Quadrimestrale di cultura civile

L’educazione impossibile

di Salvatore Abbruzzese / Docente di Sociologia generale, Università degli Studi di Trento

Il declino dell’educazione

Si assiste da tempo ad una crescente difficoltà nella trasmissione di principi e valutazioni della realtà capaci di imporsi come norme. È in discussione la possibilità stessa che i principi etici e morali possano essere presenti nella cultura e possano giocare un ruolo al suo interno. Questo mesto tramonto dell’universo normativo avviene in nome del primato dell’etica della situazione e della morale delle circostanze; in questo senso esso è il frutto tardivo del relativismo culturale. Questo implica il venir meno delle culture, intese come scommessa razionale delle singole società sulla realtà; la cultura si riduce ad una pura espressione identitaria, in qualche modo già autogiustificata e sufficiente a se stessa, priva cioè di ragioni che le diano una pretesa oggettiva, e quindi universale. Educare sembra così un atto di arroganza, una pretesa ingiustificata (come si può educare a qualcosa che è relativo?), così come sembra assolutamente esagerata la pretesa di una formazione che voglia andare al di là del semplice prendere atto di quanto è già stato prodotto. La crisi dell’autorità è quindi direttamente conseguente ad un tale venir meno di principi e norme che rivendichino la pretesa di orientare nella realtà. È questo il motivo per cui non solo nelle aule, ma anche nelle famiglie stesse e, più in generale, nell’intera società, si fa fatica a dire la verità sulla realtà, cioè si fa fatica ad educare. Il relativismo culturale che da oltre cinquant’anni caratterizza la cultura europea, inducendo a ritenere quest’ultima come sostanzialmente incapace di dire alcunché sul piano dei principi, è il primo responsabile di una tale perdita di legittimità del rapporto educativo. Facendo della cultura l’espressione circostanziata e parziale di una singola società, quando non addirittura di un singolo gruppo sociale, il relativismo ha agito in due direzioni tra loro correlate: da un lato, ritenendo ogni cultura strutturalmente inabilitata a dire alcunché sulla realtà presente, le ha tolto ogni dignità normativa, devitalizzandola; dall’altro ha ridotto la capacità operativa dei principi normativi. Principi morali e universi culturali non conducono affatto alla verità né alla realtà, ma restano espressioni parziali, punti di vista comunque limitati dinanzi ad una realtà sempre mutevole. È sempre più difficile pensare a principi ed a norme capaci di oltrepassare il contingente e l’immediato. Il primato della morale della situazione liquida le ragioni stesse del rapporto educativo. Se la realtà è sempre in costante mutamento, se le regole cambiano perché mutano i contesti, che cosa si può dire? Alla base del silenzio educativo della scuola e della famiglia c’è proprio una percezione di questo tipo. Per uscire fuori da questo silenzio e per ritrovare lo spazio dell’educare è necessario recuperare la presenza di una realtà e di una verità permanenti, in grado cioè di transitare da un’epoca all’altra, fondando così una trasmissione culturale che non verta solo su saperi di ordine pratico, ma anche su principi normativi di rapporto con il reale. Solo recuperando un tale ambizioso obiettivo l’educare può recuperare il suo senso. i nuovi saperi si sbarazzano dei vecchi, un po’ come ci si libera dei computer obsoleti o dei dizionari non aggiornati. Con queste premesse ogni educazione che voglia andare al di là degli “schemi pratici” o dei “consigli per gli acquisti” è perfettamente secondaria: serve a pochi, non dice l’essenziale. Dal momento che la verità è scomparsa, a che pro attardarsi sulla memoria di imprese passate o di progetti superati? Che senso ha l’apprendimento, una volta che si è deciso che non serve per la vita ma, nella migliore delle ipotesi, è utile solo per una certificazione formale, necessaria (e nemmeno sufficiente) all’inserimento nel mondo del lavoro? Un’ora di palestra vale sicuramente più di un’ora di filosofia. Da tali premesse consegue l’impossibilità di educare, e l’esperienza di centinaia di migliaia di famiglie è quella del sostanziale silenzio, al di là di poche regole di comportamento e di gestione delle distanze sociali. Il primato della convenienza non ha bisogno di molte spiegazioni: si spiega da sé.

