Le analisi, le diagnosi e le terapie relative all’università di rado chiariscono, preliminarmente, gli obiettivi da perseguire come, d’altra parte, gli attori principali a cui gli obiettivi stessi vanno riferiti. Si discute quindi, ci si confronta e ci si scontra sulle azioni da intraprendere ma troppo spesso ci si dimentica che la prima verifica e il confronto di base va fatto sugli obiettivi perché: – se non si trova un accordo sugli obiettivi e sui principali attori, la discussione sulle azioni da intraprendere ha scarso valore, in quanto rimane mascherato il criterio di valutazione delle proposte; – se, al contrario, si trova un accordo su obiettivi e attori allora la discussione sulle proposte è fertile e, soprattutto, non vengono alzate dannose barriere ideologiche; – solo se gli obiettivi sono condivisi, non solo è possibile ma diventa quasi “naturale” una valutazione ex-post degli effettivi risultati ottenuti a seguito di una certa azione. Probabilmente il motivo per cui le varie riforme che si sono susseguite negli anni difficilmente sono analizzate e valutate, è proprio legato al fatto che nessuna riforma ha esplicitamente chiarito i propri obiettivi. Sottopongo quindi alla critica e alla discussione quelli che io ritengo siano gli obiettivi e gli attori principali in un’ottica particolare. Il punto di partenza è l’identificazione dei principali “attori” che, contemporaneamente, sono fruitori (e, quindi, portatori di obiettivi), da un lato, e fornitori di risorse, dirette e indirette, dall’altro. Essi sono: (a) i “singoli” (studenti e famiglie), (b) le “imprese”, in un’accezione molto vasta, che si estende dalle aziende alle associazioni alla Pubblica Amministrazione e (c) la/le “comunità” ai diversi livelli istituzionali, da quelle sovranazionali a quelle locali. a. Studenti/famiglie In sintesi si può dire che l’obiettivo di fondo sia riuscire a soddisfare le aspettative specifiche, meglio raggiungibili attraverso gli studi universitari. Da questo punto di vista a priori non si può escludere alcuna preferenza: a partire dall’ottenimento del “pezzo di carta”, fino all’ambizione di vincere un Premio Nobel o di diventare un ricchissimo imprenditore. La focalizzazione su un traguardo specifico dipende, Le analisi, le diagnosi e le terapie relative all’università di rado chiariscono, preliminarmente, gli obiettivi da perseguire come, d’altra parte, gli attori principali a cui gli obiettivi stessi vanno riferiti. Si discute quindi, ci si confronta e ci si scontra sulle azioni da intraprendere ma troppo spesso ci si dimentica che la prima verifica e il confronto di base va fatto sugli obiettivi perché: – se non si trova un accordo sugli obiettivi e sui principali attori, la discussione sulle azioni da intraprendere ha scarso valore, in quanto rimane mascherato il criterio di valutazione delle proposte; – se, al contrario, si trova un accordo su obiettivi e attori allora la discussione sulle proposte è fertile e, soprattutto, non vengono alzate dannose barriere ideologiche; – solo se gli obiettivi sono condivisi, non solo è possibile ma diventa quasi “naturale” una valutazione ex-post degli effettivi risultati ottenuti a seguito di una certa azione. Probabilmente il motivo per cui le varie riforme che si sono susseguite negli anni difficilmente sono analizzate e valutate, è proprio legato al fatto che nessuna riforma ha esplicitamente chiarito i propri obiettivi. Sottopongo quindi alla critica e alla discussione quelli che io ritengo siano gli obiettivi e gli attori principali in un’ottica particolare. Il punto di partenza è l’identificazione dei principali “attori” che, contemporaneamente, sono fruitori (e, quindi, portatori di obiettivi), da un lato, e fornitori di risorse, dirette e indirette, dall’altro. Essi sono: (a) i “singoli” (studenti e famiglie), (b) le “imprese”, in un’accezione molto vasta, che si estende dalle aziende alle associazioni alla Pubblica Amministrazione e (c) la/le “comunità” ai diversi livelli istituzionali, da quelle sovranazionali a quelle locali. a. Studenti/famiglie In sintesi si può dire che l’obiettivo di fondo sia riuscire a soddisfare le aspettative specifiche, meglio raggiungibili attraverso gli studi universitari. Da questo punto di vista a priori non si può escludere alcuna preferenza: a partire dall’ottenimento del “pezzo di carta”, fino all’ambizione di vincere un Premio Nobel o di diventare un ricchissimo imprenditore. La focalizzazione su un traguardo specifico dipende,Le analisi, le diagnosi e le terapie relative all’università di rado chiariscono, preliminarmente, gli obiettivi da perseguire come, d’altra parte, gli attori principali a cui gli obiettivi