Quadrimestrale di cultura civile

Il sistema pensionistico tra due governi

di Giuliano Cazzola / Diritto della Previdenza sociale, Università degli Studi di Bologna

La riforma Maroni e i suoi punti deboli

Con l’insediamento del governo Prodi è probabile che ci sia da aspettarsi che non solo la legge Biagi, ma anche la materia delle pensioni vengano ampiamente rivisitate. È una previsione facile da fare, se si considerano i tanti elementi che concorrono in direzione di una modifica, a partire da quanto è indicato, in maniera precisa e dettagliata, nel programma elettorale dell’Unione. In primo luogo, vi sono rivalse politiche: la riforma Maroni (legge n. 243/2004) non è odiata al pari della legge Biagi, ma rappresenta pur sempre uno dei punti principali della politica economica e sociale del governo Berlusconi, contro il quale si è esercitata una forte opposizione a livello politico e sindacale. La legge, poi, presta oggettivamente il fianco a critiche non completamente infondate (come sono invece quelle rivolte alla legge Biagi). È fin troppo ovvio, infatti, che, con l’avvicinarsi della scadenza del 31 dicembre 2007, qualunque governo si sarebbe posto il problema di come addolcire lo “scalone” tra i 57 e i 60 anni, riferiti all’età pensionabile minima per accedere al pensionamento anticipato. La riforma previdenziale del centrodestra ha certamente dei meriti, apprezzati in sede europea ed internazionale; a regime (intorno al 2013) realizzerà risparmi nell’ordine di circa nove miliardi di euro all’anno che consentiranno di addolcire la curva, riducendo dello 0,6% del Pil la spesa pensionistica al momento del suo picco, verso il 2030. Rimane, però, il marchio di un’impostazione schizofrenica che non potrà non creare dei problemi. Pur riconoscendo che non sarebbe stato facile, anche sul piano tecnico, adottare altre soluzioni, l’esperienza sta incominciando a dimostrare che non ha avuto molto senso accostare due differenti politiche. Prima della fatidica notte di S. Silvestro del 2007 sarà ancora in vigore un sistema di ricche incentivazioni contributive e fiscali per i lavoratori che scegliessero di ritardare il pensionamento di anzianità; dopo quella data vi sarà un inasprimento repentino e secco dell’età di pensionamento. Della prima opportunità hanno usufruito, in particolar modo, non solo i dipendenti con retribuzioni più elevate (sia pure in un contesto di opzioni riguardanti anche i percettori di salari più bassi), ma anche, in notevole misura, persone che sarebbero restate comunque al lavoro pur in mancanza di agevolazioni. Nel suo programma l’Unione dichiara (magari un pò confusamente) di voler affrontare la questione ripristinando l’impianto del pensionamento flessibile previsto nel sistema contributivo (da 57 a 65 anni moltiplicando, ai fini del calcolo della prestazione, il montante accreditato per dei coefficienti di trasformazione legati – con correttivo attuariale e revisione decennale – all’età anagrafica all’atto della quiescenza). Sarebbe un guaio, però, se il governo Prodi si accontentasse solamente di ripristinare una normativa chiaramente inadeguata (quanto ai limiti d’età) che ha permesso, in un decennio, a 2,5 milioni di italiani di andarsene in pensione poco più che cinquantenni. Pur addivenendo a una modifica della legge n. 243/2004, è fondamentale che l’Unione non rinunci a un adeguamento dell’età pensionabile (uno dei più importanti parametri per l’equilibrio e l’equità di un sistema pubblico a ripartizione) rispetto all’allungamento dell’aspettativa di vita, constatato e atteso. Se venisse completamente vanificato l’effetto dell’innalzamento dell’età effettiva per la pensione, la riforma del 2004 perderebbe gran parte del suo valore, tanto da indurre un drastico cambiamento dell’attuale giudizio positivo espresso dagli osservatori europei e internazionali. Dal vertice di Barcellona 2001 in poi, l’UE non cessa di raccomandare un maggior rigore nella previdenza a partire proprio dal parametro dell’età. Bruxelles accetterebbe, pertanto, una modifica del riordino del 2004, che fosse rivolta a “spalmare” il gradino dai 57 ai 60 anni lungo un arco temporale più lungo, anziché confermarne l’entrata in vigore nel 2008. Alla luce di come sono state giudicate le riforme adottate negli ultimi anni da altri Paesi (Austria, Francia, Germania, Grecia), all’Unione Europea interessa maggiormente il raggiungimento di un miglior equilibrio, o di uno squilibrio meno grave, entro un ragionevole numero di anni (in particolare al momento del picco della spesa), piuttosto che il momento del “grande balzo avanti” sia necessariamente fissato all’inizio del 2008.

