Cosa penso quando penso a welfare? Cosa c’è, per me, che scrivo poesie e non sono né sociologo né economista, né politico, dietro a questa parola, di volta in volta legata alla parola state o, più recentemente, a society? Cosa pensano altri, più titolati di me, lo hanno detto nelle pagine che precedono, ricche di approfondimenti teorici e di suggerimenti operativi. Io racconterò, a lampi, a baluginamenti. Perché io penso a Novella. O a Emilia. O penso a Zini. Insomma, penso a delle persone. Il welfare per me sono innanzi tutto loro. Il racconto di loro. È il movimento che nasce intorno a loro. Un mettersi in azione di privati, di servizi pubblici, un richiamarsi alle proprie responsabilità. Un accorgersi che la realtà presenta bisogni che spesso le lenti del legislatore non riescono a cogliere. Un movimentarsi di energie sopite dietro scrivanie ingombre di scartoffie. O inacidite dietro logiche solo di potere e di carriera. Un riaccendersi di buone volontà. Nessuna passione nasce automaticamente, per incanto. Occorre vedere qualcosa, incontrare qualcuno. Così anche la passione al servizio altrui non nasce per decreto. Non è per dovere di mansionario che sorge quel supplemento di attenzione ai bisogni della persona che sempre occorre per svolgere un servizio sociale. Sembra scontato, ma non è così. Si potrebbe dire che il welfare nasce per malinconia. Intendo quell’acuta malinconia del bene che ti prende quando vedi uno che ha i motivi per impegnarsi a farlo, e tu magari li hai smarriti. Quella malinconia dell’esser buoni, del compiersi in una donazione, che è legge della natura umana. E che può volgersi in imitazione. O anche, purtroppo, in invidia. Sì, quell’invidia della bontà altrui che è uno dei peggiori veleni del cuore umano. Ne parla anche il Vangelo, da qualche parte. Quando certi lavoratori mugugnano contro il padrone che in una parabola è metafora di Dio stesso, perché è magnanimo con i loro colleghi meno meritevoli. Lo fanno per invidia. E credo che molti degli intoppi, delle lungaggini, delle incomprensioni in cui spesso gli operatori di iniziative sociali incappano, sia causata dall’esistenza di una sorda invidia del bene. Che inizia quando ogni altra obiezione possibile è disarmata dalla bontà dell’iniziativa, quando non sussistono davvero più motivi burocratici o tecnici di impedimento. Quando a opporsi resta uno spettro di lotta ideologica o, più sottilmente, quell’invidia del bene. Il welfare, ancora prima di essere esito di teorie e di organizzazione, statale o privato-sociale, nasce come iniziativa di persone. Di tizi che mettono la loro professione e la loro vita in un’attività che sostenga il bisogno altrui. Insomma, penso a delle facce. E allora ve ne vorrei tratteggiare alcune. Senza entrare in particolari. Come in una speciale galleria. Pochi tratti per dire di loro. Per onorare il loro impegno. E perché guardandoli si capisce di più. Prendi per esempio Marco. È uno di Carpi o giù di lì. È cresciuto all’ombra di uno dei sacerdoti più simpatici e vulcanici mai visti al mondo. Ci si trovava là, in quel grande casone dedicato a un’importante scuola per operatori della ristorazione. Si affettava salame e si parlava di tutto. Poi Marco è cresciuto, e con quella sua faccia da pugile glabro, ha tirato su “Il Nazareno”, un’opera che si occupa dei più sfortunati, quelli che non ci stanno più (o non ci sono mai stati) con la testa. Non è mica un tenerone il Marco. E infatti ha tirato su una cosa dura. E fantastica. E il suo pard (come Kit Carson per Tex) è un bastianone di due metri detto da taluni Zino, soprannome ricavato, con parsimonia di fantasia tipica di queste zone, dal suo cognome reale. Con l’aiuto della dolce Maila, una di quelle donne marchigiane tutta cielo e con l’anima d’acciaio, hanno allargato l’attività in altre città, aiutando più di un balengo a lavorare un pò, coinvolgendo in formule inedite di rapporto il servizio pubblico e l’iniziativa privata. Un’altra a cui penso è Novella. Che non c’è più. Ma ha costruito nei paraggi di Imola una casa di accoglienza per ragazzini e non solo che è un mistero di efficacia e di bontà. Suo marito somiglia all’orso Yoghi ed è buono come il pane. Insieme hanno allargato la famiglia fino ai confini del loro cuore. Ma quei confini si sono sempre più allargati, e dentro ci sono entrati in tanti, come Adele che adesso porta avanti la casa, e li hanno dilatati a non finire. Quando andai a trovare Novella per tenere un incontro avevo avuto da poco un secondo figlio, bella gioia e nuovi debiti, e lei tirò fuori un pugno di banconote stropicciate e di monetine, e voleva darmele. Tanto