Oggi si parla di crisi dell’università, ma a giudicare dall’attenzione e dalle risorse che le si attribuiscono sembra che la crisi non dovrebbe esistere. Attualmente, nelle università si investe più di quanto non sia mai stato fatto, si è esigenti e si valutano in modo rigoroso i docenti attraverso i risultati delle loro ricerche, si riservano somme enormi ai progetti di controllo e miglioramento della qualità della docenza, il numero di allievi che vengono formati nelle nostre università è il più alto della storia, si intraprendono progetti internazionali per la riforma dell’università perché si ritiene che per il Paese l’educazione superiore sia prioritaria. E tuttavia rispetto alla vita universitaria si continua a parlare di crisi e si percepisce una generale insoddisfazione. Che cosa c’è di sbagliato in tutte queste energie che si investono per analizzare e risolvere i problemi universitari? Credo che in queste analisi vi sia un fattore che normalmente si dimentica, come in tutte le misure adottate dai governi o grazie ad accordi internazionali: la crisi nasce proprio dalla consapevolezza che abbiamo della conoscenza. Ciò che si percepisce nell’università di oggi è una perdita del piacere di conoscere. Dov’è la conoscenza che abbiamo perduto? Ci dovremmo porre una serie di domande, per riuscire a identificare il problema. Per questo mi baso innanzitutto su quella che si poneva T.S. Eliot nella sua famosa opera Cori da “La Rocca”, quando si domandava: «Dov’è la conoscenza che abbiamo perduto con l’informazione?» Opponendo la conoscenza all’informazione, se ne sottolinea il carattere di rigore e permanenza, contro l’informazione con i suoi tratti di approssimazione e attualità. E tuttavia quello che voglio segnalare non è la contrapposizione, bensì la frattura, perché la domanda di Eliot implica una concezione della conoscenza separata dalla vita, e un’informazione su ciò che succede che non può essere sottoposta a giudizio. Seguendo le frasi del poeta ci domandiamo: «Dov’è la conoscenza che abbiamo perduto?» E, più a monte, possiamo anche chiederci: «In che cosa consisteva quella conoscenza di cui soffriamo così dolorosamente la perdita?» La crisi della conoscenza parte dall’annebbiarsi dell’evidenza primaria che desta le energie per la conoscenza, ossia la commozione suscitata dall’esistenza stessa delle cose. Assistiamo al venir meno della sorpresa provocata dal fatto che queste cose abbiano un ordine e un disegno. Allo stesso tempo questo accecamento porta a dimenticare che attraverso la conoscenza il soggetto che conosce può scoprire di più se stesso, sapere di più su di sé, su ciò che ama, scoprire le ragioni del suo essere e del suo compito nel mondo. Credo che si sia perduta questa esperienza che è all’origine di ogni conoscenza, esperienza intesa non teoricamente, ma scoperta come origine nel momento stesso dello studio, della lezione o della ricerca, ossia lo stupore perché le cose esistono. Da questo nasce una chiamata alla partecipazione nello studioso, che le deve seguire, osservare, giudicare, classificare, sistematizzare ecc., secondo i metodi tipici di ogni scienza. Se la conoscenza è il punto focale dell’università, una volta che viene spento il cuore che palpita e si rinnova fino all’ultimo capillare del suo organismo, si percepisce una stanchezza sempre più grande e un disinteresse crescente rispetto alla scienza, ai saperi e alla loro conoscenza. I saperi accumulati e trasmessi di generazione in generazione interessano sempre di meno, come si può constatare nella crisi delle scienze umane e nel drastico calo delle immatricolazioni nelle facoltà scientifiche, mentre sono di moda gli studi che portano a uno sviluppo delle applicazioni tecniche, o aumenta l’interesse per i corsi utili socialmente (Psicologia, Comunicazione, Formazione). L’origine della stanchezza è dovuta, in non pochi casi, alla