La miniatura di Laurentius de Voltolina (p. 53) – che raffigura una lezione all’università di Bologna intorno al 1350 – ci offre spunti di riflessione. La metodologia di insegnamento era probabilmente identica nel 1088, quando fu fondata la prima università europea. Se quasi tutti gli aspetti della nostra vita sono mutati radicalmente nel corso dell’ultimo millennio, come mai invece la tecnologia didattica in ambito universitario rimane ancor oggi essenzialmente la stessa? Meditare su questo tema spetta agli storici e ad altri; ma oggi esistono marcate differenze nelle prestazioni delle varie università, cioè nel successo con cui adempiono il loro compito di insegnamento e ricerca. La Tabella 1 evidenzia l’indicatore più usato per valutare i risultati ottenuti dalle università: Harvard è al primo posto nella lista delle 500 migliori università del mondo, con un punteggio di 100. Heidelberg è sessantatreesima, con 20 punti, Bologna è relegata con altre nel settore 201-302, con 16 punti. La Sorbona (Paris-1) non appare nemmeno nella lista delle 500 università migliori. Tra i 20 atenei più prestigiosi del mondo, 17 si trovano negli Stati Uniti; gli altri tre sono Oxford, Cambridge e l’università di Tokyo. Se un secolo fa l’Europa era il centro d’eccellenza per la formazione universitaria, oggi lo scettro è passato agli Stati Uniti. Negli ultimi decenni, i Premi Nobel per l’economia sono stati assegnati quasi sempre a docenti di una singola istituzione, l’Università di Chicago. La stessa tendenza si riscontra per la pubblicazione di articoli scientifici e la registrazione di brevetti, che sovente provengono da ricerche svolte in ambito accademico. Un primo indizio della superiorità degli Stati Uniti rispetto all’Europa è il fatto che gli USA spendono una cifra più elevata per ogni studente rispetto all’Europa: 25.000 dollari contro 11.000 (Tabella 2). È perché gli Stati Uniti sono più ricchi dell’Europa? Non necessariamente. Rispetto all’Europa, gli Stati Uniti stanziano per l’istruzione terziaria una percentuale del Pil più che doppia: il 2,9 di contro all’1,3 per cento. Ma l’indizio più significativo per comprendere il predominio delle università americane su quelle europee si ottiene comparando le fonti dei loro finanziamenti (ultime due colonne della Tabella 2). Gli Stati Uniti fanno affidamento dieci volte di più sulle fonti private rispetto all’Europa. Ciò permette l’ingresso di più risorse nel sistema universitario, che non deve più dipendere quasi soltanto da un budget statale già risicato. Più risorse significa una spesa più elevata per ogni studente e dunque, presumibilmente, una qualità più elevata. Tali risorse permettono alle università statunitensi di erogare stipendi di mercato ai docenti migliori e di attrarre dall’Europa i professori migliori. Al contrario, quando le università europee assegnano la stessa retribuzione a tutti i professori, sulla base delle scale salariali del pubblico impiego e senza valutarne le prestazioni, i risultati sono disastrosi sul piano della trasparenza e della qualità. I docenti bravi che ricevono offerte migliori lasceranno il sistema, mentre chi rimane può trovarsi un secondo lavoro per arrotondare, trascurando gli impegni accademici. Dopotutto sono funzionari pubblici, e non possono essere licenziati se non si presentano a lezione. In un sistema pubblico, il finanziatore e il produttore di servizi educativi si sovrappongono, estromettendo dal processo l’utente (studente). L’impossibilità, da parte degli utenti, di esercitare un controllo sul prodotto va a detrimento della qualità delle università pubbliche. Oggi c’è un sostanziale accordo sull’idea che il settore pubblico non sia il miglior candidato per la produzione di servizi che sono offerti con più efficienza dal settore privato. In un sistema privato lo studente esercita un certo controllo sui servizi offerti, in virtù del fatto che finanzia direttamente l’università pagando una retta, e quindi è in grado di scegliere fra diversi produttori. Un sistema di istruzione superiore finanziato privatamente è più incentivato a migliorare la qualità della propria offerta formativa rispetto a uno pubblico: quando la sopravvivenza di un’università dipende dal pagamento delle rette, professori e studenti agiranno in modo da promuoverne gli obiettivi. Gli studenti sanno valutare se la retta richiesta da una certa istituzione risponda o meno a un valore reale, e agiscono di conseguenza: affollano i centri di eccellenza e penalizzano le istituzioni mediocri. Le università private, a differenza di quelle pubbliche, sono costrette a chiudere se non offrono ciò che gli studenti chiedono. Le “cattive” università saranno affossate, mentre le “buone” avranno successo. È mai accaduto in Europa continentale che un’università pubblica chiudesse a causa della scarsa qualità? Nella maggior parte degli atenei d’Europa, che fanno completo affidamento sui finanziamenti statali, le rette sono pari a zero. Anche laddove si chiede un contributo allo