L’atteggiamento del nuovo governo

Ci sono, dunque, dei margini per modificare, relativamente agli aspetti più critici della previdenza obbligatoria, la legge n. 243/2004 (una delega attuata, peraltro, solo in misura assai modesta) senza tirarsi addosso la delusione delle agenzie di rating internazionali. Ma riuscirà davvero la coalizione di Romano Prodi a non spezzare del tutto l’esile filo del riformismo in materia di pensioni? Si tratta di un riformismo necessario per l’equilibrio dei conti pubblici e per garantire un minimo di equità intergenerazionale, indispensabile a mantenere e a legittimare un sistema pensionistico finanziato a ripartizione, ma anche propedeutico alla costruzione di un nuovo modello di solidarietà, che è da tutti ritenuto indispensabile, e per la realizzazione del quale non è eludibile la questione di una migliore allocazione delle risorse (oggi requisite dalle pensioni) secondo una logica necessariamente redistributiva. Leggendo il programma è inevitabile un certo scetticismo. Certo, le indicazioni della Casa delle Libertà non erano migliori. Non avrebbe avuto senso, infatti, investire almeno cinque miliardi all’anno per portare a ottocento euro mensili i trattamenti minimi degli ultrasettantenni in precarie condizioni di reddito. Ne avrebbero tratto beneficio 2,3 milioni di pensionati, ma si sarebbero aperte contraddizioni insanabili rispetto agli anziani che, solo grazie ai propri versamenti e senza interventi da parte dello Stato, percepiscono circa mille euro mensili. Il programma dell’Unione contiene aspetti a dir poco inquietanti, incentrati sull’attribuzione di un primato assoluto del sistema pubblico (per la sinistra l’INPS continua ad essere una sorta di Lourdes del welfare). Questo alla faccia di tutte le teorie, che si pensavano acquisite in via definitiva, volte a costruire, nell’immediato futuro, un sistema misto tra una prevalente copertura pubblica e un pilastro, più esile ma ugualmente solido, privato a capitalizzazione. Grazie al conferimento del tfr come principale fonte di finanziamento della previdenza complementare, si sarebbe così assicurato ai pensionati di domani (che andranno pure in pensione più tardi, con beneficio anche per la qualità dei loro assegni) un trattamento adeguato e sostanzialmente equipollente a quanto i pensionati di ieri e di oggi hanno ricevuto grazie al solo regime obbligatorio. Per una congrua partecipazione del secondo pilastro al trattamento complessivo, che garantisca un tasso di sostituzione intorno al 16-17% dell’ultima retribuzione, è necessario finanziare la propria posizione individuale nel fondo con un contributo almeno del 9,25%, comprensivo del tfr e di quote aggiuntive di retribuzione. Ecco perché è indispensabile il tfr per fornire alla previdenza complementare una “massa critica” sufficiente, senza incrementare il costo del lavoro in modo insostenibile; operazione questa, che da noi non è ancora riuscita.