confusione e all’ansia rispetto alla vocazione, al compito e alla missione dell’università. Le forme di conoscenza e di convivenza vengono concepite secondo i parametri del contesto culturale attuale. Sembra che le attività tipiche dell’università – studio e ricerca – non siano necessarie e, nel caso lo siano, sembrano riservate a chi vive fuori dalle leggi del mondo, che è regolato da altre dinamiche. Si dubita che quanto si apprende all’università sia utile e interessante, e se arriva a esserlo è un fenomeno ai margini della società e della storia, a meno che non abbia un’applicazione immediatamente pratica. Si crea una frattura tra “il mondo della vita” e “il mondo della conoscenza”, come se nella vita non fosse necessario il giudizio dato dalla conoscenza, e la conoscenza non dovesse partire dalle certezze elementari che la vita fornisce. In tal senso, credo che questa rinascita delle scienze chiamate “sociali” indichi un’insoddisfazione rispetto alla frammentazione e una ricerca per così dire “a tentoni” di un sapere unitario e di una conoscenza in cui l’io – e il “mondo della vita” – di chi ha questa conoscenza sia direttamente coinvolto. Da questa consapevolezza deriva una difficile trasmissione e, naturalmente, una ricezione ancor più difficile, di ciò che si conosce. E così nella quotidianità della vita universitaria esiste tra professori e alunni una specie di tacito accordo: considerando che la conoscenza non è una questione centrale, o che sta ai margini della vita con tutti i suoi problemi e preoccupazioni, noi professori ci accontentiamo di cercare il risultato rispetto a quello che conosciamo, e gli allievi si tranquillizzano grazie all’acquisizione di competenze e abilità. Probabilmente influisce molto la modalità di trasmissione – nella quale l’esperienza dell’allievo non è implicata nella scoperta – e il professore, stanco, man mano riduce il valore del suo lavoro a una sfera privata e incomunicabile. Questa dinamica permette che l’università sopravviva, ma non che sia il luogo in cui si alimenta, si nutre e si rende vivo il gusto per la conoscenza. “Universitas”, un tentativo ingenuo e audace Come si può recuperare giorno per giorno il gusto del sapere e della conoscenza? L’Associazione per la ricerca e la docenza “Universitas” è nata per custodire e rispondere a questa domanda. È un tentativo ingenuo, e allo stesso tempo audace, di non perdere la domanda e di provare a risponderle. Alla sua base stava l’intuizione che la potente capacità dell’uomo di voler conoscere era in crisi, pur rimanendo la cosa più valida che l’università avesse risvegliato in noi. Crediamo che la sete di conoscenza potrebbe o dovrebbe seguire un percorso ed essere un fattore costruttivo dell’università. Per questo nel 1996 ci siamo riuniti per la prima volta: eravamo un gruppo di giovani professori e abbiamo compreso che la nostra curiosità di uomini e donne, risvegliata e alimentata durante gli anni di formazione universitaria, era strutturale; non poteva rimanere soffocata nella situazione generale, né nelle analisi, ragionevoli ma non in grado di risvegliare il gusto del sapere. La vita universitaria non poteva limitarsi a una rivendicazione violenta, né tantomeno terminare semplicemente con una corretta abilitazione professionale; o, nel caso dei professori, risolversi in un “far carriera” a ogni costo. Già da studenti ci eravamo resi conto che la critica delle strutture o la difesa delle lotte utopiche – che durante i nostri anni di formazione era agli sgoccioli, nell’università spagnola – portavano soltanto all’amarezza data dall’impossibilità di cambiare le strutture o, all’opposto, allo stanco scetticismo di chi ha accettato il tacito patto che si richiede all’università, ma al quale non si dà neppure il minimo contributo. Molti di noi soci di “Universitas” – oggi professori e ricercatori – hanno già capito