Quadrimestrale di cultura civile

Editoriale. Punti di svolta

di Redazione /

Domandarsi come si organizzano gli interventi nel welfare, quelli che permettono cioè un miglior benessere delle persone nella sanità, nell’assistenza, nell’istruzione, nella previdenza, nel mercato del lavoro, prima ancora che riguardare strategie di governo, mette innanzitutto in discussione il rapporto tra persona, società e Stato, così come si è andato a configurare nella modernità. Lo afferma con chiarezza Donati quando ricorda che lo Stato moderno e il suo sistema di welfare nascono dalla soluzione hobbesiana dell’ordine sociale, una soluzione obsoleta in quanto legata a una concezione di benessere puramente materiale, utilitaristico e individuale. Quella necessaria oggi è piuttosto una concezione di benessere relazionale, non eticamente indifferente, ma eticamente qualificata, tale da superare, afferma Borgonovi, un’impostazione in parte “limitante” l’autonomia di scelta dei singoli cittadini o dei gruppi, le crescenti difficoltà nel sostenere il peso economico degli interventi tramite la fiscalità e i limitati livelli di efficienza nella gestione diretta di alcuni servizi. Occorre quindi avere il coraggio di ripensare in modo profondo e radicale all’impostazione del welfare. Purtroppo, aggiunge Gaggi, colpiscono l’inerzia dei governi dell’UE e lo scarso spessore del dibattito culturale su questi temi nel nostro continente, soprattutto se li paragoniamo all’attivismo che si registra negli Stati Uniti. Non sono tanto le riforme realmente attuate o la situazione di grande disuguaglianza a marcare questa differenza. È piuttosto la vivacità del dibattito culturale che colpisce. Esempi significativi di tale dibattito sono gli interventi di Olasky e Murray contenuti in questo numero di «Atlantide». Marvin Olasky, per superare molti aspetti assistenzialistici del sistema del welfare, propone in modo provocatorio di innalzare l’età minima di pensionamento da sessantacinque a settant’anni come un dovere etico-religioso («se una persona anziana è ancora in buona salute, perché dovrebbe smettere di utilizzare, anche sul piano occupazionale, i talenti che Dio gli ha donato?»). Charles Murray, celebre politologo dell’American Enterprise Institute, quartier generale della corporate America e culla del pensiero neocon, propone invece di ridistribuire le tasse raccolte dai contribuenti erogando un assegno annuale di 10.000 dollari a tutti i cittadini americani con più di ventun anni, non sottoposti a pene detentive. La gestione delle risorse passerebbe dalle mani del governo a quelle delle persone o dei gruppi. Sono proposte in qualche modo avveniristiche e provocatorie, che hanno però il merito di superare il piccolo cabotaggio. A fronte di questi scenari qual è la situazione del dibattito italiano? Esiste oggi un generico consenso verso una maggior responsabilizzazione delle persone e dei gruppi sociali che prende impulso, nel segno della sussidiarietà, anche da persone di orientamenti molto differenti. Tale consenso è tuttavia piuttosto variegato. Angeletti, segretario della UIL, afferma che la sussidiarietà riguarda strettamente i rapporti tra Stato e società, che da essa vengono regolati e definiti in modo tale da non creare squilibri e invadenze inopportune, garantendo così una reale coesione sociale basata anche sul giusto rapporto tra globale e locale. Epifani, segretario della CGIL, lega tale principio alla capacità di integrare le risorse, le esperienze, le capacità del pubblico e del privato per realizzare una rete di servizi qualificati nella quale si possa esprimere anche la possibilità di scelta del cittadino. Bonanni, segretario della CISL, nella convinzione che lo Stato da solo non riesca a svolgere tutte le funzioni, concepisce la sussidiarietà in relazione all’importante contributo offerto alla crescita di tutta la comunità dai corpi intermedi, da una società che si autoorganizza, che produce efficienza, solidarietà e servizi. Rutelli, nell’intento di superare vecchie filosofie stataliste, la concepisce come un metodo sul quale si basano il confronto e la collaborazione tra i diversi livelli istituzionali, i settori sociali ed economici, secondo il criterio di un equo riconoscimento di diritti e doveri, una bilanciata attribuzione di funzioni e poteri, un’effettiva condivisione di responsabilità. Per questo, anche in un campo così cruciale, quale è quello dell’educazione, ritiene vada salvaguardato il diritto dei genitori di scegliere il progetto educativo ritenuto più adatto ai propri figli, purché lo Stato garantisca il rispetto di indirizzi generali e di standard uniformi sull’intero territorio nazionale. Formigoni infine individua nella sussidiarietà il vero nodo politico, il ponte che può far ripartire il dialogo tra i due poli, nella convinzione che essa sia l’attuazione nel concreto del primato della persona rispetto alle istituzioni e del primato della società civile rispetto al potere politico. Già da questi interventi si intravede quale sia il nodo ancora da sciogliere, perché lo slogan coniato da don Giussani vent’anni fa, «Più società, meno Stato», diventi criterio ideale e linea guida della convivenza. La questione latente è il superamento teorico e pratico dell’obiezione secondo cui libertà di scelta e sussidiarietà comportano il venir meno di un’uguaglianza di trattamento verso i meno abbienti. Tale obiezione, appare chiaro, è in realtà un cavallo di Troia per l’avvento di un liberismo selvaggio e di uno smantellamento del sistema di tutele per il cittadino. Qual è, allora, la preoccupazione che sta alla base delle obiezioni al cambiamento? Epifani a tale riguardo afferma