stessi vanno riferiti. Si discute quindi, ci si confronta e ci si scontra sulle azioni da intraprendere ma troppo spesso ci si dimentica che la prima verifica e il confronto di base va fatto sugli obiettivi perché: – se non si trova un accordo sugli obiettivi e sui principali attori, la discussione sulle azioni da intraprendere ha scarso valore, in quanto rimane mascherato il criterio di valutazione delle proposte; – se, al contrario, si trova un accordo su obiettivi e attori allora la discussione sulle proposte è fertile e, soprattutto, non vengono alzate dannose barriere ideologiche; – solo se gli obiettivi sono condivisi, non solo è possibile ma diventa quasi “naturale” una valutazione ex-post degli effettivi risultati ottenuti a seguito di una certa azione. Probabilmente il motivo per cui le varie riforme che si sono susseguite negli anni difficilmente sono analizzate e valutate, è proprio legato al fatto che nessuna riforma ha esplicitamente chiarito i propri obiettivi. Sottopongo quindi alla critica e alla discussione quelli che io ritengo siano gli obiettivi e gli attori principali in un’ottica particolare. Il punto di partenza è l’identificazione dei principali “attori” che, contemporaneamente, sono fruitori (e, quindi, portatori di obiettivi), da un lato, e fornitori di risorse, dirette e indirette, dall’altro. Essi sono: (a) i “singoli” (studenti e famiglie), (b) le “imprese”, in un’accezione molto vasta, che si estende dalle aziende alle associazioni alla Pubblica Amministrazione e (c) la/le “comunità” ai diversi livelli istituzionali, da quelle sovranazionali a quelle locali. a. Studenti/famiglie In sintesi si può dire che l’obiettivo di fondo sia riuscire a soddisfare le aspettative specifiche, meglio raggiungibili attraverso gli studi universitari. Da questo punto di vista a priori non si può escludere alcuna preferenza: a partire dall’ottenimento del “pezzo di carta”, fino all’ambizione di vincere un Premio Nobel o di diventare un ricchissimo imprenditore. La focalizzazione su un traguardo specifico dipende,ovviamente, da numerosi fattori, legati anche, più o meno, alla cultura dell’ambiente in cui si vive, alla storia, alle ambizioni personali e famigliari, all’autovalutazione e così via. Ad esempio l’attesa del “pezzo di carta” quanto è stimolata dalla percezione di status che, storicamente, si è consolidata nella nostra cultura legata al “titolo riconosciuto”? La fortissima pressione che è stata esercitata per permettere di fregiarsi del titolo di “dottore” al conseguimento della cosiddetta “laurea di primo livello”, non è forse il corrispondente attuale della storica sovrana elargizione del “todos caballeros”? Quanto il mantenimento del valore legale del titolo conferma e dilata questo approccio culturale? Ma questo non fa sorridere tutto il mondo in cui il titolo di “dottore” è limitato ai “dottori di ricerca”? La domanda che ci si potrebbe porre è se si debba e possa operare perché si affermi o si indebolisca questo obiettivo nella percezione dello studente e delle famiglie, ovvero si preferisca non intervenire lasciando che vi sia una dinamica “naturale”. In tutti i casi sembra possibile affermare che il frequentare l’università e terminare gli studi corrisponda all’obiettivo di migliorare le proprie opportunità nel futuro. A fronte di questo obiettivo si è disposti a investire. L’investimento concerne aspetti economici e finanziari, sia diretti (costo complessivo del mantenimento agli studi, rispetto al quale le tasse universitarie, almeno per le università statali, rappresentano una percentuale talmente modesta, da far dubitare della razionalità delle lotte studentesche contro l’aumento delle tasse), sia indiretti (mancato reddito legato a un rinvio dell’assunzione di un lavoro). Ma investimento è anche impegnare la propria intelligenza e volontà negli studi. Per l’università il principale capitale è proprio rappresentato dalla complessiva intelligenza e volontà dei suoi studenti. E come tale il capitale va adeguatamente valorizzato. In tal senso va vista la “centralità dello studente” il che porta, necessariamente, a enfatizzare il merito e, quindi, il processo valutativo. Questo, per riprendere un’osservazione precedente, significa che lo studente che ha come obiettivo l’ottenimento del pezzo di carta non è un capitale per l’università ma, al contrario, un peso. b. Imprese Gli obiettivi delle “imprese” possono essere molteplici, proprio perché vi è un’ampia differenziazione all’interno di questa categoria. Un obiettivo largamente condiviso consiste nel poter disporre di risorse qualificate, meglio se “vicine” allo svolgimento delle proprie attività. Ma anche questo può