Un compromesso a scapito della sussidiarietà

La dismissione del tfr maturando e il suo conferimento alle forme di previdenza complementare sono tra i “pezzi forti” della riforma del 2004 che hanno avuto puntuale attenzione nel decreto delegato, nonostante la sua entrata in vigore, a causa dei contrasti emersi nella ex maggioranza, sia slittata al 2008. Nel decreto è sancito il diritto del lavoratore di destinare la propria liquidazione alla forma di previdenza complementare, individuale o collettiva, che preferisce. Il lavoratore può anche mantenere l’attuale regime del tfr presso l’azienda. Nel caso in cui l’interessato rimanga inattivo, scatta la procedura del silenzio assenso e la rata di liquidazione maturanda viene conferita al fondo operante nella sua azienda o, in ultima istanza, a una gestione residuale presso l’INPS. Come interviene il programma dell’Unione in questa materia? Occorre fare un passo indietro. È noto che nell’elaborare il decreto delegato il governo Berlusconi aveva fatto ampie concessioni alle parti sociali che volevano favorire i fondi negoziali, in barba al principio di par condicio tra le diverse tipologie (fondi chiusi, aperti, piani individuali) previsto dalla legge delega. Nel programma del centrosinistra, ovviamente, la linea a favore di un sostanziale monopolio sindacale viene rafforzata. Ma c’è di più. Prodi e l’ala riformista della coalizione hanno dovuto mediare con i settori radicali vetero e neo comunisti, ostili alla previdenza privata che, a loro avviso, è un funesto prodotto del capitalismo. Ne è uscito, perciò, uno strano compromesso, in forza del quale viene assegnata all’INPS una vera e propria regia dell’intero sistema, rafforzando il ruolo della gestione in cui confluiscono le liquidazioni non optate, come fondo di riserva finalizzato alla copertura della fase critica del sistema pubblico intorno, appunto, al 2030. È inoltre previsto che i lavoratori possano scegliere di destinare il tfr anche alla loro posizione individuale presso i regimi obbligatori al fine di incrementare la pensione pubblica. E la sussidiarietà? È pregata di ripassare un altro giorno: qui manet optime lo statalismo.

