Quadrimestrale di cultura civile

La finanza: nuova frontiera per l’educazione?

di Roberto Mazzotta / Presidente della Banca Popolare di Milano

La moneta e la finanza sono tra gli strumenti più formidabili che l’economia abbia sviluppato nello sforzo continuo di promuovere la propria efficienza e la propria crescita. Come per altre “parti” del sistema economico - soprattutto a mano a mano che i mercati si allargano e integrano e che l’innovazione li rende più complessi - il rischio di cattivo uso o addirittura di abuso è sempre in agguato. È ovviamente doveroso porre la massima attenzione agli eccessi e ai casi di patologia del sistema; tuttavia, investire nell’educazione individuale alla finanza significa innanzitutto mettere in atto ed accelerare un processo più ampio e sistematico di apprendimento delle condizioni per cui l’economia possa funzionare nel modo migliore. Gli strumenti finanziari si muovono con più facilità e velocità nei periodi in cui sui mercati vi è abbondanza di liquidità, come nella fase attuale, dato che le banche centrali hanno affrontato le ricorrenti crisi finanziarie (messicana, russa, delle tigri asiatiche, ecc.) con forti dosi di immissione di moneta, allo scopo di lubrificare costantemente i meccanismi di mercato. É un comportamento esattamente opposto a quello che portò alla grande crisi mondiale degli anni trenta. In tanta acqua è ovvio che squali e alligatori possano nuotare più facilmente, ma nessuno penso si augurerebbe di riavere la siccità, pur di evitare di incontrarli sulla sua strada. La possibilità di operare su tutti i mercati del globo rappresenta un’enorme conquista, un’opportunità che almeno cinque generazioni di operatori, dall’inizio della prima guerra mondiale, avevano completamente perduta. Dobbiamo augurarci che questa condizione possa durare a lungo, anche se il quadro delle relazioni politiche internazionali e degli equilibri di sicurezza non sta volgendo al meglio. Mercati segmentati e aree commerciali protette non sono, infatti, mai stati all’origine di sviluppo e prosperità. Inoltre, gli strumenti di copertura dei rischi finanziari e monetari costituiscono un elemento utile per aiutare la competitività ad orientarsi in direzione delle ragioni di scambio industriale, limitando gli elementi di erraticità. Per quanto riguarda gli strumenti di controllo, si è visto che i più efficaci appartengono alla famiglia dei controlli prudenziali, cioè quelli che vincolano i volumi delle operazioni a rapporti determinati con il capitale disponibile e sottoposto al rischio. Il problema maggiore è dato dal fatto che l’autorità legale delle Agenzie incaricate del controllo (banche centrali, authority di supervisione della trasparenza, della concorrenza e della stabilità sui mercati, ecc.) non si combina con gli spazi sottostanti utilizzabili per gli scambi. Questa contraddizione, difficilmente superabile, limita la capacità di intervento alla sola repressione degli episodi di illegalità che risultano punibili. Per migliorare la qualità della professione finanziaria, lo spazio di lavoro più importante appartiene al campo della deontologia e a quello, complesso ed essenziale, della diffusione di una cultura etica capace di mantenere i comportamenti sui binari della liceità. Anche in forza di una reale capacità di sanzione reputazionale: quando agli autori, individuali o collettivi, di abusi gravi che distorcono la concorrenza e minano la fiducia si consente la reiterazione, come se nulla fosse stato, il mercato subisce un danno incalcolabile. I gravi scandali che hanno colpito i risparmiatori (pensiamo a Cirio e Parmalat in Italia e a Enron negli Stati Uniti) riguardano almeno due situazioni radicalmente diverse tra loro: quella che vedeva la banca trasferire un proprio accertato rischio di portafoglio ai clienti (ad esempio collocando bond utili a ripagare propri finanziamenti diretti) e quella della banca che si limitava a distribuire titoli con un variabile grado di pushing e di informazione: come un vero supermarket finanziario. Nel primo caso, il problema è puramente quello di cambiare mestiere e la nuova legislazione sul risparmio, pur con la sua faticosa gestazione, ha prodotto comunque un forte avvertimento deterrente per chi vuol continuare a operare sul mercato. Nel secondo caso, di interesse più generale per il settore finanziario italiano, si tratta invece di imparare a fare meglio il proprio mestiere, procedendo lungo un doppio sentiero. Da una parte, il risparmiatore “ fai da te “ deve far proprio il concetto di rischio, accettando l’idea che ogni titolo di credito, o di capitale, offre una diretta correlazione tra grado di rischio e livello di rendimento, naturalmente tenuto conto anche della liquidità dell’investimento. Dall’altra, l’offerta degli intermediari deve saper puntare sempre più sugli strumenti finanziari autenticamente adatti al risparmio minuto (il cosiddetto asset management e in particolare i fondi comuni d’investimento) e su quelli più idonei per il risparmio di maggiore consistenza (il private banking, le gestioni patrimoniali). Da questo punto di vista, l’offerta in Italia è molto competitiva solo apparentemente, in quanto troppo frastagliata e ancora popolata da strutture di qualità debole. Va nel senso giusto, perciò, l’indirizzo normativo che conduce a non consentire alle banche di offrire alla clientela in prevalenza prodotti e servizi realizzati da proprie controllate. Su questo piano, il mercato può ancora fare molto e i “negozianti” finali di fondi e polizze devono abituarsi a considerare un’opportunità, e non un limite, il poter scegliere (e far scegliere ai propri clienti) prodotti di un gestore diverso da quello del proprio gruppo. Il rimedio più efficace si trova quindi nella consapevolezza del risparmiatore, che deve essere aiutato ad educarsi in tal senso, e nella creazione di una concorrenza vera e aperta, che funziona realmente quando la struttura di offerta ha un elevato livello di qualità professionale e di assetto organizzativo. Quindi, ancora una questione di educazione e formazione. Una nota finale - squisitamente personale - a proposito della questione, sovente posta, del “vivere di finanza” e non “di un’attività economica reale”. Essendo io un neo-classico rattristato, ma non pentito, non mi sento di aderire alle suggestioni prima tomiste e poi ricardiane del “valore intrinseco” dei beni. Il mercato è creato dalle regole che lo formano, cui non possiamo chiedere “eticità”: la quale, invece, dobbiamo pretendere sia ben chiara e forte nei cuori e nelle menti di coloro che quelle regole utilizzano.