La pretesa al reale

Tuttavia il patrimonio culturale non è un lascito anonimo, una serie di semplici manuali di istruzione, validi solo se presentano un’utilità immediata, e se non sono superati da qualcosa di più recente. La cultura, ogni cultura, traduce le ragioni dell’uomo e non lo fa affatto in modo puramente casuale, ma aspira a dire la verità sulla realtà. Qualora essa non faccia trasparire questa tensione alla verità, cioè la propria anima morale; qualora non lasci emergere le speranze e le scommesse in base alle quali si è prodotta, ed i principi intorno ai quali si è sviluppata, essa perde la propria essenza, cioè le ragioni sulle quali si è mossa. Al di là delle forme diversificate, ogni cultura aspira alla verità sul reale e non si accontenta affatto dei propri limiti, ma li critica e li migliora senza sosta, non appena le pervengono gli strumenti per farlo.4 Ciò pone di nuovo il problema della verità e della realtà; infatti, a meno che non consideriamo le culture e i principi che le informano come dei colossali fraintendimenti, si pone il problema di una pretesa al reale che non può essere illusoria. Il fatto che tanto la verità quanto la realtà siano filtrate dal punto di osservazione dal quale le diverse culture si interrogano, significa solo che sono percepite nel modo adeguato all’esperienza degli uomini che le adottano. Ad esempio, che il senso di giustizia si amministri secondo legislazioni diverse non significa affatto che esso sia relativo ai costumi di gruppo, e non abbia nessuna pretesa di ragionevolezza: è proprio una tale liberazione dall’irrazionalità ciò che consente una teoria della giustizia.5 Lo stesso può dirsi per il senso morale o per quello estetico. Il fatto che le leggi della fisica siano state per lungo tempo incomprese, ed i fenomeni ad essa relativi interpretati in modo errato, non vuol dire affatto che esse fossero prive di ragionevolezza; al contrario, erano perfettamente adeguate agli strumenti di controllo ed al sapere generale detenuti in quel determinato periodo. Tutto questo conduce a delle verità assolute, capaci cioè di attraversare le singole epoche storiche, fondando un sapere oggettivo; ciò non avviene solo nelle scienze fisico-matematiche, ma anche in quelle storico-sociali. In filosofia il relativismo è battuto in breccia in molti modi: la realtà contemporanea, tutt’altro che contingente, lascia trasparire delle verità assolute. Esiste, purtroppo ed in primo piano, la verità del Male, la verità dell’uomo capace di colpire per colpire, di trucidare per trucidare. 6 Il silenzio degli innocenti è assordante: dal Rwanda a Manhattan, da Grozny a Beslan e al Darfur, dalle stragi perpetrate da ogni parte emerge un assoluto difficile da relativizzare.7 La verità del Male permette di comprendere anche il suo opposto, la ricerca parimenti titanica del Bene.8 Un po’ come i gesuiti deportati nei campi di concentramento durante la Seconda Guerra Mondiale, che si facevano rinchiudere negli stalag, dove erano stati confinati i malati di tifo moribondi, per non lasciarli soli nell’ultima ora.9 Un po’ come i frati di Cluny, che intonavano i salmi a notte fonda, quando le tenebre sembravano avere fatto perdere ogni speranza di luce.10 Un po’ come gli artigiani fiorentini, pisani e senesi che spendevano la loro intera vita intorno ad un portale di bronzo, affinché i figli dei loro figli avessero poi modo di goderne, e di sapere da dove venivano. La speranza è speranza di vita, quindi di liberazione dal Male e dalla morte, ma è anche desiderio di costruire e di fondare un’opera che sia segno e faccia memoria.11 Se esiste la verità del Male, ma anche la verità della speranza e della costruzione del Bene, allora occorre riconoscere l’esistenza della possibilità di quest’ultimo. La tradizione culturale illustra le forme attraverso le quali si è cercato di fare memoria della ricerca della verità. Ricerche ed opere in ogni campo del conoscibile non si sono mai mosse di un palmo se non in forza del desiderio di raggiungere la verità: la verità dei fatti (la scienza), la solidità dei principi (l’etica), l’adeguatezza delle forme rispetto al contenuto, e l’adeguatezza di entrambe al significato (l’arte). Scoprire ciò che è vero, ricercare ciò che è giusto, dare forma visibile e adeguata a un contenuto che si percepisce reale costituiscono le opere dell’uomo alla ricerca del bene: il loro insieme costituisce il patrimonio culturale che ogni generazione deve essere in grado di offrire se non vuole lasciare dietro di sé un mondo senza progetto né memoria. Da qui scaturisce il dramma implicito di generazioni che, avendo abbandonato la ricerca della verità, hanno ben poco da offrire a quelle future. La crisi dell’educazione è anche la crisi di chi ritiene di non aver nulla da poter dire.