da studenti che l’università era un luogo in cui la nostra educazione era possibile. Era possibile scoprire durante le lezioni qualcosa di più su chi eravamo, esprimere l’ideale delle lotte che avevamo sostenuto, imparare grazie al rapporto con i professori, addentrarci nella scoperta della verità o avventurarci in iniziative libere e costruttive. Per questo ci siamo impegnati nell’organizzazione di seminari con i professori, in iniziative di aiuto allo studio e nell’organizzazione di incontri in cui si affrontavano, stando insieme parecchi giorni, le diverse possibilità che offriva la vita universitaria. Uno degli eventi in cui si sono riuniti tutti i diversi aspetti della nostra presenza di allora è stato l’inizio della nostra partecipazione pubblica, che abbiamo manifestato realizzando l’Happening, ossia alcune giornate di incontri, tavole rotonde, conferenze, concerti e mostre che abbiamo allestito sotto un ampio tendone nel campus della città universitaria di Madrid, sforzo sostenuto dal lavoro volontario e gratuito di molti studenti. Negli anni abbiamo dimostrato che era possibile imparare dai maestri, convivere con loro, e che loro potevano rispondere alle nostre domande... si andava così delineando un orizzonte caratterizzato dall’ideale. Abbiamo imparato a scoprire tutti insieme che cosa ci definisce, ossia quella «inesausta apertura della ragione di fronte all’inesausto richiamo del reale» (L. Giussani, Il senso religioso, Rizzoli, Milano 1997, p. 134). Questa era la sfida, avevamo l’urgenza di sapere se potevamo sostenerci vicendevolmente nel compito di mantenere desta la ragione in tutta la sua ricchezza e ampliare il suo orizzonte a contatto con la sempre sorprendente realtà. L’origine della nostra storia partiva da questi due fatti – l’impeto della nostra ragione e la ricchezza della realtà – e dall’esigenza di mantenere, o meglio accrescere, quella dinamica umana che ci sembrava un tesoro da non perdere. La nostra unità non era arbitraria, e neppure priva di riferimenti: qualcuno di noi si era “scontrato” con il cristianesimo attraverso l’incontro con l’esperienza educativa e il pensiero di don Luigi Giussani, e già allora percepivamo la sua forza esistenziale e culturale. Volevamo verificare se era certa la promessa intuita che la vita cristiana poteva completare la nostra umanità e potenziare ciò che costituisce il centro dell’università, ossia l’uso della ragione e il gusto della conoscenza del reale, da cui nascono la cultura e la scienza. La cultura intesa «non come un’elaborazione puramente intellettuale, ma come una forma di vita e convivenza vissute e, in quanto tale, aperta continuamente a una verifica nell’esperienza» (E. Rigotti, Lenguaje y realidad. Una relación positiva, tavola rotonda, 1998). Questa è la vittoria sulla frattura della conoscenza. Seguendo questo cammino, abbiamo avuto la fortuna di incontrare professori e ricercatori che hanno voluto accompagnarci, per amore delle loro discipline e affetto per il nostro lavoro. Così José Andrés Gallego, docente di Ricerca del CSIC e socio onorario, si espresse a proposito della nostra associazione: «È una rete di rapporti gratuiti, che non possono nascere dal potere. Gli amici si associano. È un ambito di mutua formazione: l’amicizia si incanala in momenti di relazione che hanno un contenuto molto concreto, anche sul piano scientifico, e questo vince la ristrettezza della visione che si tende ad avere». Abbiamo realizzato diverse mostre che permettono la maggiore conoscenza di personalità del mondo universitario o culturale (Edith Stein. Una vita per la verità, 1999; VOCARE. L’attualità educativa di María Zambrano, 2008; Solzenicyn, vivere senza menzogna, 2010), o approfondiscono momenti importanti della nostra storia (Alle origini della unità europea. Robert Schuman e Jean Monnet, 2003; La Rosa Bianca. Volti di una amicizia, 2006), abbiamo