era l’impeto. Tanta la semplicità e la purezza. Tra Davide e i suoi “scemi” è difficile distinguere. Nel senso che ti viene davanti con due occhi così vispi, inafferrabili e con una faccia sempre un po’ congestionata di romagnolo che si ingassa a parlare e a fare che ti sembra che abbia bisogno lui di una mano. È un miracolo di uomo che tra Cesena e Forlì ha tirato fuori una grinta e una costanza che neanche Raoul Casadei nei suoi momenti migliori. E ora sono tanti i ragazzi “disagiati”, come si suol dire, che imparano da lui un mestiere, e che sono occupati in modo non imbecille. Dalle stesse parti c’è l’Angelica, una che per bellezza, famiglia e intelligenza poteva fare la Contessa di Forlì. E invece si è messa a scancherare e a rimboccarsi le maniche per dar la casa a dei ragazzi in difficoltà e per non mollare la speranza neanche di fronte ai volti più chiusi e lontani. Lei e i suoi hanno guadagnato la stima di tanti, anche di partiti diversi (il che in Romagna è un miracolo ben più grande del lupo che chiacchiera con San Francesco), che ne riconoscono la forza di bene. Un’altra bella signora è Elena. La conoscono in tanti a Bologna, come preside di una scuola che fa parlar di sé, perché ha idee nuove, iniziative brillanti e coinvolge i ragazzi. S’è inventata una specie di movimento, chiamato “Bologna rifà scuola”, passando per salotti e anticamere, per conferenze e articoli, attraverso cui ha rilanciato in città l’urgenza dell’educazione come necessità primaria. E ha raccolto da fondazioni e privati un tot di euro, per mettere a posto un luogo meraviglioso dedicato all’aiuto allo studio e alla scuola dei ragazzini e dei più giovani. Ha coinvolto nel progetto imprese come la Ducati e la Gd dei Serragnoli. Poco più giù, nella Marca, c’è la “Pars”, di quelli che recuperano i ragazzi caduti nella droga. Se ti capita come a me di andare al loro ritrovo per un po’ non riesci a distinguere i recuperati dai recuperanti. E non solo per l’aspetto, ma soprattutto per la familiarità, per la comunanza che li tiene insieme a sostenere una cosa che ha ridato letteralmente la vita a tante famiglie perdute in un cunicolo senza respiro. A volte il welfare va letteralmente in scena. Cosa c’entra il teatro? C’entra se un prete simpatico e un po’ “tocco” raduna nella sua casa d’accoglienza sulle colline riminesi un po’ di ragazzi più tocchi di lui e li fa lavorare con degli attori. Cosa analoga accade in talune città, nell’incontro tra aziende sanitarie, teatri comunali e attori disponibili a coinvolgersi, brava gente come Andrea Soffiantini e Virginio Gazzolo. Oppure penso a quei matti di poeti siciliani che si son messi in testa di rendere più umano il “Librino”, un desolante quartiere dormitorio vicino a Catania. E con la “complicità” del parroco propongono attività ai ragazzi a scuola e fuori. Hanno pure coinvolto le scuole dei quartieri più a rischio di Palermo in programmi di educazione e di scrittura, in cui questi ragazzini, che spesso vivono poco a casa e quando ci vivono sentono parlare in dialetto stretto, hanno tirato fuori dei fiori dal petto. Oppure penso al mio amico Mamo, un farmacista che ha in dote una certa simpaticissima flemma da bolognese doc. Uno che si è messo a fare il Banco Farmaceutico, e ha messo la sua farmacia a capo di un movimento di farmacie che, tra quei mercanti bonari ma taccagni di Bologna, ha fatto breccia. E che aiuta un sacco di gente che quei farmaci altrimenti farebbe fatica a vederli. Anche Gianluca, fisico impiegatizio e una certa propensione riminese alla mollezza balneare, si è invece messo a fare il Banco di Solidarietà. E a organizzare una rete grazie a cui più di cento famiglie ricevono un aiuto per mangiare. Poi c’è il “mitico” Crosta, il brianzolo, quello che se lo vedi pensi che al massimo possa fare l’ultrà del Milan, e invece s’è proprio inventato un modo di aiutare i ragazzini disabili e ne ha fatto una aziendina e soprattutto un metodo efficace di aiuto. A Padova c’è Mario, fisico da camionista e occhi da bambino. Penso a lui, alla dolce figlia che perse perché affetta da malattia incurabile. E che da quella fossa nel cielo, da quella perdita, da quell’amore senza limiti, fu aiutato a mettere a fuoco cosa vuol dire amare. E ha allargato la sua casa, ne ha fatto un porto per tanti ragazzini che non sanno dove sbattere la testa. E ha coinvolto imprenditori e istituzioni intorno alla sua Casa Edimar, per inventare forme di apprendistato, di inserimento al lavoro. Mi viene in mente anche il giovane Guido, che lavorava come “volontario” (cioè pagato poco) in una cooperativa che gestisce uno dei