Quadrimestrale di cultura civile

Approfondimento. Quando il mercato è veramente libero

di Antonio Quaglio / Caporedattore de 'Il Sole 24 Ore'

L’ultima “opera breve” di Giovanni Bazoli critica i limiti di un capitalismo globale che non garantisce un’allocazione equa delle risorse, delle libertà, delle pari opportunità. Con esperienza di capo d’impresa, con rigore di studioso, con cristiana cultura della fede, Giovanni Bazoli non mostra timore né stanchezza di riaffermare - anche nella sua ultima “opera breve” - che il mercato non può essere solo il luogo in cui l’uomo cerca utilità, efficienza e profitto; né può sostenersi sulla divaricazione sistematica delle asimmetrie o sulla pura e semplice selezione competitiva. Il mercato dev’essere - non può non essere - anche spazio di libertà e di uguaglianza, cioè di pari e massime opportunità per ciascuno di mettere a frutto i propri talenti e di vedere tutelata la propria dignità. Se, al contrario, l’economia non riesce più a rispettare se stessa nell’allocare le risorse, sarà tanto più probabile che indebolisca anche le istituzioni civili e minacci di distruzione lo stesso consorzio sociale: soprattutto quando la globalizzazione sembra metterne in discussione la sopravvivenza e il sano sviluppo su tanti versanti, dal confronto tra civiltà agli equilibri ambientali. Compito del cristiano - lungi dal chiudersi in “a priori” etici o in critiche pregiudiziali e antagoniste al capitalismo - appare dunque quello di promuovere sul mercato stesso l’offerta e la domanda di beni immateriali e sempre scarsi come la responsabilità e la solidarietà. Solo così, tra l’altro, il binomio mercato/democrazia potrà sfuggire ai rischi dell’appropriazione esclusiva da parte del pensiero neoliberista, le cui applicazioni semplificate pretendono di essere dottrina unica per l’umanità di oggi e di domani, ma tendono a imporsi con metodi assai più «dittatoriali» che «universali». Il giurista e banchiere bresciano dà l’esempio di intellettuale-testimone in Mercato e disuguaglianza,1 che raccoglie tre meditazioni lungamente concepite e formulate a cavallo dell’11 settembre 2001. L’attacco alle Torri è giustamente vissuto come evento simbolico di una storia che non fa mai sconti, che interroga continuamente e spesso con durezza. Per l’autore è naturale stabilire relazioni fra la tragedia di Manhattan e lo sviluppo impetuoso del decennio precedente, all’insegna della globalizzazione. Il Washington consensus (Tesoro USA, FMI, Banca Mondiale) aveva elaborato alla fine degli anni Ottanta un pacchetto di principi politico-economici liberisti (privatizzazione, deregulation, contenimento di deficit e sussidi pubblici, libera circolazione internazionale di merci e capitali) e «questo programma avrebbe dovuto permettere all’economia di mercato - in grado di abbracciare tutto il mondo - di realizzare non solo l’obiettivo della massima diffusione della prosperità, ma anche di una più equa distribuzione della ricchezza». Invece così - almeno in parte rilevante - non è stato, proprio allorché, sottolinea Bazoli, il nuovo pensiero «dominante» sembrava aver regolato definitivamente i conti con l’altro tentativo «globale» del ventesimo secolo di risolvere i problemi di efficienza ed eguaglianza economica: quello sovietico, antitesi di mercato e libertà democratiche. Il capitalismo occidentale con ambizioni globali è invece entrato in crisi addirittura al suo interno, e «alla radice ultima dell’involuzione - osserva Bazoli - sembra esservi la degenerazione di una logica di esasperato utilitarismo », seguita soprattutto dai top manager delle grandi corporation cui viene chiesto di uniformare la loro azione all’obiettivo del massimo profitto nel breve periodo. È così che - osserva Bazoli riprendendo un passo di Antonio Fazio - «le forze del mercato lasciate a se stesse non sono in grado di condurre, da sole, un’efficiente allocazione delle risorse su scala mondiale». È così che - Bazoli ne parla in pagine vivide - si realizza il paradosso di un mondo che globalizza la conoscenza e fa quasi toccare il benessere italiano agli