avere specificità molto diverse fra loro. Consideriamo come esempio due casi “estremi”. Da un lato, le istituzioni che, per diversi motivi, sono radicate a uno specifico territorio (tipicamente la Pubblica Amministrazione locale ma anche impianti produttivi di difficile o impossibile trasferibilità in altri siti) per le quali poter disporre di professionalità adeguate in loco è preferibile al trasferimento di persone. Dall’altro, lato istituzioni (specie, ma non solo, imprese) che operano su vasti territori e che vedono esservi un grande vantaggio nel fatto che vi siano studenti provenienti da varie parti del mondo che si sono formati alla stessa scuola e che possono trovare collocazione in differenti territori, ad esempio tornando nelle loro regioni di origine, soprattutto se queste regioni sono in forte potenziale espansione (India, Cina, Sud est asiatico, America Latina ecc.). Per le aziende che puntano sull’innovazione poi è importante avere vicini “serbatoi di ricerca” non solo da cui attingere risorse molto qualificate, ma con cui fare accordi di ricerca congiunta e godere di gruppi di ricerca misti (è così che si attua il più efficace trasferimento tecnologico!). In un’ottica più estesa, considerando l’intero sistema economico e industriale, un obiettivo consiste nella nascita di nuove imprese ad alta capacità di innovazione, più o meno strettamente collegate all’università di origine (l’università come generatrice di nuove imprese). Se questi sono gli obiettivi, le risorse che possono e devono essere rese disponibili sono, anche in questo caso, dirette e indirette. Fra le prime possiamo citare, ovviamente, i finanziamenti alla ricerca, la condivisione delle proprietà intellettuali, l’investimento su laboratori congiunti, le borse di studio. Fra le seconde la disponibilità e l’offerta di stage “veri”, il che richiede un grande sforzo di tutoring, la disponibilità gratuita di affermati professionisti interni per un completamento pratico di corsi di studio. c. Comunità Come ho avuto modo di illustrare in varie sedi e in varie occasioni, una delle principali modifiche di contesto avvenuta negli ultimi decenni riguarda la straordinaria riduzione delle “barriere alla mobilità”. È diventato molto più facile spostarsi, per le singole persone, per gli investimenti, per le aziende, in tutto o in parte. Quindi è diventato normale porsi la domanda del sito in cui risulta più conveniente e opportuno localizzarsi dato che i “costi di trasferimento”, in senso lato, diventano sempre inferiori. Per chi governa un territorio, per il quale il trasferimento diventa impossibile, l’obiettivo principale diventa quello di aumentare la capacità di attrarre nel territorio quelle risorse che, prevedibilmente, portano un adeguato sviluppo, nel tempo, del territorio stesso. Ovviamente, a seconda del territorio, queste risorse possono essere anche molto diverse fra loro, ma non possiamo ignorare, ad esempio, che la strategia di Lisbona (al di là delle valutazioni che possono essere date sulla sua effettiva operatività) ha con precisione indicato nella società della conoscenza la leva principale per lo sviluppo dell’Europa e per l’aumento del suo grado di competitività. È allora immediato constatare il ruolo che riveste, in tale strategia, l’università. Questo tema non può essere sviluppato in modo approfondito, anche se, a mio avviso, è questo l’aspetto forse più interessante da tenere presente quando si parla di come intervenire sull’università da parte di chi amministra la comunità: governo centrale, regioni, comunità locale. Università come elemento forte di attrazione, innanzitutto per gli studenti. Si consideri anche che uno dei fattori di sviluppo per una comunità risiede nella capacità di sostenere, stimolare, aiutare la mobilità sociale, anche perché chi proviene dal “basso” cioè da situazioni in cui, storicamente si sono avute minori opportunità, a parità di capacità ha maggiore “grinta”, che si traduce in volontà di emergere. Questo vale ad esempio per provenienze economiche e sociali, per differenze di genere, per provenienza geografica. L’offerta di maggiori opportunità e la drastica riduzione delle barriere a emergere da parte di un territorio e di una comunità costituisce un forte stimolo al trasferimento in quel territorio di forze giovani e fresche, che puntano tutto sul merito e sulla valorizzazione delle proprie capacità. In generale sono queste le forze che permettono a un territorio e a una comunità di svilupparsi. Di esempi è piena la storia non solo di altri Paesi, ma anche di regioni all’interno dell’Italia. Per quanto detto prima la capacità di attrazione di un’ottima università si estende dalle