Contro il relativismo

L’aspirazione al vero è la prima e più semplice esigenza dell’uomo. La cultura traduce esattamente questa tensione al vero ed all’universale. Il fatto che ogni epoca storica abbia spesso rivoluzionato i patrimoni culturali preesistenti non vuol dire affatto che questi fossero superati, né che avessero perso significato, ma solo che le nuove condizioni di vita biologica e di esistenza sociale rendevano necessarie delle riletture, che hanno portato a riscrivere sopra le righe (o sopra le spalle) di ciò che era stato scritto, e di chi lo aveva scritto. La tensione al vero ha mosso tanto le prime generazioni quanto quelle successive, e non sempre, né necessariamente, le nuove scritture hanno superato quelle preesistenti. Se si è nani sulle spalle di giganti – secondo il noto aforisma di Bernardo di Chartres – occorre salire effettivamente sulle spalle di quest’ultimi, e non accontentarsi di dichiararli semplicemente superati. Le epoche ideologicamente iconoclaste (quelle che scambiavano i giganti per nani) hanno sempre fatto i danni maggiori. Riconoscere la tensione umana al vero ed al reale vuol dire recuperare il senso autentico dello sforzo fatto in ogni epoca dalle opere dell’uomo, in ambito sia ideale che materiale. Se tali ovvietà sembrano così poco presenti nel panorama contemporaneo, non è solo perché tutte queste ricerche e tutti questi sforzi sono rinchiusi nelle singole epoche nelle quali sono sorti, ma anche perché è la ricerca stessa del vero ad apparirci oggi irreale. Il primato della razionalità strumentale, cioè della razionalità rispetto agli scopi, ha posto in sordina le altre razionalità possibili, quali quella cognitiva (propria ad esempio di ogni scienziato alla ricerca della verità) o quella assiologia, propria del perseguimento dei valori in quanto tali. Uno scienziato che operi per conseguire un maggior guadagno o una più vasta notorietà ci appare oggi molto più realistico di un suo collega impegnato nella ricerca della verità. Un intellettuale che operi per ottenere la fama ci appare molto più credibile di un altro che «pratichi la libertà e serva la verità»12. Un prete che operi per il proprio successo pastorale ci appare molto più probabile di un altro che voglia comunicare la realtà della propria esperienza spinto da un’urgenza di verità. Ritenere tuttavia che i valori siano fatti propri dai singoli individui non perché ritenuti veri, ma solo perché convenienti, significa ridurre la morale a pura convenzione. Pensare che l’adesione al reale sia filtrata solo dalle convenienze personali (e non dall’esperienza) vuol dire dissolvere ogni essere umano nell’acido della ragione strumentale, dove ognuno sceglie la verità che meglio serve ai propri obiettivi e non quella che meglio li chiarisce, li orienta e quindi li modifica. Ritenere che ogni sforzo morale, ogni azione compiuta in puro omaggio a dei principi sia, in verità, volta solo a perseguire degli scopi di affermazione e di gratificazione, significa non riconoscere la gratuità dei gesti, l’eroismo, la fede. Così facendo si confonde la patologia con la fisiologia, e si fa del relativismo e della morale della situazione la forma ultima della verità: una forma che poi coincide con la sua scomparsa.

