiungimento dell’età adulta, all’allevamento dei figli; al pagamento dell’affitto, al superamento delle avversità, al conforto di chi è in lutto, al festeggiamento dei successi, all’approvazione del bene e alla condanna del male: vale a dire, nell’affrontare la vita in tutta la sua ricchezza. Da questo punto di vista, il difetto principale dello Stato assistenziale non è l’incapacità di mantenere le sue promesse (anche se ciò è vero) e neppure il fatto che spesso finisca per aggravare proprio i problemi che dovrebbe risolvere (sebbene sia così). Lo Stato assistenziale è dannoso, ultimamente, perché toglie troppa vita dalla nostra vita. Il “Piano” restituisce vita alla nostra esistenza in molti modi, particolarmente attraverso i suoi effetti su istituzioni fondamentali come la famiglia e la comunità. Per capire come ciò sia possibile, basta pensare al fatto che il contributo è a disposizione di tutti. Infatti, ciò che conta non è che un individuo riceva 10.000 dollari l’anno, ma che tutti ricevano questa cifra e che tutti sappiano che tutti gli altri hanno a disposizione quella risorsa. Obiettivi non raggiungibili da una singola persona possono diventarlo per una coppia; quelli che non sono alla portata di una coppia, possono esserlo invece per una famiglia allargata o per una mezza dozzina di amici che mettano insieme le loro risorse, e ciò che non può essere realizzato da un piccolo gruppo può esserlo più facilmente da un intero quartiere. L’aggregato di risorse che il “Piano” trasferisce dal governo alle persone è enorme e le possibilità di rispondere ai bisogni umani attraverso la famiglia e la comunità si moltiplicano esponenzialmente. Il “Piano” attribuisce una responsabilità personale, che il destinatario lo voglia o meno, con conseguenti effetti secondari e terziari. Una persona che chieda aiuto perché ha buttato via il suo assegno mensile troverà persone e organizzazioni disposte ad aiutarla (in America c’è sempre stata abbondanza di tali persone e organizzazioni), ma questo tipo di assistenza può essere legato a richieste difficili da rispettare per chi non abbia un reddito fisso. Oppure, si pensi agli effetti di un flusso di reddito certo su un giovane che abbia messo in stato interessante la sua ragazza. La prima conseguenza è che non può eludere il pagamento degli alimenti per il bambino, perché il giudice sa dove ha un conto in banca. Inoltre, si generano aspettative che prima non c’erano. Io lo chiamo “effetto Doolittle”, in riferimento al personaggio di Alfred Doolittle nello spettacolo teatrale My fair Lady, e al motivo per cui doveva arrivare puntuale in chiesa. Il “Piano”, quindi, conferisce ad ognuno la responsabilità di far fronte ai bisogni umani, che lo si voglia o no. Qualcuno potrà considerarlo un passo indietro, ritenendo sia meglio pagarsi le tasse, lasciare ogni responsabilità al governo e chiuderla lì. Considero più saggio un diverso atteggiamento, perché il “Piano” non richiede che si diventi tutti assistenti sociali part-time. La nostra nazione può anche essere piena di approfittatori, ma aveva ragione Aristotele: la virtù è un’abitudine. Non ci potrà essere un fiorire della virtù nella prossima generazione solo perché raccomandiamo ai nostri figli di essere onesti, compassionevoli e generosi; occorrerà, invece, che i nostri figli pratichino l’onestà, la compassione e la generosità nello stesso modo con cui si esercitano con uno strumento musicale o in uno sport. È più probabile che questo succeda se i bambini crescono in una società in cui le esigenze dell’uomo non sono affidate alla burocrazia, ma sono parte della nostra vita e condivise con le persone che vivono intorno a noi. In parole semplici, il “Piano” ci restituisce la possibilità di agire. Le istituzioni, come gli individui, hanno successo fino a che hanno compiti importanti da svolgere e sanno di esserne responsabili. Per interi decenni lo Stato assistenziale ci ha detto: «Ce ne occupiamo noi». La conseguenza è stata che abbiamo assistito alla perdita di vitalità di alcune delle più importanti fonti di soddisfazione della nostra vita. Contemporaneamente, ci siamo resi conto di quanto il governo sia incompetente e incapace “di occuparsene”, quando si tratta della complessità dei bisogni umani. La soluzione non è tentare di rabberciare lo Stato assistenziale, ma riprendere la responsabilità della nostre vite nelle nostre mani, nostre come individui, nostre come famiglie, nostre come comunità.