Quadrimestrale di cultura civile

Approfondimento. Da un parco alla Moncloa

di Fernando De Haro / Direttore dei programmi informativi di Popular TV e direttore del quotidiano online www.paginasdigital.es

Nove del mattino in Avenida de Guadalajara, a Las Rosas: siamo in uno dei nuovi quartieri di Madrid. La capitale della Spagna si è sviluppata verso est in maniera sorprendente nell’ultimo decennio; la maggior parte degli abitanti sono giovani professionisti della classe media, che da qui possono arrivare in centro in un quarto d’ora: non siamo in periferia. Una fila di bambini, accompagnati dai genitori, cammina vicino ai cantieri di un centro polisportivo e di un edificio con delle aule, non ancora completato. La scuola “J.H. Newman” ha aperto i battenti nel settembre del 2004 e, nonostante i lavori non siano stati ancora terminati, presto potrà contare ottocento alunni. Alcuni genitori chiacchierano vicino all’ingresso, dopo aver accompagnato i propri figli in classe; discutono animatamente, nonostante il freddo che taglia la faccia. Il direttore, Juan Ramón De la Serna, è in riunione e ci sono quattro coppie che lo aspettano, per chiedere la disponibilità di un posto nei corsi che saranno attivati a breve. Mentre aspettiamo, una delle madri che parlavano animatamente all’ingresso ci accompagna nella classe dei più piccoli, che si rilassano con la musica di Schubert, e poi ci porta a vedere i bagni dell’asilo, fiera come se ci stesse mostrando il salotto di casa sua. La signora appartiene al gruppo di persone che sette anni fa diede vita alla Fondazione Internazionale dell’Educazione, un’organizzazione che ha cercato instancabilmente denaro per mettere in piedi la nuova scuola. Ogni mattone porta impresso il suo impegno e la sua passione per costruire un luogo dove, oltre a istruire, si educhi. Finalmente otteniamo “udienza” con Juan Ramón De la Serna. «La “J.H. Newman” è una delle pochissime scuole legalmente riconosciute costruite a Madrid negli ultimi anni. Gli ordini religiosi mantengono le loro vecchie scuole parificate, ma non ne aprono di nuove nei quartieri di recente costruzione », ci spiega. Non è facile ottenere il terreno e il denaro per costruire. Occorrono molta vitalità sociale, molto interesse, molto tempo, molte relazioni, per ottenere le risorse necessarie. «Dopo aver fatto il primo passo tutto è più facile. Se riesci a raccogliere i fondi per cominciare, quello che conta è il progetto educativo. Una volta che abbiamo iniziato, la gente ha cominciato a capire che in questa scuola ci interessa la persona e che viviamo l’educazione come una vocazione. I genitori vogliono il meglio per i propri figli e se sanno che nella scuola, oltre a mettere a disposizione determinate conoscenze, vogliamo educare, vengono a iscrivere i loro figli» commenta De la Serna. Il direttore della “J.H. Newman” aggiunge: «Ci interessa molto il quartiere, ci importa della gente che abbiamo vicino e per questo abbiamo organizzato una tavola rotonda sul manifesto Tiempo de educar, a cui parteciperà Gotzone Mora», un consigliere socialista dei Paesi Baschi che rischia ogni giorno la vita combattendo il gruppo terrorista ETA. De la Serna passa poi a descriverci il movimento di opinione che ha dato origine alla Piattaforma Civica per l’Educazione, una campagna iniziata quasi contemporaneamente all’apertura della scuola, nel settembre del 2004.

