Quadrimestrale di cultura civile

America! America! Il welfare nel nuovo mondo

di Massimo Gaggi / Inviato de 'Il corriere della sera' negli Stati Uniti

Quanto tempo dovrà passare prima che i Paesi europei incomincino a discutere in modo concreto sulla necessaria revisione degli attuali sistemi di welfare? La materia è politicamente e socialmente scottante, ma i governi chiamati a esercitare la leadership in un’era di rapido mutamento non possono ignorare che il sistema di copertura previdenziale e assistenziale concepito in Europa a metà del secolo scorso (e addirittura settant’anni fa negli USA), non solo sta diventando sempre più insostenibile sul piano finanziario, ma risponde anche sempre meno ai bisogni di una società in rapida evoluzione. L’inerzia dei governi dell’UE, come pure lo scarso spessore del dibattito culturale su questi temi, colpiscono soprattutto se li paragoniamo all’attivismo che si registra negli Stati Uniti. Intendiamoci: riforme decisive non sono state fin qui varate nemmeno a Washington, ma la Social Security, che offre ai pensionati assegni molto meno generosi di quelli elargiti in Europa e che non rischia squilibri gravi almeno fino al 2040, è da tempo in discussione, e Bush ha cercato (per ora invano) di trasformarla. Anche sul terreno dell’assistenza ai ceti più disagiati e a chi perde il lavoro è in corso una riflessione, mentre nel campo della sanità la ricerca di correttivi al sistema non ha dato risultati significativi. Le iniziative di Bush non rappresentano di certo un modello e l’America ha di fronte problemi in parte diversi da quelli dell’Europa: la sua sanità privata lascia quarantacinque milioni di cittadini privi di qualunque copertura, costa molto più di quella pubblica europea e ha uno standard qualitativo insoddisfacente; la rete di sicurezza per chi perde il lavoro esiste anche negli Usa, ma è concepita come un incentivo a trovare rapidamente un nuovo impiego, non è un assegno di disoccupazione a tempo più o meno indeterminato; la previdenza pubblica per ora tiene (la voragine si aprirà solo tra qualche decennio), mentre quella privata, gestita dai grandi gruppi finanziari e industriali – dalla General Motors alle compagnie aeree – versa spesso in condizioni fallimentari. Il welfare finanziato integralmente dallo Stato viene percepito in Europa come una realtà ormai consolidata, una conquista che è difficile anche solo rimettere in discussione. Con la conseguenza che – per citare me stesso ne La fine del ceto medio, il libro che ho scritto con Edoardo Narduzzi e che è stato pubblicato qualche mese fa da Einaudi – «da anni l’Europa convive con ogni cambiamento in una postura difensiva, quasi di arroccamento puro. Tutto ciò che implica innovazione, soprattutto sociale, si traduce, nel modo di agire dell’UE, in fibrillazione timorosa, in inseguimento di pericolosi fantasmi tacciati di mettere in pericolo l’equilibrio raggiunto, in roboanti levate di scudi politiche spesso camuffate sotto le vesti di nuovi partiti. Globalizzazione, immigrazione, innovazione tecnologica, “distruzione creativa” dello status quo industriale per generare nuovo e maggiore valore: tutto rappresenta un problema quasi insormontabile per i cittadini e i governanti del Vecchio Continente». Anche nell’America di Bush non mancano di certo le resistenze al cambiamento: il Congresso ha bocciato la riforma della Social Security, è diviso sulla regolarizzazione degli undici milioni di immigrati clandestini che lavorano nel Paese, mentre lo stesso Presidente in campo sanitario ha proposto – e in parte varato – misure contraddittorie. Da un lato Bush ha tentato di dare sostanza alla sua filosofia della ownership society: il tentativo di costruire un “uomo nuovo”, non più seguito dallo Stato dalla culla alla tomba con una politica assistenziale e previdenziale pubblica, ma che si fa padrone del suo destino, divenendo proprietario e gestore delle sue polizze assicurative. D’altro canto, però, Bush ha continuato a dilatare la spesa pubblica, soprattutto in campo sanitario (allargando ad esempio a tutti gli anziani la platea degli aventi diritto ai medicinali pagati dallo Stato), guadagnandosi il beffardo soprannome di Franklin Delano Bush, affibbiatogli dai neoconservatori rigoristi del Cato Insistute, con evidente riferimento a Roosevelt, il presidente che negli anni Trenta pose le basi del welfare americano. Nemmeno l’America, insomma, è senza peccato. Va però detto che Washington ha finora mantenuto i problemi (salvo, forse, quello della sanità) entro dimensioni gestibili. L’assorbimento degli immigrati nella società americana avviene, per esempio, in modo molto meno traumatico rispetto all’Europa, e le esitazioni del Parlamento davanti al nodo della regolarizzazione dei clandestini si spiegano col fatto che con la sanatoria (che, comunque, arriverà) milioni di lavoratori riceveranno non un semplice permesso di soggiorno (come avviene in Europa e, soprattutto, in Italia), ma la piena cittadinanza americana. Quanto alle pensioni, il sistema per ora è in equilibrio: va corretto perché fra trent’anni registrerà un disavanzo, ma anche in assenza di interventi il “buco” non dovrebbe superare lo 0,8% del reddito nazionale. Un deficit così limitato per l’Europa – e per l’Italia, in modo particolare – è solo un sogno. Il tentativo di Bush di avviare una progressiva trasformazione delle pensioni erogate dallo Stato in un sistema di polizze assicurative private gestite dai singoli assicurati è stato bloccato dal Parlamento (che teme di irritare i cittadini-votanti a pochi mesi dalle elezioni “di mezzo termine”, a novembre). Difficilmente la situazione si sbloccherà prima della fine del mandato di Bush, un presidente che continua a perdere consensi, che è sotto costante attacco democratico e viene ormai trattato con freddezza da buona parte del suo stesso partito. Il dibattito sul welfare non è tuttavia stato inutile: gli stessi democratici si rendono ormai conto che è giunto il momento di intervenire. E le proposte non mancano di certo. In materia di tutela del mercato del lavoro, la cui necessaria flessibilità è pagata a caro prezzo, soprattutto da centinaia di migliaia di dipendenti dei settori manifatturieri in crisi e dei servizi, ceduti in outsourcing a società asiatiche, la proposta più innovativa è venuta da Robert Shiller. L’economista di Yale, il guru che nel best seller Euforia irrazionale (pubblicato nel 2000, al culmine del boom della Borsa) delineò con notevole precisione quello che sarebbe successo di lì a pochi mesi, ha proposto nel suo lavoro più recente (Il nuovo ordine finanziario) di proteggere i lavoratori dai rischi di una disoccupazione improvvisa non con l’assistenza pubblica, ma con strumenti assicurativi privati. L’idea di andare a cercare a Wall Street il salvagente per un rischio sociale fa storcere il naso a molti. Il «Washington Post», ad esempio, definisce il progetto di Shiller «una piacevole utopia». L’idea non può però essere archiviata come uno stratagemma dei conservatori: Shiller è un progressista e, del resto, il primo a proporre, anni fa, un meccanismo di “assicurazione sul salario” fu Robert Litan della Brookings Institution, il più autorevole tra i “pensatoi” liberal di Washington. Anche un altro mensile progressista, «The Atlantic», cavalca la proposta di Shiller: «Può sembrare ironico che i mercati finanziari - considerati da molti amorali, se non addirittura immorali – offrano soluzioni per alcuni dei problemi che pensatori socialisti e utopisti hanno affrontato con poco successo per secoli. Ma, per quanto la livelihood insurance possa sembrare una suggestione finanziaria, le nuove tecniche di gestione dei dati e dei rischi fanno sì che una nuova visione della società, nella quale la gente viene protetta con strumenti assicurativi dall’impatto degli shock economici, non sia più fuori dalla realtà». Certo, sono rivoluzioni di grande impatto anche psicologico, che fanno tremare i polsi. Ma chi riesce a ragionare a sangue freddo si rende conto che lo strumento assicurativo è più flessibile e risponde meglio alle esigenze attuali, rispetto al vecchio modello centrato sull’assegno statale per il disoccupato: un’assicurazione può infatti proteggere non solo dalla perdita del lavoro, ma anche da un suo eventuale “declassamento”, da una riduzione del reddito o, addirittura, da un’imprevedibile perdita di valore del titolo di studio. Quanto a previdenza e sanità, le proposte più radicali, quelle che innescano i dibattiti più accesi, vengono dal fronte conservatore. C’è chi, come Marvin Olasky, considera addirittura l’innalzamento dell’età minima per la pensione da sessantacinque a settant’anni non come una necessità imposta da fattori demografici, ma come un dovere etico-religioso («se una persona anziana è ancora in buona salute, perché dovrebbe smettere di utilizzare, anche sul piano occupazionale, i talenti che Dio gli ha donato?»). Una proposta ugualmente drastica, ma basata su un’analisi sociale che guarda