collaborato con altri scienziati – soprattutto con l’associazione italiana Euresis – per l’elaborazione di un lavoro scientifico multidisciplinare (Una terra per l’uomo, 2007). Abbiamo pubblicato diversi libri – Edith Stein. Una vida para la verdad, 1999; Universidad... ¿Para qué?, 2003; Genoma humano y clonación: perspectivas e interrogantes sobre el hombre, 2003; En los orígenes de la unión europea. Robert Schuman y Jean Monnet, 2003; La Rosa Blanca. Rostros de una amistad, 2006; Una tierra para el hombre. Los rasgos excepcionales de nuestro pequeño planeta, 2007; El perfil del profesor universitario. Situación actual y retos de futuro, 2007; VOCARE. La actualidad educativa de María Zambrano, 2008. Abbiamo organizzato corsi estivi – Universidad... ¿para qué? e Genoma humano y clonación: perspectivas e interrogantes sobre el hombre –, abbiamo diretto progetti di ricerca nazionali e internazionali, abbiamo partecipato alla vita pubblica dell’università con dibattiti e tavole rotonde sui cambiamenti politici e legislativi dell’università o con manifesti diffusi tra i nostri colleghi. Siamo presenti in diverse università delle regioni di Madrid, Valencia, Granada, alle Canarie, in Catalogna ecc. Una vitalità che nasce dalla volontà di mantenere vivo questo desiderio della conoscenza e della sua trasmissione. «Allargare la ragione» Credo che il contributo fondamentale di “Universitas” consista nell’offrire un’amicizia nella quale siamo impegnati perché si rinnovino le certezze fondamentali della conoscenza. Per questo ci è così familiare il bisogno segnalato da Benedetto XVI all’università di Ratisbona il 12 settembre 2006, quando ha detto che il problema della vita universitaria consiste nell’«allargamento del nostro concetto di ragione e dell’uso di essa». È nell’uso della ragione, quando è in azione, che si può notare la stanchezza e la necessità di una compagnia umana che ci restituisca la passione per l’avventura della ragione. La nostra amicizia, la nostra associazione, “Universitas”, ha voluto e vuole rappresentare questa compagnia, che riunisce scienziati, ingegneri, umanisti e studiosi di scienze sociali. Con altre parole lo esprimeva anche Nikolaus Lobkowicz, Direttore del Centro Studi per l’Europa Centrale e Orientale e Rettore Emerito dell’Università di Monaco di Baviera, quando a proposito della crisi attuale dell’università europea paragonava il ruolo che possono svolgere “Universitas” e altre forme di associazione a quello svolto dalle Accademie in Italia alla fine del Rinascimento; e concludeva che se queste ultime permisero di recuperare la rilevanza, allora perduta, della ricerca creativa, quello di cui necessita l’università di oggi è rinnovare l’educazione e i suoi metodi: «Abbiamo bisogno di corsi e seminari che, invece di trasmette nient’altro che “quello che già si sa” (che di fatto può essere in gran parte dubbio o addirittura erroneo), insegnino a formulare domande intelligenti, domande su cosa sia veramente importante, per ognuno di noi e per l’umanità nel suo complesso». Benedetto XVI e Nikolaus Lobkowicz concordano nel ritenere che non si tratta soltanto di difendere la ragione, ma di imparare nuovamente a usarla, di scoprire il gusto di usarla. E credo che ciò si possa rinnovare grazie alla creazione e allo sviluppo di realtà comunitarie che, a partire da diversi postulati scientifici, culturali, religiosi e sociali, permettano questo recupero all’interno delle università. Con l’esperienza di “Universitas” possiamo soltanto incoraggiarlo. Questo è il nostro piccolo contributo per combattere la crisi dell’università.
“Universitas”. Il gusto della conoscenza
di Guadalupe Arbona Abascal / Professore di Letteratura contemporanea all’Università Complutense di Madrid e presidente di “Universitas”, Associazione per la ricerca e la docenza
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