Sistema pensionistico e cuneo fiscale

Nel bel mezzo di un percorso restauratore in materia di previdenza è arrivata la proposta di Romano Prodi riguardante il taglio di cinque punti del cuneo contributivo. Si tratta di una promessa invero assai temeraria, che va ben al di là delle compatibilità di bilancio e delle sopravvenienti difficoltà d’ordine politico. La proposta, se avrà un seguito, è destinata a creare problemi al sistema pensionistico e all’impianto fondamentale della riforma Dini, a cui la sinistra politica e sindacale ha voluto costruire un altarino. Vediamo perché. Secondo l’Unione, l’operazione “taglio del cuneo” costa 9,6 miliardi di euro (in realtà sono almeno 11,3). Insieme a un generico recupero dell’evasione fiscale, all’armonizzazione delle aliquote contributive, alla revisione degli sgravi e delle cosiddette sottocontribuzioni (ovvero delle agevolazioni riconosciute ai settori e alle aree svantaggiate e a particolari rapporti di lavoro), la “madre di tutte le coperture” viene individuata nella cosiddetta tassazione delle rendite (la sinistra considera ancora il risparmio delle famiglie come “sterco del demonio”), che innalzerà l’attuale aliquota del 12,5% al 20%, se non addirittura al 23%, riducendo uniformemente al nuovo livello il prelievo sui conti correnti. Non è la prima volta che la coalizione di centrosinistra porta avanti questa tesi, che a suo tempo trovò sostenitori anche a destra. L’ultima occasione si è presentata l’estate scorsa, sotto l’influsso degli scandali finanziari, in occasione dell’ultima manovra di bilancio, quando la cosiddetta tassazione delle rendite costituì la proposta alternativa rispetto alla linea del governo. Analogo progetto era contenuto anche nelle tesi congressuali della CGIL, in cui, ed è solo una delle tante assonanze, stava scritto che «un allineamento parziale al 23% della tassazione delle rendite darebbe addizionali pari a 4,5 miliardi di euro». Prodi è più prudente, attribuendo alla misura un introito di 2-2,5 miliardi di euro. Ma proprio su questo ammontare “è cascato l’asino”: ha avuto buon gioco Giulio Tremonti nel sostenere che un gettito di tali dimensioni non può non implicare un intervento anche sullo stock dei titoli in possesso delle famiglie e dei risparmiatori. Incassato il “colpo d’incontro”, il fronte di centrosinistra dapprima ha negato, poi si è diviso; alla fine, ha dovuto precisare che sarà maggiorata la sola aliquota sui titoli di nuova emissione, che la tassa di successione sarà ripristinata solo per qualche riccastro, e che sui valori catastali ci si limiterà a una leggera spolveratina. Questa precisazione, oltre a non tranquillizzare, ha reso impraticabile la copertura della riduzione del costo del lavoro ipotizzata in precedenza. Esistono inoltre altri aspetti problematici, non ancora emersi con chiarezza. Si parla con troppa disinvoltura di armonizzazione delle aliquote previdenziali per tutte le tipologie di lavoro (dipendente, indipendente, atipico). Ne sono consapevoli le categorie interessate? Sarà pure vero che a quanti viene applicato il nuovo metodo contributivo sarà assicurato un montante più sostenuto per il calcolo di una pensione migliore; ma quando si alza l’asticella oltre misura (può un giovane “cocopro” versare un quarto del suo magro guadagno all’INPS?) è facile che si finisca per non tentare nemmeno il salto. Ma c’è di più. La proposta del taglio dei cinque punti deve necessariamente coinvolgere l’aliquota pensionistica perché è questa a “fare la differenza”. Così il centrosinistra metterà in crisi il cuore della riforma Dini del 1995, cioè la correlazione tra aliquota di finanziamento e aliquota di accredito. Nel lavoro dipendente, la prima è destinata a calare, per effetto, appunto, del “taglio”. Cosa accadrà alla seconda? Se essa si ridurrà in proporzione, vi saranno effetti negativi sul calcolo della prestazione; in caso contrario, dovrà sopperire la fiscalizzazione, facendo venir meno l’equilibrio tra quanto si versa e quanto si riceve. Consideriamo infine l’annunciata “potatura” degli sgravi e delle “sottocontribuzioni”: se ne parla come se fossero risorse marginali, dimenticate nell’Orto dei Miracoli, mentre si tratta di interventi per 11 miliardi l’anno, strutturali per alcuni settori dell’economia, come per esempio l’agricoltura e il Sud. Come farà Prodi, con i chiari di luna che si ritrova, a ribaltare situazioni delicate e consolidate, a cui fanno riferimento talune delle grandi corporazioni del centrosinistra? Non a caso, chiuse le urne, il Professore ha corretto il tiro annunciando che l’operazione taglio si farà “appena possibile”; non più, dunque, nei primi cento giorni.