lontano, viene da Charles Murray, celebre politologo dell’American Enterprise Institute, quartier generale della corporate America e culla del pensiero neocon. Murray propone di ridistribuire le tasse raccolte dai contribuenti non più sotto forma di pensioni e benefici sanitari per i poveri e gli anziani, ma erogando un assegno annuale di 10.000 dollari a tutti i cittadini americani adulti (di età superiore ai ventun anni) che non siano sottoposti a pene detentive. A prima vista si tratta di una pura provocazione: il suo stesso promotore elenca una serie di ostacoli che paiono insormontabili, a partire da quelli di tipo finanziario. Se dovesse applicare oggi il “Piano” di Murray, infatti, il governo di Washington dovrebbe spendere ben 355 miliardi di dollari in più di quello che già eroga per pensioni e sanità. Il punto, però, è che i costi del welfare attuale sono in continua e rapidissima crescita: ben presto saranno insostenibili. E già a partire dal 2011 supereranno quelli della proposta del politologo dell’AEI. Nel lungo periodo, insomma, con la ricetta di Murray si dovrebbe risparmiare. Non è detto che funzionerebbe, anche perché l’aumento della spesa sanitaria insegue un’impennata dei costi delle strutture mediche che probabilmente non potrebbe essere fronteggiato con un assegno standard: non solo uguale per tutti ma anche “bloccato” a quota 10.000 dollari per un buon numero di anni. La proposta, inserita da Murray in In our hands: A Plan to Replace the Welfare State, un saggio appena pubblicato dalla casa editrice dell’AEI, ha però almeno due meriti: da un lato crea le premesse per sviluppare un’alleanza tra i sottoscrittori di polizze, creando una vasta platea di cittadini accomunati dalle stessa disponibilità finanziarie, che potrebbero unire le loro forze per ottenere condizioni migliori dalle società assicurative; dall’altro apre la strada a un sistema più flessibile che copre di meno ma, forse, “spreca” anche di meno. In passato la scarsità delle risorse ha sempre costretto l’uomo, anche nelle società più avanzate, a combattere per la sopravvivenza. Obiettivo garantito, nell’epoca del welfare, da una costosa burocrazia pubblica che ha distribuito in modo inefficiente benefici previdenziali e sanitari. Un’organizzazione che ha prodotto, insieme, sicurezza e sprechi: questi ultimi erano tollerati come inevitabile pedaggio per conseguire l’obiettivo primario. Ma oggi la società “opulenta”, quella nella quale prevalgono le famiglie che hanno accumulato un considerevole patrimonio finanziario e immobiliare che funziona da cuscinetto quando i redditi da lavoro si assottigliano, è ancora in questa condizione? L’America che, nonostante lo scarso risparmio delle famiglie, è zeppa di liquidità, deve per forza trarre solo dalle esangui casse statali le risorse per garantire un livello accettabile di protezione sociale? La proposta di Murray apre un orizzonte diverso: il cittadino può scegliere come usare quei 10.000 dollari (solo 3.000 dei quali sarebbero vincolati all’acquisto di una polizza sanitaria), è chiamato a una maggiore responsabilità personale (se non risparmia per la vecchiaia nessuno correrà in suo aiuto fra venti o trent’anni). La gestione delle risorse passerebbe dalle mani del governo a quelle della gente, individui o gruppi. È una sfida temeraria: aumentare immensamente la spesa oggi promettendo risparmi che arriveranno – se arriveranno – tra una decina d’anni, non è una gran ricetta in tempi di deficit galoppante. Lo stesso Murray si chiede se la gente sia disposta ad accettare che lo Stato si spogli dalla responsabilità di provvedere ai bisogni umani che sono alla base del sistema di welfare. Responsabilizzare gli individui è certo una scelta potenzialmente virtuosa, educativa anche per i giovani, ma i risultati fin qui conseguiti dai piani pensionistici privati introdotti qualche anno fa, i cosiddetti “401 K”, non sono stati incoraggianti: molta gente ha sbagliato le strategie d’investimento e si è ritrovata, al momento di andare in pensione, con assegni assai più ridotti di quelli promessi. Tuttavia, se lo strumento radicale proposto da Murray – personaggio non nuovo a provocazioni e ad analisi controverse, come quelle sul rapporto tra razze e intelligenza contenute ne La curva Bell, uno studio del 1994 – difficilmente potrà essere utilizzato, i problemi sollevati dal politologo americano sono quelli con i quali il governo USA, come del resto i governi europei, dovranno confrontarsi nei prossimi anni.