Un dibattito di fondo

La Piattaforma nacque per introdurre nella società spagnola un dibattito sul problema dell’educazione, un tema di scottante attualità dal momento che da un paio di anni varie ricerche hanno messo in rilievo gli insoddisfacenti risultati del sistema scolastico spagnolo. Gli ultimi esempi sono molto significativi: durante lo scorso gennaio è stato presentato il Panorama dell’Educazione 2005, una versione nazionale della ricerca annuale dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE) su questa materia. Le conclusioni sono demoralizzanti. Gli alunni spagnoli sono in coda ai Paesi OCSE nel livello di conoscenza della matematica, nella comprensione dei testi e nell’utilizzo dei computer. Gli indicatori pongono il sistema educativo spagnolo nello stesso gruppo di Portogallo, Grecia, Messico e Turchia. Il tasso di abbandono scolare è altissimo: uno studente su quattro non arriva a conseguire il diploma di scuola obbligatoria. La situazione non è affatto migliore una volta terminati gli studi: solo il 9% degli spagnoli tra i 25 e i 64 anni partecipano a corsi di formazione, contro una media OCSE del 40%. Recentemente è stato pubblicato anche lo studio della Fondazione La Caixa, I sistemi educativi europei. Crisi o trasformazione?: secondo questa ricerca, solamente il 10% degli alunni fa parte dei livelli di eccellenza, a fronte del 16% della Francia o di tassi superiori al 20% in Finlandia e negli altri Paesi nordici. Vengono inoltre segnalati altri problemi meno quantificabili, ma comunque gravi, come la mancanza di autorità dei docenti e l’estesa crisi professionale dei maestri, che danno luogo a scontentezza, demotivazione e sfiducia. Di fronte a simili dati e al succedersi di sei riforme del sistema scolastico a partire dall’instaurazione della democrazia nel 1975, non c’è da stupirsi che l’opinione pubblica incominci ad essere molto sensibile verso quello che qualcuno, a ragione, ha definito il «problema numero uno della Spagna». In questo contesto ha cominciato a muoversi la Piattaforma Civica per l’Educazione. Il suo presidente è Ángel Mel, fino a qualche anno fa direttore finanziario di una multinazionale ed ora direttore della “Scuola Internazionale Kolbe”. Questo istituto, che ha aperto i battenti nel settembre del 2003 a Villanueva de la Cañada, un paese in provincia di Madrid, è anch’esso frutto dell’iniziativa sociale ed è espressione, come la “J.H. Newman”, di una concezione educativa che affonda le sue radici nel carisma di monsignor Luigi Giussani. Ángel Mel ci spiega che la Piattaforma Civica per l’Educazione non è nata per dare una risposta tecnica a tutti i problemi che emergono dalla ricerca OCSE: «Siamo un gruppo di amici, tra cui professori, insegnanti, genitori, che stanno vivendo un’esperienza educativa: vogliamo contribuire al dialogo e fare in modo che non si dia per scontato ciò che significa educare. Nostro obiettivo è creare un movimento di opinione sull’importanza del tema dell’educazione per la società spagnola. L’educazione riguarda tutta la società, non è un problema settoriale che devono risolvere solo i professionisti dell’istruzione secondaria o universitaria. La campagna si rivolge a persone di ogni tipo e di ogni ambito, e non solo al mondo dell’istruzione».

