Quadrimestrale di cultura civile

Dall’Evangelizzazione all’Educazione

di Lorenzo Albacete / Teologo ed Editorialista del New York Times Megazine e di New Republic

La prima enciclica di un papa di solito riflette i maggiori temi che ispireranno il suo magistero e la guida che egli intende offrire alla Chiesa durante il suo pontificato. Ognuno può oggi rendersi conto che, nonostante la sua straordinaria durata e l’ampiezza dei temi affrontati, il pontificato di papa Giovanni Paolo II è stato fondamentalmente riassunto nella sua prima enciclica, Redemptor hominis. Potremmo dire che il suo è stato il pontificato dell’evangelizzazione, nell’era dominata dal “dramma dell’umanesimo ateo”. Giovanni Paolo II insisteva in continuazione nel dire che non può esserci un autentico umanesimo senza Cristo, perché tutti gli esseri umani sono creati per trovare in Lui il compimento della loro umanità. Cristo è in un certo senso unito ad ogni uomo dal momento del suo concepimento nel grembo materno, ha dichiarato papa Wojtyla nella sua prima enciclica, e non ha mai smesso di ripeterlo in una sorprendente molteplicità di modi. La prima enciclica di papa Benedetto XVI, Deus Caritas Est, appare come la logica conseguenza di questo tentativo di evangelizzazione. Se in un certo senso Giovanni Paolo II ci ha offerto il contenuto del messaggio della Chiesa, papa Benedetto ce ne indica il metodo, che più precisamente consiste in un’educazione all’amore. Sebbene non sia mai stato affermato esplicitamente, questa enciclica è da molti punti di vista una risposta alla cosiddetta “Teologia della Liberazione”, che proponeva un’analisi marxista della società come base per un umanesimo cristiano. Ricordiamo che fu l’allora cardinal Ratzinger, come Prefetto della Congregazione per la Dottrina della fede, ad esprimere ripetutamente il giudizio negativo del magistero papale su molte forme di Teologia della Liberazione. Sotto molteplici aspetti questa enciclica offre una risposta più profonda, più serena e anche più bella alla sfida della Teologia della Liberazione. Deus Caritas Est propone che il ministero della carità della Chiesa diventi un’educazione del cuore umano all’amore, come modalità di risposta al drammatico bisogno contemporaneo di giustizia in questo mondo. Da questo punto di vista l’enciclica presenta diverse consonanze ed approfondisce in modo significativo l’Appello sull’educazione «Se ci fosse un’educazione del popolo tutti starebbero meglio». Il Papa cita la critica marxista alla carità cristiana: «I poveri, si dice, non avrebbero bisogno di opere di carità, bensì di giustizia. Le opere di carità - le elemosine - in realtà sarebbero, per i ricchi, un modo di sottrarsi all’instaurazione della giustizia e di acquietare la coscienza, conservando le proprie posizioni e frodando i poveri nei loro diritti. Invece di contribuire attraverso singole opere di carità al mantenimento delle condizioni esistenti, occorrerebbe creare un giusto ordine, nel quale tutti ricevano la loro parte dei beni del mondo e quindi non abbiano più bisogno delle opere di carità»1. Il Pontefice ritorna sull’argomento anche in uno dei paragrafi successivi: «Parte della strategia marxista è la teoria dell’impoverimento: chi in una situazione di potere ingiusto - essa sostiene - aiuta l’uomo con iniziative di carità, si pone di fatto a servizio di quel sistema di ingiustizia, facendolo apparire, almeno fino a un certo punto, sopportabile. Viene così frenato il potenziale rivoluzionario e quindi bloccato il rivolgimento verso un mondo migliore»2. L’errore di questa posizione, dice il Papa, è che riflette una «filosofia disumana», infatti «L’uomo che vive nel presente viene sacrificato al moloch del futuro [...] l’umanizzazione del mondo non può essere promossa rinunciando, per il momento, a comportarsi in modo umano». La carità cristiana è dunque «dapprima semplicemente la risposta a ciò che, in una determinata situazione, costituisce la necessità immediata»,3 ma anche una più importante questione di fedeltà alla realtà della nostra umanità, che si rivela nei bisogni del cuore. «Si tratta, infatti, di esseri umani, e gli esseri umani necessitano sempre di qualcosa in più di una cura solo tecnicamente corretta. Hanno bisogno di umanità. Hanno bisogno dell’attenzione del cuore»4. Infatti, «non