persone (non solo studenti, ovviamente, ma anche ricercatori, scienziati e docenti) agli investimenti, alle aziende, alla creazione di nuove imprese. Lo studio della capacità di attrazione relativamente a un territorio e a una comunità dimostra che il sistema tende a mantenere e a incrementare la tendenza in essere, positiva o negativa che sia, a meno di forti cambiamenti o provenienti dall’esterno o generati dall’interno con la volontà di cambiare la tendenza. Se questi sono o dovrebbero essere gli obiettivi di chi governa un territorio e una comunità, allora, di conseguenza, le risorse da destinare riguardano da un lato il finanziamento in base a una valutazione della qualità delle università, in questo caso basata sulla sua capacità di attrazione. La quale capacità di attrazione, ricordiamo, si evidenzia innanzitutto nella capacità di trattenere le risorse migliori, relativamente a quegli aspetti che il territorio considera rilevanti per il suo sviluppo, relativamente vuoi alla didattica vuoi alla ricerca e all’innovazione. Ma le risorse che la comunità deve dedicare riguardano anche la creazione delle condizioni al contorno, da interventi fiscali che servono a facilitare e incentivare finanziamenti diretti all’università sia da parte delle famiglie che delle imprese, ai servizi collaterali: fra tutti l’accoglienza per gli studenti che provengono da altri territori, scuola e sanità per le famiglie degli adulti e così via. A metà fra imprese e comunità, possiamo inserire il sistema bancario, in quanto una banca prospera se prospero è il territorio di riferimento. In questo caso la risorsa principale che il sistema bancario può fornire riguarda i prestiti d’onore. Non si vuole qui entrare in molti altri campi in cui il pubblico e il privato possono operare efficacemente in modo congiunto: dai laboratori aperti a iniziative di venture capital. L’assoluta necessità di una università autonoma Abbiamo formulato un’analisi sommaria di obiettivi e attori. Evidentemente può essere criticata, modificata, integrata ma, per quanto detto prima, si ritiene che se non si inizia a definire il sistema di obiettivi e attori, non si è in grado né di fare un’analisi della situazione esistente né di fornire appropriate proposte. In altri termini quanto qui si propone è l’adozione di un metodo. Rischiando una valutazione sintetica di quanto qui proposto, sembra che si possa sintetizzare che quanto emerge consiste nell’individuare una collocazione dell’università “sul mercato”. L’università, se è corretto quanto abbiamo detto, compete sul mercato delle risorse (famiglie, istituzioni economiche, governo del territorio) e, quindi, deve essere in grado di fornire quanto richiesto nella qualità appropriata. Ciascuna università deve formulare una sua strategia competitiva di cui deve assumersi la responsabilità. Ma per questo deve essere resa il più possibile autonoma. Indipendentemente dal merito delle singole proposte formulate negli ultimi tempi, alcune delle quali sono di assoluto buon senso, non si può condividere l’approccio che ricalca un dirigismo centrale completamente contraddittorio con il binomio autonomia-responsabilità in cui si giudica ex-post e non si danno diktat sul modo di governare la singola università. Rigide regole, note in anticipo, sui criteri di valutazione e ripartizione di risorse pubbliche, il più possibile connesse con il sistema obiettivi-attori, ma massima autonomia. Altrimenti l’unico spazio di libertà concesso riguarda il modo di interpretare e applicare le norme, cioè vedere l’università come organo burocratico. Il che è agli antipodi dal metodo qui proposto. È troppo pretendere che la maggior parte dell’attenzione, delle discussioni, delle proposte riguardi questo aspetto di fondo anziché singoli dettagli (concorsi, organizzazione interna, determinazione delle facoltà, tasse studentesche etc.) che fanno scatenare guerre di religione mentre sono affatto secondari dato che, adottando un altro approccio, non dovrebbero più essere normati? Se condiviso, allora il problema diventa quello di trovare una linea di modifiche graduali, compatibili con lo stato attuale, perché solo così risultano fattibili, ma tali da essere rivolte in una specifica direzione, controllabili, modificabili, aggiornabili al fine di raggiungere il più celermente possibile il traguardo dell’autonomia e della responsabilità, confrontandosi non con le normative e leggi ministeriali, né con la corporazione interna, ma con il “reale mercato”.
Mercato delle risorse e autonomia
di Adriano De Maio / Docente di Economia e gestione dell’innovazione, Università Luiss Guido Carli
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