albanesi, o le ricchezze finanziarie di Wall Street ai piccoli risparmiatori che hanno investito in titoli Enron. Ma poi delude drammaticamente le aspettative in termini di distribuzione non sperequata di beni e servizi o anche di semplice rispetto di regole date per condivise. Quel mercato che sembrava una macchina perfetta per garantire a tutti l’accesso, alla fine divide ed esclude, se si limita a scambiare merci col solo metro dell’utilitarismo: se non «promuove i valori elementari della convivenza». Demonizzare lo sviluppo globale è d’altronde insensato, riconosce Bazoli, che da giurista non rinuncia a cercare una stretta via d’uscita in un mondo di regole da ricostruire su base sovranazionale. Ma proprio il salto di qualità planetario esige forse più «cultura delle regole» che ordinamenti positivi; meno architetture di authority e più graduale affermazione della fiducia in valori-cardine (libertà e uguaglianza) che permettano «la gestione e il superamento di un sistema governato sulla base di mere logiche economicistiche». È qui che Bazoli cerca la chiave di un mercato «umanistico» in un passo di Romano Guardini, grande maestro, tra gli altri, di Paolo VI e di Benedetto XVI: «Se si pone la scelta per cui un fine di benessere, di potere, di utilità può essere realizzato solo a costo dell’integrità personale, allora tale fine deve essere irrealizzato. Poiché si vedrà che la salvaguardia dell’essenziale torna a vantaggio anche dell’utilità; mentre se ciò che sta a fondamento viene tradito, esso si vendica di tutto, anche del benessere». Il primo bene fondamentale che rischia di essere tradito da «una pericolosa involuzione del mercato», secondo Bazoli è la democrazia, costitutiva della società politica moderna. Se «ciò che apparenta l’economia di mercato e la democrazia consiste nel riconoscimento pieno dei fondamentali diritti di libertà», entrambi garantiscono «il libero dispiegarsi di tutti gli interessi contrapposti».I successi storici dei due sistemi, osserva l’autore, «si spiegano principalmente in ragione di questa opzione liberale delle discipline dei conflitti d’interesse nelle società aperte». Ed è il tendenziale indebolimento di questa funzione a preoccupare Bazoli, che cita Guido Rossi nel ritenere possibile un’«implosione» di mercato e democrazia proprio nelle dimensioni «fuori controllo» della globalizzazione. Un sistema economicopolitico in cui si formino posizioni «dominanti» - cioè si rendano strutturali i conflitti e dunque incolmabili le «disuguaglianze» - non può sopravvivere a lungo se pretende di potersi autenticamente chiamare «democrazia di mercato». A meno, naturalmente, di non prendere per buona l’emergente lusinga storica della “via cinese”: sviluppo senza democrazia, sostenuto da un capitalismo ibrido, privo di una solida cultura di mercato. E qui Bazoli si rifà al Nobel indiano Amartya Sen quando ricorda che «le istituzioni del capitalismo mondiale preferiscono le acque tranquille delle aristocrazie alle politiche antagoniste dei governi democratici». La Costituzione democratica italiana, sottolinea d’altronde l’Autore - che ne è profondo conoscitore - è moderna proprio perché non si limita ad affermare il tradizionale principio «borghese» dell’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge, ma si spinge a combattere sul suo terreno la critica marxista. Al principio di uguaglianza si associa infatti inscindibilmente quello di «solidarietà ». L’obiettivo della rimozione delle condizioni di disuguaglianza dei cittadini, da un lato rivela secondo Bazoli una «limpidissima ispirazione cristiana»; dall’altro si riverbera in modo decisivo sull’adozione della libera iniziativa sul mercato come modello economico della civiltà democratica. Il «buon mercato», il mercato veramente «libero» (anche dai rischi di degenerazione) è quello che - grazie ai valori di chi vi opera e all’autodisciplina che di volta in volta si rende necessaria - incorpora la «solidarietà» soprattutto in termini di parità di diritti per chi è più debole.

Nota

1 G. Bazoli, Mercato e disuguaglianza, Morcelliana, Brescia 2006.