che caratteristiche fondamentali per un rinnovato sistema di welfare dovrebbero continuare a essere l’universalità e l’esigibilità dei diritti sociali; Angeletti avverte che sussidiarietà non può diventare un alibi per chi dovrebbe far funzionare nel migliore dei modi la macchina statale e amministrativa; Bonanni invoca, per il nostro Paese, una rinnovata politica sociale a partire dalla definizione di nuovi livelli essenziali di assistenza sociale. Rutelli a fronte di tale tematiche ribadisce che il primo presupposto di una moderna politica sociale deve essere quello di assicurare a ciascuna persona, indipendentemente dal suo status sociale ed economico, uguale valore e uguali opportunità, spezzando il circolo vizioso della disuguaglianza e dell’esclusione. Formigoni afferma di non volere uno Stato minimo, che lascia soli gli individui in balia dei flutti del mercato, sottolineando che non c’è vero sviluppo senza solidarietà sociale, e che non può esserci competitività senza un moderno sistema di welfare society. È possibile sciogliere questo nodo? Questa sembra oggi la questione cruciale. Per rispondervi, Musu e Antonini mostrano con numerosi esempi che il mantenimento del modello tradizionale di welfare state in contesti radicalmente mutati rispetto a quelli d’origine determina, patologicamente, trappole della povertà, casi di solidarietà rovesciata e situazioni di disagio sociale, a danno delle fasce più deboli della popolazione. Velo, da parte sua, estende la questione al mondo produttivo affermando che, in Europa, anche le imprese private possono essere concepite come corpo intermedio, nel quadro di un ordine costituzionale fondato sulla sussidiarietà. Formigoni ancora ritiene che un’autentica libertà di scelta tra una pluralità di soggetti, pubblici o privati, possa permettere a una platea molto più ampia di persone di poter accedere ai servizi essenziali, grazie al contenimento dei costi e all’aumento della qualità. Rutelli individua la soluzione del dilemma nell’avvento di una maggiore concorrenza e di maggiori liberalizzazioni, così da contrastare le rendite monopolistiche e corporative. È la medesima direzione ipotizzata nel campo della sanità da Micossi, che esamina la possibilità di uscire dal monopolio creato nel 1978 adottando un sistema fondato su mutue e fondi integrativi, che aprano nuovi spazi all’autonomia di organizzazione della società, senza rinunciare all’universalità della protezione e all’uguaglianza nelle opportunità di accesso al servizio. Analoga indicazione emerge a riguardo del sistema pensionistico dall’intervento di Cazzola, che della recente riforma sottolinea il contributo prestato all’eliminazione di automatismi, diritti ingiustamente acquisiti, sistemi di clientele, sprechi. Tali indicazioni, tuttavia, non suggeriscono ancora linee operative chiare e condivise in molti campi. I sindacalisti, per esempio, per quanto riguarda la sanità sottolineano la necessità di una maggiore efficienza, universalità e diffusione dei servizi, mentre in campo pensionistico affermano il ruolo quasi istituzionale delle organizzazioni sindacali in materia di pensioni integrative. Il dibattito sulle liberalizzazioni, che concilino libera scelta e garanzie, esplode nel mercato del lavoro, ove la dialettica tra flessibilità e precarietà, all’interno delle stesse posizioni sindacali, è tutt’altro che risolto. Del resto, come dimostra Lorenza Violini, il tema “liberalizzazioni” è stato negli ultimi anni il principale argomento di discussione, in particolare tra Stato e Regioni, a riguardo della legislazione sul welfare. La riforma costituzionale del 2001 ha stabilito che allo Stato spetterebbe la determinazione dei cosiddetti «livelli essenziali delle prestazioni inerenti ai diritti civili e sociali», mentre le Regioni avrebbero la possibilità di sperimentare moduli organizzativi diversi. Tuttavia, la clausola sopra citata è stata utilizzata dallo Stato come base per intervenire normativamente in tutti i settori propri dell’attività statale, anche al di fuori dei servizi di welfare, adottando in alcuni campi, come quello sanitario, anche misure di tipo organizzativo. Tali misure non solo hanno limitato ulteriormente gli spazi di autonomia delle Regioni, ma hanno mortificato la possibilità di introdurre nel welfare riforme significative verso la libertà di scelta, la responsabilizzazione dei cittadini, la sussidiarietà. L’attuale controversa proposta di riforma del Titolo V della Costituzione ripone all’ordine del giorno la stessa questione. Dalle pagine di «Atlantide» quindi la “questione welfare” viene proposta come l’argomento del prossimo futuro, di tutta la nostra società. Infatti, come appare da molti interventi, il welfare è influenzato non solo dalle diverse teorie socioeconomiche, ma ancor più dalla visione che si ha della società nel suo insieme, dei valori su cui si fonda e, alla fine, dalla forma istituzionale che si vuole assuma lo Stato. Fondato sulla centralità della persona, anche il sistema di welfare diventa centrale per la stessa convivenza civile, non essendo riducibile a semplici norme tecniche. Non è senza significato che sia un poeta, Davide Rondoni, a sottolinearlo, con il suo racconto di persone in cui è sorto «quel supplemento di attenzione ai bisogni della persona che sempre occorre per svolgere un servizio sociale» e che non può essere ristretto o imposto da alcun mansionario. Dalle concezioni filosofico-antropologiche che ne stanno alla base, fino alle sue diverse attuazioni concrete, il welfare appare quindi il punto non più eludibile per il nostro Paese e per tutto il mondo occidentale. Ogni superficiale soluzione non può più bastare…