La legge Biagi

Anche la legge Biagi è nel mirino della nuova maggioranza. La CGIL e i partiti della sinistra radicale, con l’appoggio dei superstiti del “Correntone”, non hanno tardato a chiedere “la prova d’amore”: la cancellazione della legge n. 30 del 2003, accusata di essere la “madre di tutte le precarietà”. Anche volendo negare l’evidenza che la nuova legislazione della flessibilità, dal 1997 a oggi (ovvero dal “pacchetto Treu” alla legge Biagi), abbia contribuito decisamente a sbloccare il mercato del lavoro e a determinare un sorprendente aumento dell’occupazione e una contrazione della disoccupazione; anche volendo assumere le analisi e i giudizi della sinistra radicale e della CGIL, che affermano che vi sia un eccesso di lavoro precario; anche pretendendo di inseguire la chimera del lavoro dipendente a tempo indeterminato come forma normale di impiego (si sono mai viste delle norme capaci di creare posti di lavoro effettivi a prescindere dall’incontro di volontà tra datore e lavoratore?), è possibile sostenere e dimostrare che la legge Biagi non ha alcuna reale responsabilità per la lamentata destrutturazione del mercato del lavoro. Al contrario, essa è intervenuta con l’obiettivo di correggere e di migliorare la situazione di una realtà spaccata in due, a causa della quale sulle giovani generazioni di occupati grava l’onere di dover sopportare e subire gran parte delle flessibilità di cui l’economia non può fare a meno. Come si materializza quella precarietà di cui tanto si parla? Quali sono, dunque, gli istituti a cui i datori di lavoro ricorrono per procurarsi la manodopera, in modo temporaneo e al di fuori di un rapporto carico di vincoli e di rigidità (in particolare la disciplina del licenziamento e un’aliquota previdenziale quasi proibitiva pari a un terzo dell’intera retribuzione)? Le fattispecie contrattuali che connotano, in grande prevalenza, il lavoro temporaneo sono essenzialmente tre: le collaborazioni coordinate e continuative, i contratti a termine, il lavoro interinale. Sia chiaro: anche queste tipologie hanno consentito di riavviare il mercato del lavoro e di conseguire risultati importanti nel nostro Paese. Ma è a esse che si fa ricorso in alternativa al lavoro dipendente a tempo indeterminato, che la sinistra vorrebbe divenisse «la normale forma di lavoro e di assunzione per l’ordinaria attività di impresa». I rapporti “di nicchia” (come il job sharing, lo staff leasing, il job call), da abolire secondo la sinistra, costituiscono delle opportunità per i lavoratori e le lavoratrici piuttosto che dei limiti, tanto che le imprese non si sbracciano certo nell’avvalersene. Ma che cosa c’entra la legge Biagi con le tipologie citate? Le collaborazioni sono esplose dopo che la legge Dini sulle pensioni, nel 1995, istituì una gestione previdenziale obbligatoria anche per queste figure. La legge Biagi ha cercato di ridimensionare il fenomeno, separando, con il contratto a progetto, le collaborazioni reali da quelle fittizie, che, se accertate, sono automaticamente ricondotte a fattispecie del lavoro dipendente. Quanto ai contratti a termine, essi si fondano su una direttiva europea recepita dal Parlamento sulla base di un avviso comune delle parti sociali. Il lavoro interinale è stato istituito, meritoriamente, dal “pacchetto Treu”. Riguardo agli ammortizzatori sociali, oggi rivendicati a gran voce, ricordiamo che nel corso della legislatura terminata nel 2001, nella quale il centrosinistra aveva la maggioranza, fu approvata persino una legge delega di riforma del settore, a cui non venne mai data attuazione. Infine, è bene ripetere che i posti fissi non nascono a colpi di norme, ma dalle performance economiche e dall’incontro delle volontà del datore e del lavoratore.

Sinistra e “modello danese”

Sempre attenta a quanto accade nell’Europa del Nord, il solo posto al mondo in cui convivono felicemente un’alta pressione fiscale (con sistemi di welfare pubblici pesanti) e un discreto sviluppo economico, la sinistra ha scoperto nei mesi scorsi il modello danese della flexicurity, un nuovo fantasma “sarchiaponesco” che si aggira per l’Europa, ma che è indicato dalla letteratura europea come “buona pratica”. Si tratta della combinazione tra la flessibilità del mercato del lavoro e la sicurezza sociale dei dipendenti. La flexicurity consiste sostanzialmente nella capacità delle istituzioni preposte di svolgere una politica attiva del lavoro. Il ragionamento è semplice: su cento persone che perdono il posto e che ricevono per il periodo corrispettivo i sussidi di disoccupazione, ottanta lo ritrovano in maniera autonoma mentre venti devono rivolgersi al sistema delle politiche attive per essere sostenuti nel loro eventuale reinserimento nel mondo del lavoro, mediante corsi di riqualificazione, job training, etc. È bene ricordare, però, che questa impostazione coesiste con un alto livello di mobilità, dovuto alla scarsa protezione del posto di lavoro. L’aiuto offerto dal settore pubblico ai lavoratori in difficoltà a trovare un’occupazione, per cui occorrono istituzioni efficienti, prevede vari programmi di istruzione e addestramento professionale per la riqualificazione e la rimotivazione del soggetto al reinserimento nel lavoro. È il classico welfare to work, l’idea forte del progetto di Marco Biagi. La cultura di una certa sinistra, in Italia, è rimasta invece abbarbicata al posto di lavoro anche quando è finto e improduttivo. E del modello danese si parla solo nei salotti.