ci sarà mai una situazione nella quale non occorra la carità di ciascun singolo cristiano, perché l’uomo, al di là della giustizia, ha e avrà sempre bisogno dell’amore»5. «L’amore - caritas - sarà sempre necessario, anche nella società più giusta. Non c’è nessun ordinamento statale giusto che possa rendere superfluo il servizio dell’amore. Chi vuole sbarazzarsi dell’amore si dispone a sbarazzarsi dell’uomo in quanto uomo»6. Questo è il cuore della presa di posizione contro tutte le ideologie della giustizia sociale che pongono tutti i bisogni umani nelle mani dello Stato, ed è anche la ragione teologica definitiva del principio della sussidiarietà: lo Stato non può amare, solo le persone umane possono amare. «Lo Stato che vuole provvedere a tutto, che assorbe tutto in sé, diventa in definitiva un’istanza burocratica che non può assicurare l’essenziale di cui l’uomo sofferente - ogni uomo - ha bisogno: l’amorevole dedizione personale. Non uno Stato che regoli e domini tutto è ciò che ci occorre, ma invece uno Stato che generosamente riconosca e sostenga, nella linea del principio di sussidiarietà - la sottolineatura è nostra - le iniziative che sorgono dalle diverse forze sociali e uniscono spontaneità e vicinanza agli uomini bisognosi di aiuto»7. È importante sottolineare il fatto che questa è una ragione teologica. L’amore di cui l’uomo avrà sempre bisogno, l’amore per cui il suo cuore è stato creato è caritas, cioè amore divino, partecipazione alla vita trinitaria (ricordiamo che la frase iniziale della seconda parte dell’enciclica è una citazione dal De Trinitate di Sant’Agostino: «Se vedi la carità, vedi la Trinità»). Sebbene si tratti di amore divino, non è però una realtà “dell’altro mondo”, distaccata dall’amore umano. Questo infatti è stato lo scopo della prima parte dell’enciclica, nella quale Benedetto ha applicato l’intuizione dominante del magistero di Giovanni Paolo II (la relazione fra la nostra umanità e Cristo, come è insegnato nel Concilio Vaticano II nella Gaudium et Spes8: solo nel mistero di Cristo il mistero dell’uomo è pienamente rivelato) alla relazione fra l’amore divino e quello umano, che fa incarnare il primo in questo mondo. In questa seconda parte, l’amore di cui Benedetto scrive è, allo stesso tempo, una realtà divina e umana. Nella non realizzazione di questo passaggio sta la radice dell’errore delle teologie della liberazione basate sul marxismo o su qualsiasi altra analisi sociologica dei bisogni umani. Esse ignorano la conseguenza dell’Incarnazione. Sono ideologie dualistiche che riducono il fattore divino a pura inspirazione e poi (giustamente) insistono nel dire che l’ispirazione da sola non può riempire il bisogno di giustizia. Per Benedetto il potere della carità non è quello di un’ispirazione esterna ed etica: la carità trasforma lo stesso cuore umano, la fonte del nostro giudizio e delle nostre azioni. Il contributo della Chiesa alla lotta per un mondo migliore è un’educazione del cuore alla carità. Introducendo la seconda parte dell’enciclica, papa Benedetto sottolinea la centralità del dono dello Spirito Santo che è il frutto della redenzione di Cristo del mondo: «Lo Spirito, infatti, è quella potenza interiore che armonizza il loro cuore col cuore di Cristo e li muove ad amare i fratelli come li ha amati Lui»9. Abbiamo qui una eco della veduta patristica della storia della salvezza come educazione del cuore dell’uomo alla vita divina e del cuore di Dio, per così dire, alla vita umana: l’educazione dell’eros in agape e dell’agape in eros. Questa educazione dello spirito «trasforma il cuore» della comunità ecclesiale. L’evangelizzazione del mondo attraverso la Parola e il Sacramento diventa in questo modo una forza che «promuove l’uomo nelle varie arene della vita e dell’attività umana». Questo servizio o ministero di carità è perciò essenziale alla natura della Chiesa e il suo potere è educativo, come a dire che la presenza di Cristo attraverso la Parola e il Sacramento diventa un’energia per il cambiamento della condizione della vita umana in questo mondo. Non si tratta assolutamente di dualismo, perché attraverso questa educazione alla carità Cristo e la sua opera di redenzione sono resi presenti nella storia umana, rinnovandola attraverso la trasformazione del cuore. L’educazione alla carità è il “metodo” attraverso cui l’evangelizzazione diventa un evento nella storia umana. Senza questo metodo il Vangelo resta un’astrazione e niente realmente cambia. Tale educazione del cuore «era ormai instaurata nella struttura fondamentale della Chiesa stessa»,10 in quanto «L’esercizio della carità si confermò come uno dei suoi ambiti essenziali, insieme con l’amministrazione dei Sacramenti e l’annuncio della Parola»11 Il ministero di carità della Chiesa è dunque un’espressione che «appartiene alla sua natura», e che ha una valenza molto più pregnante che non quella di fare la carità in un modo eticamente motivato: è «espressione irrinunciabile della sua stessa essenza»12. Il principio di sussidiarietà, che è così centrale nella dottrina sociale della Chiesa, non rappresenta dunque solo poco più che un principio etico, ma esprime una conseguenza dell’Incarnazione. Sebbene il ministero di carità della Chiesa si differenzi dall’obbligo dello Stato di perseguire la giustizia sociale, l’educazione all’amore offerta dal ministero della carità contribuisce anche al perseguimento della giustizia attraverso i suoi effetti sulla ragione umana. Insistendo su questo punto papa Benedetto XVI risponde nuovamente alla posizione di quei teologi della giustizia sociale che abbraccerebbero acriticamente un’analisi e un giudizio sulle domande concrete di giustizia separati dall’esperienza della fede. Tale analisi dovrebbe essere un lavoro della ragione, tenendo presente però che il ministero della carità, in quanto realtà educativa, ha un impatto sulla ragione stessa. Il problema della giustizia è infatti un problema di ragione pratica, ma, «per poter operare rettamente, la ragione deve sempre di nuovo essere purificata, perché il suo accecamento etico, derivante dal prevalere dell’interesse e del potere che l’abbagliano, è un pericolo mai totalmente eliminabile »13. Infatti a questo punto «politica e fede si toccano». Questa affermazione del Papa disturberà coloro - inclusi i cattolici e specialmente i politici cattolici - che insistono sulla radicale separazione fra la loro fede e la loro vita politica. Papa Benedetto insiste in continuazione sul fatto che la Chiesa non è coinvolta nella politica in quanto tale, e che i non cristiani non hanno niente da temere dalle proposte della Chiesa riguardo all’esigenza di giustizia. È assolutamente vero che la fede, per sua specifica natura, è un incontro con il Dio vivente, un incontro che apre nuovi orizzonti che si estendono oltre la sfera della ragione. Essa è però anche una «forza purificante per la ragione stessa» (la sottolineatura è nostra). La fede libera la ragione «dai suoi accecamenti e perciò l’aiuta ad essere meglio se stessa». La purificazione della ragione non «vuole imporre a coloro che non condividono la fede prospettive e modi di comportamento che appartengono a questa»14. La purificazione della ragione avviene dentro «l’autonoma sfera della ragione» stessa, e può essere verificata dalla ragione. Questa convinzione della Chiesa è il “rischio” educativo. È questo il motivo per cui la natura educativa del ministero della carità è così importante: l’educazione non consiste nell’imposizione di punti di vista e convinzioni, ma è l’invito al cuore dell’uomo a una proposta sulla realtà e a un metodo per verificarla ragionevolmente. Come introduzione alla realtà l’educazione fa appello al cuore umano così com’è. Questo è il modo con cui la Chiesa, in quanto tale, offre «attraverso la purificazione della ragione e attraverso la formazione etica il suo contributo specifico, affinché le esigenze della giustizia diventino comprensibili e politicamente realizzabili»15. Tuttavia la promozione della giustizia dipende dall’apertura «dell’intelligenza e della volontà». Il compito dell’educazione, è dunque questo, la «formazione del cuore»16.

Note e indicazioni bibliografiche

1 Benedictus P.P. XVI, Deus Caritas Est, Roma 2005, n. 26.

2 Ibidem, n. 31b.

3 Ibidem, n. 31a.

4 Ibidem, n. 31a.

5 Ibidem, n. 29.

6 Ibidem, n. 28b.

7 Ibidem, n. 28b.

8 Costituzione Pastorale «Gaudium et Spes» sulla Chiesa nel mondo contemporaneo, Roma 1965, n. 22.

9 Benedictus P.P. XVI, op. cit, n. 19.

10 Ibidem, n. 21.

11 Ibidem, n. 22.

12 Ibidem, n. 25a.

13 Ibidem, n. 28a.

14 Ibidem, n. 28a.

15 Ibidem, n. 28a.

16 Ibidem, n. 31a.