dormitori per barboni poco lontano dalla Stazione di Bologna. Un posto che se non si vede non si immagina possa esistere. Nei locali di un vecchio condominietto, stanno mucchi di cose umane che sono, appena distinguibili, un letto, dei panni, delle scarpe, dei cartoni di cose strambe. Allineati in stanze riportate sulla soglia appena sopra la linea della fatiscenza. Odori di alcol, di deodoranti grevi, di più grevi flatulenze, e soprattutto un’aria di solitudini come naufragi. Guido lavorava lì, con altri ragazzi. Per assicurare il minimo per la vita di quegli sperduti che approdano da chissà dove. Un sacco di stress, nessuna gratitudine. Poi uno di costoro lo ha aggredito, lo ha attaccato a un muro e stava per menarlo, in preda all’alcol. E allora Guido ha mollato, non ce la faceva più. Il welfare sono anche storie in cui non si riesce a fare quasi niente di utile, o così pare. E il welfare sono quei simpatici signori e quelle dame della San Vincenzo de Paoli. Quelli che te li immagini come stoccafissi o vecchie beghine, tanto da esser diventati un modo di dire irrispettoso. E che ora, invece, di fronte ai dati dell’UNESCO sul tasso di analfabetismo nel mondo (sei milioni di persone in Italia!) hanno deciso di rimboccarsi le maniche e sottrarre un po’ di questi a un destino certo difficile. Ed è quel signore di Napoli, di cui mi raccontava il mio amico Tonino, lui che ha quella faccia da napoletano concentrato e pensoso. Quel tizio s’era indebitato troppo per riuscire a fare il funerale al fratello. Era entrato in una spirale di debiti da cui non riusciva a uscire. E allora raccontava d’essere un uomo mmuorto, proprio di essersi visto steso a terra mmuorto. Finché gli amici di Tonino che lo hanno aiutato, un’iniziativa di cattolici nel suo difficile quartiere, lo hanno tirato fuori da quel guaio. E lui si è sentito come uno chiamato in vita da un “angelo” che gli ha detto: «Lello! Tirati su…» E quando penso a welfare penso a uno dei ragazzi di don Benzi che un giorno mi raccontava della loro opera di raccolta delle prostitute dalle strade. Le ospitavano in case che ne favorissero l’uscita dal “giro” e la rimessa in gioco in esperienze di lavoro. Case di accoglienza. Un intervento su una piaga enorme della società, al di là dei risvolti morali. Eppure, mi raccontava il ragazzo, l’amministrazione della Regione in cui si trovavano a operare con buoni risultati, se così si può dire, non ne voleva sapere di mettere a convenzione certe cose. La loro attività, il fatto che quelle ragazze trovassero riparo e possibilità di ripartire in case, accolte con altre persone, non era previsto dalla legge. Dunque per la Regione non esistevano. Spero si siano corretti. E infine quando penso a welfare penso a mio nonno Nino, seduto al bar davanti alla stazione di Forlì. Era l’epoca in cui anche nelle province italiane incominciavano a comparire i primi vu’ cumpra’. Un amico di Faenza, per modo di dire, racconta che quando comparve il primo in piazza «lo andammo a vedere con la classe», tanto sembrava esotico il fenomeno. Però Nino, immerso nei suoi pensieri che lo riportavano spesso ai suoi vent’anni passati a lavorare in Africa, ogni volta che un coloured passava dalle parti del suo tavolino lo invitava e gli offriva una birra o qualcosa da bere. Non gli stavano propriamente simpatici, e aveva alcune idee precise sul loro conto, ma li prendeva a bere al suo tavolo. Non so se era welfare, o come si possa chiamare. So che era Italia.
Approfondimento. Galleria welfare. Ovvero da quale malinconia nasce il suddetto
di Davide Rondoni / Direttore del Centro di poesia contemporanea, Università degli Studi di Bologna
Nello stesso numero
-
Editoriale. Punti di svolta
di Redazione
-
Il welfare in una società post-hobbesiana
di Pierpaolo Donati
-
Welfare: un modello da ripensare
di Elio Borgonovi
-
America! America! Il welfare nel nuovo mondo
di Massimo Gaggi
-
Un “Piano” per riprendere il futuro nelle nostre mani
di Charles Murray
-
La pensione, i sussidi dello Stato e la Bibbia
di Marvin Olasky
-
Sussidiarietà versus equità? Un mito da sfatare
di Ignazio Musu, Luca Antonini
-
Un New Deal per l’Europa
di Dario Velo
-
Sistema sanitario e libertà di scelta
di Piero Micossi
-
Il sistema pensionistico tra due governi
di Giuliano Cazzola
-
Faccia a faccia. È possibile un punto di incontro?
di Roberto Formigoni, Francesco Rutelli
-
Forum. Mondo del lavoro e nuovo welfare
di Luigi Angeletti, Raffaele Bonanni e Guglielmo Epifani
-
Approfondimento. Welfare, Costituzione e regionalismo
di Lorenza Violini
-
Approfondimento. Quando il mercato è veramente libero
di Antonio Quaglio