studente, si tratta di cifre minime rispetto al costo reale (sociale) che lo studente rappresenta. Al contrario, negli Stati Uniti le rette medie nelle università pubbliche e private sono rispettivamente di 5700 e 20.500 dollari. Quando gli studenti devono pagare così tanto, è più probabile che si concentrino sugli studi e si laureino in tempo, anziché restare eterni fuoricorso o vandalizzare gli uffici dei professori come avviene in Grecia. E i poveri? Il tema di fondo della discussione fin qui svolta è l’efficienza, cioè come promuovere gli obiettivi di un’università e incrementare la qualità. Non c’è dubbio che un ateneo finanziato privatamente sia più efficiente di uno pubblico; ma cosa accade sul fronte dell’equità? Ovvero: il pagamento di una retta impedirebbe agli studenti migliori di frequentare una buona università, se non dispongono di risorse finanziarie sufficienti? Contrariamente alle apparenze, è vero l’opposto: un sistema universitario finanziato privatamente è più equo. Anzitutto, in ogni Paese del mondo gli studenti che provengono da famiglie benestanti costituiscono la percentuale più alta della popolazione studentesca. Se gli studenti ricchi pagano lo stesso prezzo dei meno fortunati, cioè zero, siamo di fronte a una situazione iniqua. Sarebbe più equo se almeno il ricco pagasse una retta e il povero ricevesse una borsa di studio. Consideriamo poi i benefici associati al completamento di un percorso di istruzione terziaria. Secondo i dati più recenti, il tasso di ritorno privato delle spese per l’istruzione superiore in Europa è del 12,3 per cento (OECD, Education at a Glance 2008). Ciò significa che, tenendo in conto l’investimento rappresentato dai quattro anni di mancati guadagni, e senza pagare praticamente tasse, e paragonando questo costo al reddito più elevato che un laureato può attendersi rispetto a chi si ferma al livello secondario dell’istruzione, i frutti di questo investimento superano il 12 per cento. In quale altro settore si possono trovare oggi simili opportunità di investimento? Per evitare che i poveri restino esclusi, e per promuovere l’efficienza globale, si potrebbe separare il finanziamento dalla produzione di servizi universitari. Nello scenario mostrato in Figura, lo Stato potrebbe comunque finanziare una parte del sistema universitario, ma in modo indiretto. Anziché sostenere direttamente l’università assumendo docenti e coprendo tutte le altre spese, gli stessi soldi potrebbero passare per le mani degli studenti, e sarebbero questi ultimi a decidere in quale università spenderli. Gli studenti più poveri potrebbero ricevere un contributo più sostanzioso, e i più ricchi nulla. Un sistema di questo tipo permetterebbe a un maggior numero di studenti poveri di iscriversi a buone università, premierebbe i centri di eccellenza e costringerebbe gli altri a diventare musei. Un altro modo per promuovere sia l’efficienza sia l’equità consiste nell’erogare prestiti agli studenti. I prestiti offrono incentivi all’efficienza sia per gli studenti sia per i docenti. La dimensione dell’equità significa che chi sa che guadagnerà di più nel corso della vita paga per questo privilegio, anziché scaricarne il costo su tutti i contribuenti. Benché i prestiti a studenti esistano in molti Paesi, per motivi che restano oscuri essi non sono diffusi come potrebbero e dovrebbero. Cherchez les votes Se una certa dose di privatizzazione migliora la performance accademica, allora perché quasi tutti i sistemi universitari nel mondo di oggi (e non solo in Europa continentale) sono pubblici? Il motivo è che si guadagnano voti se si dice all’elettorato che, per un principio di equità, l’educazione superiore è gratuita. Purtroppo, sono solo i più colti (ancora una minoranza) a comprendere la non verità insita in questa argomentazione. Ma costoro accettano anche, tacitamente, quell’argomento populista, perché è nel loro interesse che i loro figli studino gratuitamente in un’università statale. E poiché una laurea è un passaporto per un impiego nella Pubblica Amministrazione, il problema della qualità della laurea viene comodamente passato sotto silenzio. Naturalmente, questo mutamento istituzionale non può avvenire da un giorno all’altro, ma a mio avviso è la direzione da seguire per migliorare il livello della formazione superiore in Europa. Oggi in Europa c’è un divario tra l’area protetta e non competitiva della formazione superiore, da un lato, e la spinta al mercato interno e alla competitività internazionale. Se non vi sarà una radicale riorganizzazione istituzionale, che comporti una riduzione dei finanziamenti statali diretti e del controllo pubblico sulle università, l’eccellenza accademica nel Vecchio continente continuerà a perdere il confronto con aree del mondo più avanzate. E naturalmente l’Europa avrà più musei.
Gli atenei in Europa: pezzi da museo?
di George Psacharopoulos / Professore di Economia, University of Illinois e University of Athens
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