Conclusioni

Il relativismo culturale non riconosce la ricerca del vero che c’è dietro a ogni cultura. Esso dichiara inesistente la prima e contingente la seconda. Il mondo, senza verità e con culture da museo, legato agli interessi contingenti e strumentali arriva così a spegnere qualsiasi desiderio di conoscenza che aspiri alla realtà ed al suo significato. Due dimensioni essenziali dell’agire dell’uomo, la ricerca della verità e la scelta razionale fondata su valori, appaiono incomprensibili, e quindi invisibili. Fedeltà al compito, eroismo e santità sembrano impallidire fino a scomparire: il relativismo ed il primato dell’agire strumentale li rendono irriconoscibili. In un mondo che non ha più passione per il vero, e che ritiene il reale sempre contingente, non c’è nulla a cui educare, così come non c’è nessuno da incontrare (se la realtà è contingente, anche ogni incontro lo è). L’irrealizzabilità dell’educazione sfocia così anche nell’impossibilità dell’incontro e della stessa esperienza: se tutto è mosso da interessi contingenti, non solo non c’è nulla da insegnare, ma nemmeno nessuno da attendere. Si può comprendere a questo punto come l’impegno per l’educazione, implicando una passione per la verità, diventi strategicamente decisivo per recuperare l’uomo al suo diritto alla verità ed alla realtà. Soltanto riportando alla vita le ragioni delle passioni e delle speranze che hanno animato monaci a artigiani, letterati ed artisti, uomini di scienza e politici è possibile cogliere il significato reale del loro agire. Solo la percezione di un mondo in lotta permanente per il vero e per il giusto può motivare a riaprire i libri ed a riprendere i corsi. È il riconoscimento di questa compagnia e di questa intima fratellanza con un mondo alla ricerca del bene, che consente di ritrovare il gusto dell’educare e, più in generale, quello di rimettersi all’opera.

Note e indicazioni bibliografiche 1 A. Finkielkraut, La défaite de la pensée, Gallimard, Paris 1987. 2 Il primato del nuovo, inteso come senso normativo della storia, implica la costante liquidazione di ogni passato possibile. Quest’ultimo, come verrà spiegato più avanti, perde ogni interesse reale. Ma proprio per questo la categoria della memoria non possiede che un valore sentimentale e non contiene nessuna verità destinata a valere. 3 Il recente modello proposto dalla teoria della scelta razionale è, di fatto, l’unica proposta possibile di interpretazione dell’agire sociale, formulata dalla sociologia contemporanea. Come a dire che l’uomo è comprensibile nel suo agire solo quando sono chiari gli interessi che inevitabilmente persegue. Cfr. a tal proposito J. Coleman, Foundations of Social Theory, Harvard University Press, Cambridge 1990. 4 R. Boudon, The poverty of relativism, Bardwell, London 2005. 5 J. Rawls, A Theory of Justice, Harvard University Press, Cambridge 1971. 6 Si vedano a tal proposito le posizioni di Luc Ferry in: L. Ferry e A. Comte–Sponville, La sagesse des Modernes, Laffont, Paris 1998. 7 Si vedano a tal proposito due recenti lavori di André Gluksmann, La troisième mort de Dieu,, Nil, Paris 2000 e Dostojevski à Manhattan, Laffont, Paris 2002. 8 Quest’aspetto è ben presente nel lavoro di Chantal Del Sol, Le Souci contemporain, Complexe, Paris 1996. 9 J. Sommet, C. Ehlinger, L’honneur de la liberté, Phenix, Paris 2000. 10 G. Duby, Saint Bernard. L’art cistercienne, Flammarion, Paris 1979. 11 L. Giussani, L’Io, il Potere, le Opere. Contributi da un’esperienza, Marietti, Genova 2000. 12 G. E. Rusconi, Intellettuali e società contemporanea, Loescher, Torino 1980.