Fino alla politica

Mel non lo dice, ma il punto focale della campagna è molto originale. La crisi dell’istruzione spagnola ha fatto sì che tutti abbiano qualcosa da dire sulla questione educativa. Il Partito Popolare e l’ambiente culturale della destra insistono su tutto ciò che ha a che fare con la qualità, l’impegno e la necessità che la scuola favorisca l’unità della Spagna. La sinistra parla della necessità di una legge che garantisca l’uguaglianza, i valori civici, l’integrazione e la pianificazione. Nessuno si chiede però se l’educare coincida solo con l’istruire, e che relazione esista tra l’educazione e le inevitabili domande sul significato delle cose, con il desiderio di verità che sottendono. Nessuno parla del ruolo del maestro e del valore della libertà. Pochi vanno alla radice della crisi della società spagnola, che ha nei giovani le sue principali vittime, quei giovani che, secondo lo studio Giovani e politica. Il compromesso con la collettività, elaborato dalla Fondazione di Aiuto contro la Droga (FAD) e dall’Istituto della Gioventù (INJUVE), concepiscono la loro gioventù come un periodo nel quale bisogna «approfittare al massimo delle circostanze, sfruttare uno stato di irresponsabilità dove primeggia l’edonismo ». Quei giovani che assicurano: «Siamo così. Ci hanno fatti così. Ci hanno educati così. Noi non ne siamo responsabili. Sono altri quelli che dovrebbero cambiare le cose». Di fronte ad analisi eminentemente tecniche, che considerano l’educazione come un problema riguardante solo la scuola, Tiempo de educar, come recita il suo manifesto, ripete che «educare significa introdurre la persona nella realtà, approfondire il significato che hanno le cose, scoprendone il valore». La questione educativa è stata impostata con questo accento sin da quando si è formato il comitato promotore della Piattaforma Civica per l’Educazione, costituito da un gruppo di intellettuali e di personalità. Tutto incominciò con una tavola rotonda cui parteciparono, oltre a Ángel Mel, Gotzone Mora e Luis Carbonell, leader della Piattaforma LOE-NO, promotrice di una manifestazione contro la politica educativa di Zapatero, che nel mese di novembre ha portato in strada un milione e mezzo di persone. Gotzone Mora, impegnato da anni nella lotta al regime di terrore imposto dall’ETA, in quella occasione spiegò in forma molto semplice i motivi per cui si identificava con l’esperienza educativa espressa nel manifesto, avente come obiettivo lo sviluppo e la crescita della persona, intesa come soggetto unico, irripetibile e libero. Da questa tavola rotonda, Gotzone Mora ha promosso la campagna della Piattaforma con la stessa passione e disponibilità con la quale lotta contro le radici culturali del terrorismo. Su invito di Luis Carbonell, Ángel Mel e Carmen Carron, professoressa di scuola media membro del comitato promotore, decisero di partecipare all’organizzazione della manifestazione contro la riforma scolastica di Zapatero. Tiempo de educar ha così preso parte all’organizzazione della manifestazione, e ai successivi negoziati politici con Zapatero nel Palazzo della Moncloa. La battaglia continua, perché la Legge Organica sull’Educazione (LOE) deve ancora essere votata dal Senato.

