Negli Stati Uniti esistono università dotate della terza missione: servizio al territorio, oltre a ricerca e insegnamento. Chi scrive insegna in una di queste, la University of Georgia, fondata nel 1785 ad Athens nei pressi di Atlanta, e nel praticarla ha avuto modo di osservare come funziona ricavandone l’idea che sarebbe utile in Italia avere qualcosa di simile. Il punto è la terza missione, cioè vedere l’università come un centro di qualificazione diretta e non solo indiretta del territorio circostante. Il sistema universitario italiano esibisce molte iniziative per il territorio di riferimento, ma non in modo organizzato da una missione specifica e conseguente organizzazione istituzionale. Proviamo a formulare un’ipotesi di architettura: – Creare in ogni regione italiana una università con missione aggiuntiva di servizio al territorio, dandole eventualmente la denominazione di Università Regionale; – la terza missione deve restare separata da quelle di ricerca e insegnamento, ma può e deve avvalersi delle risorse di ricerca e insegnamento residenti; – ciò significa che una Università Regionale dovrà privilegiare discipline scientifiche più legate alle caratteristiche del territorio circostante; – le altre università nel territorio potranno ovviamente svolgere funzioni di servizio, ma coordinate sul piano amministrativo da quella con titolo di Università Regionale. Supporti scientifici e requisiti di qualità Ma quali sono i servizi al territorio erogabili da una università che resta tale a tutti gli effetti? Evidentemente quelli che richiedono particolari supporti scientifici e requisiti di qualità nonché di certificazione della stessa. Esempi. 1. Certamente i corsi di formazione continua professionale sono la prima funzione che viene in mente. Oggi praticamente tutte le professioni sono oggetto di necessario aggiornamento. Così come tutte le professioni necessitano di formazione trasversale per l’impiego delle nuove tecnologie dell’informazione, in evoluzione continua. Può succedere che l’Università Regionale, per dire, della Lombardia non abbia la facoltà di Medicina e che questa sia diffusa in altre della zona. In tal caso l’Università Regionale organizzerà presso le altre i corsi di formazione continua, per esempio per medici di famiglia, dentisti, o di educazione basica medica per volontari di protezione civile, insegnanti ecc. Cioè concentrerà in un luogo la competenza e l’organizzazione per i corsi di formazione continua pur lasciandoli svolgere in diverse sedi. Tale concetto, per il caso italiano, serve anche a sanare un gap di offerta di formazione, strano vista la spesa pubblica comunque dedicata, trasferendola a un centro di competenza superiore e specializzato. Ovviamente ciò non impedisce iniziative private di formazione o di altro tipo. Ma crea un luogo di qualità certa per un livello evoluto di formazione continua in aree professionali sensibili. Che poi a sua volta diventerà criterio di riferimento (benchmark) per tutto il territorio e, quindi, fonte di sua qualificazione propulsiva. 2. Un secondo esempio riguarda il disegno di istituti scientifici con funzioni legate a una particolare caratteristica del territorio. Per esempio, in Italia c’è una sola grande area di foce fluviale e densa di lagune che sta parte nel Veneto e parte nel Friuli-Venezia Giulia. L’Università Regionale del Veneto, sia essa collocata a Padova, Verona o Venezia, avrà interesse a dotarsi di istituti di ricerca e monitoraggio dedicati a questi particolari ecosistemi geoidrici, per fini di ricerca pura, ma anche applicabili ai problemi specifici di gestione territoriale. Il territorio certamente potrebbe attingere a una fonte di qualificazione meglio organizzata. Un caso simile, ma di organizzazione più complessa, riguarda le aree regionali a più alto rischio sismico. In ciascuna di esse dovrebbe esserci una funzione scientifica specializzata (per le discipline coinvolte che vanno dalla geofisica alle scienze delle costruzioni fino all’economia delle ricostruzioni e della prevenzione) che, visto il settore, opera in rete integrata con altre equivalenti affinché le esperienze sul campo possano essere meglio condivise. In tale scenario, per dire, avremmo le Università Regionali del Veneto, Friuli, Abruzzo, Umbria, Basilicata, Calabria e Sicilia (aree sisimiche principali del Paese), ciascuna con un proprio centro di ricerca e servizio al territorio, collegate in rete. Le competenze e risorse in rete pronte a servire il territorio nazionale in caso di necessità. Tale configurazione non sostituisce un centro nazionale di competenza in materia, magari espressione della funzione istituzionale di protezione civile, ma lo integra in modo da potenziarlo e da agire con più efficacia nei singoli territori. 3. Un terzo esempio riguarda l’immissione nel sistema universitario di laboratori utili per le funzioni economiche e sociali di un’area locale. Per esempio, i laboratori di testing ambientale, gestiti con le autorità locali, ma sottoposti a un rigoroso controllo scientifico più attuabile entro un perimetro universitario. Ciò non deve escludere laboratori privati o altri enti pubblici; l’Università Regionale può agire da certificatore per questi assicurandone una migliore qualità. Centinaia di altre funzioni di supporto all’economia possono essere immaginate. Nelle regioni a più alto volume di attività agricola potranno sorgere centri di competenza universitaria che ne permettano una diffusione migliore e più veloce agli addetti (dalla meteorologia di microarea alle tecniche di ingegneria genetica). I parchi scientifici potranno essere riportati entro un perimetro universitario e servire meglio la connessione tra ricerca e imprese e così via… Le Università Regionali Se quanto ipotizzato ha senso, allora dobbiamo pensare a un progetto che crei una università con terza missione in ciascuna regione. L’investimento e la gestione specifica – esclusa la selezione del personale di ricerca e docenza – dovrebbe andare a carico dei bilanci delle regioni. A livello nazionale potrà e dovrà essere fatta una legge quadro che renda standardizzata l’organizzazione generale degli istituti con terza missione, ma poi le singole legislazioni regionali potranno disegnare il dettaglio delle funzioni e del loro funzionamento. Non va dimenticato che la terza missione può essere svolta al meglio in migliaia di possibili settori di attività se favorisce la relazione pubblico/privato e rende fluida l’attività privata in essa. In tal senso le Università Regionali potranno diventare un luogo meglio attrezzato per l’interazione università/impresa senza che ciò tocchi le due missioni classiche dell’università tradizionale, per esempio snaturandole per eccesso di ibridazione. L’invitare la comunità interessata a riflettere su questo progetto, poi, appare in linea con l’evoluzione della legislazione federalista che trasferisce sempre più poteri di governo reale agli enti locali. A tale trasferimento deve corrispondere il potenziamento delle competenze residenti in ogni luogo. Il progetto di fattibilità dovrà comprendere molti altri punti che qui non sono stati nemmeno accennati. Tuttavia, si ritiene sensato immaginare la trasformazione di istituti già esistenti in ogni area regionale in Università Regionali con terza missione. La rivista che ospita questo articolo potrebbe valutare di farsi promotrice del progetto, almeno degli studi di prefattibilità.
Spazio al territorio: la terza missione
di Carlo Pelanda / Docente di Politica ed Economia internazionale, Università della Georgia, USA
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