In difesa dell’iniziativa sociale

Si è dunque trattato di un periodo davvero intenso per i promotori di Tempo de Educar, che si sono visti proiettati nel cuore del dibattito politico che ha interessato buona parte dell’autunno spagnolo. La piattaforma ha appoggiato la lotta aperta contro la LOE, una legge che vorrebbe ridurre la libertà di scelta della scuola da parte dei genitori e limitare il sistema degli accordi che ha reso possibile la nascita di scuole come la “J.H. Newman” e la “Internazionale Kolbe”. Tale sistema ha permesso lo sviluppo di scuole nate per iniziativa popolare in Spagna: la sua formula rappresenta, anche se in modo imperfetto, un’applicazione del principio di sussidiarietà. Le amministrazioni scolastiche (in Spagna ne esistono diciassette, tante quante sono le comunità autonome) pagano alle scuole create dall’iniziativa popolare, sottoposte ai debiti controlli, il costo dell’istruzione. In teoria, ciò permette ai genitori di impartire ai propri figli un’educazione in accordo con le loro convinzioni, gratuitamente come se ricevessero l’istruzione statale. Le amministrazioni tuttavia si accollano solamente l’importo dell’istruzione e non altri costi, come quelli sostenuti per l’acquisto del terreno e per la costruzione e la manutenzione dell’edificio. Così che alcuni enti promotori di scuole parificate smettono di ricevere alcuni sussidi. Il sistema degli accordi è stato costituito secondo tali modalità perché la stragrande maggioranza degli enti promotori di questo tipo di scuole sono stati finora ordini religiosi, che potevano contare su terreni e costruzioni proprie. La rete scolastica nata per iniziativa popolare ha assunto proporzioni rilevanti, ed è oggetto di sempre maggiore richiesta. Secondo la Ricerca Spagna 2001, effettuata dalla Fondazione Incontro, la Spagna è, dopo Olanda e Belgio, il terzo Paese dell’Unione Europea per percentuale di alunni di scuola primaria e secondaria formati presso centri di questo tipo. In Spagna il 70% degli alunni è scolarizzato in centri statali, il 26% in centri di iniziativa popolare e il 4% in centri privati. Queste percentuali variano sensibilmente nelle diverse comunità autonome. Nelle comunità tradizionalmente governate dai socialisti, dove sono stati posti ostacoli burocratici allo sviluppo dell’iniziativa popolare, il peso delle scuole parificate è minore; in altre comunità autonome come i Paesi Baschi, la Comunità di Madrid o la Catalogna, la scolarizzazione si divide quasi in parti uguali tra istruzione statale e parificata. Ángel Mel, durante i negoziati condotti nel Palazzo della Moncloa, ebbe occasione di parlare con Zapatero di uno dei punti fondamentali del manifesto Tiempo de educar, il principio di sussidiarietà, e in verità il presidente del Governo non si dimostrò molto ricettivo nei confronti dei suoi suggerimenti. «Quello che più mi ha sorpreso non è stata la mancanza di ricettività di Zapatero - spiega Mel - ma il fatto che i membri della Piattaforma LOE-NO, che hanno più base sociale di noi e più esperienza politica, avessero piena consapevolezza che noi apportiamo un elemento differente, e che rispettassero molto, pur spesso non condividendola, la nostra esperienza intensa e cosciente di ciò che significa educare». Da quando lo scorso mese di ottobre è stata lanciata la campagna, le iniziative si sono moltiplicate. Particolarmente rilevante è stata la serie di conferenze e di incontri che hanno visto protagonista il filosofo italiano Massimo Borghesi. La presentazione, in tutta la Spagna, del suo libro El sujeto ausente1 è servita per insistere su uno dei punti focali del manifesto, l’importanza della figura del maestro. «Il maestro – spiegava Borghesi nel corso di un incontro – dà forma a quella sfera escatologica da cui nascono la tradizione, la cultura, l’arte. Il maestro accompagna l’io del discepolo nel suo cammino dalla certezza alla verità, nel riconoscimento delle sue giuste esigenze, nella valorizzazione della sua vita. Egli sostiene e provoca la curiosità naturale fino al raggiungimento della sua meta. Dalla sua viva voce, il discepolo apprende lo stupore originario di fronte al mondo, il miracolo incomprensibile dell’esistenza. Da lui, fonte viva di una tradizione aperta al Mistero, scaturisce il desiderio di vincere il potere del nulla che, diffuso e sottile, stringe alla gola nel tempo presente». Sono stati tenuti incontri con imprenditori, filosofi, intellettuali, politici e scienziati in molte città della Spagna. Le iniziative della campagna sono state variegate: rappresentazioni teatrali, mostre, ma anche eventi molto più informali. Il manifesto è stato per diversi giorni oggetto di discussione tra un gruppo di mamme che accompagnavano i loro figli in uno dei parchi vicino alla scuola “Internazionale Kolbe”. Tutto è nato dall’iniziativa di una mamma che ha capito che, per lei, “creare un movimento di opinione” consisteva nel condividere l’esperienza educativa del manifesto con chi aveva più vicino e, senza più convenevoli, mentre i bambini si rincorrevano, ha dato inizio alla discussione. Da un parco alla Moncloa. Tiempo de educar continua il suo cammino proprio perché c’è chi capisce che tutto sarebbe molto più facile se ci fosse una vera educazione per il popolo.

Nota

1 M. Borghesi, El sujeto ausente, Ediciones Encuentro, Madrid 2005.