Professor Yuan, potrebbe descriverci, seppur in estrema sintesi, il percorso storico dell’università in Cina? Certamente. Possiamo distinguere tre fasi all’interno della storia dell’università cinese. La prima – che va dal 1949 al 1954 – si contraddistingue per il suo, diciamo così, “modello russo”. Sono gli anni, infatti, dello stretto rapporto tra la Repubblica Popolare Cinese e il sistema comunista sovietico. Quali sono le caratteristiche principali di questo modello? Così come in Russia, tutte le università del nostro Paese vengono completamente finanziate dal governo centrale, che ne decide i programmi, gli indirizzi, le graduatorie e gli stipendi per i docenti. I singoli atenei non hanno perciò alcuna autonomia, né vivono in un sistema di mercato. Per gli studenti non ci sono spese. A tutto provvede lo Stato, dai dormitori, agli alloggi per i docenti. È interessante notare la differenza davvero minima tra lo stipendio di un docente e quello di un assistente, anche se gli alloggi più o meno confortevoli, all’interno del villaggio universitario, sono rigidamente assegnati in base alla carriera. Quali sono le principali differenze con la fase successiva? Il distacco dalla Russia ha inciso ovviamente anche sull’impostazione dell’università. Questo secondo periodo, dal 1954 al 1978, si differenzia dal primo principalmente per l’abolizione dell’esame d’ingresso. Se prima, terminato il liceo all’età di 18 anni, bisognava sostenere un esame standard in tutto il Paese e in base al risultato si accedeva alle università più o meno prestigiose, in questi anni la selezione, da culturale, diviene politica. Cosa intende? L’università, questa era l’idea di Mao, doveva formare la nuova classe politica, per questo motivo non selezionava più gli studenti dal liceo, ma dalle fabbriche e dalle campagne. La preparazione culturale inizia a contare quindi meno di quella politica. Per il resto, rimane l’impostazione centralistica così come la copertura di tutte le spese da parte dello Stato. La terza fase, dal 1978 ai nostri giorni, è invece segnata dalla graduale apertura della Cina all’Occidente. In che cosa si distingue dai primi due modelli? Innanzitutto vede il ripristino dell’esame di ammissione nazionale, che gli studenti di tutto il Paese sostengono nel mese di luglio. Un esame molto severo attraverso il quale, in base alle graduatorie, si accede alle varie università. Nel tempo, Pechino e Shangai diventano le eccellenze del sistema. Potersi iscrivere a queste università significa, ovviamente, migliori insegnanti e titoli più prestigiosi. La selezione è molto severa e selettiva per le università più rinomate e per le facoltà in cui c’è una maggiore domanda di iscrizione. Potremmo definirlo, per certi aspetti il “modello americano”, anche se presenta alcune differenze con l’università statunitense. La prima di queste è che la frequenza è ancora gratuita per gli studenti. Quest’ultimo aspetto mi permette di distinguere due fasi all’interno di questo periodo. Quali? Intorno al 1995 si inizia a ragionare in un’ottica di mercato. Lo Stato non garantisce più la casa agli operai delle fabbriche o ai docenti delle università, mentre le università si reggono sui fondi pubblici per il 50%. Il restante 50% deve perciò essere raccolto autonomamente. Gli studenti passano così dall’università gratuita alle rette fissate in base al reddito (fino a un massimo di circa 1000 euro annui). Le università diventano autonome nel finanziamento, ottenuto ad esempio organizzando la formazione di chi lavora, o trovando autonomamente dei contratti di ricerca. Lo stesso vale per i docenti: chi vale di più riesce a trovare maggiori fondi di ricerca. Con questo budget, che in parte rimane all’università, il docente può assumere dei propri dipendenti. Chi lavora meglio in pratica può allargare il proprio staff, non stiamo parlando di precari, ma di collaboratori che vengono assunti dall’università stessa. Cosa può dirci delle università private in Cina? Esistono una decina di università private in Cina, economicamente accessibili a tutti, selettive sui criteri di ammissione. Il numero è limitato a causa degli standard qualitativi e di struttura molto alti fissati dallo Stato. Possiamo iniziare a confrontare il sistema cinese con quello italiano? La grande differenza consiste a mio parere nella concorrenza, a tutti i livelli. In Cina è la norma, in Italia è la grande assente. Una cattedra universitaria in Italia garantisce, “a vita”, uno stipendio e un corso gestito in maniera decisamente autonoma. In Cina un docente che non fa ricerca o insegna male, perde studenti e ha meno collaboratori. C’è una gara virtuosa tra dipartimenti, docenti, ricercatori e lo stipendio varia in base ai risultati. La concorrenza in Cina la sperimentano però anche gli studenti delle elementari. In base ai risultati e a un sistema forse troppo severo si decide a quale liceo un ragazzo può accedere in maniera molto selettiva. Questo meccanismo continuerà poi per tutta la vita. Anche il percorso universitario è strutturato in modo differente? Direi di sì. In Italia vige il 3+2, una laurea breve di tre anni e una specialistica di due. In Cina la laurea breve dura 4 anni, seguita da un Master di 2 anni e mezzo a cui segue il Phd. Il sistema però è molto severo. Nei primi 4 anni gli esami si posso ripetere in un numero limitato di casi, durante il Master sono necessarie due pubblicazioni di livello internazionale altrimenti non è possibile fare la tesi. Lo stesso Phd non può essere “infinito”. Interessante notare come il destino dello studente sia legato a quello del docente. Se il professore lavora male lo studente non riuscirà a pubblicare e quindi a laurearsi. Il metodo di insegnamento è poi opposto a quello italiano. In che senso? In Cina tutto viene ridotto a test, la risoluzione dei problemi si insegna attraverso la ripetizione di ciò che mostra l’insegnante, in Italia c’è un approccio più creativo. L’insegnante italiano cerca di far giungere lo studente alla soluzione stimolando la sua intelligenza e la sua creatività. Ecco perché gli studenti cinesi sono imbattibili nella preparazione scientifica e matematica, ma sono meno creativi dei colleghi italiani. Potremmo quasi dire che un docente cinese, se non ti ha già spiegato e fatto assimilare la soluzione, non ti propone nemmeno un nuovo problema da risolvere. Ma non è tutto. Cioè? Ciò che manca in Italia, o che è scomparso, è uno stretto rapporto tra la ricerca universitaria e l’industria, che è alla base del sistema cinese. Grazie a questo la Cina ha raggiunto livelli di eccellenza e compete con le migliori università del mondo, favorendo il rientro dei “cervelli” che si sono formati all’estero e che portano un bagaglio preziosissimo di esperienze e know-how.
L’università in Cina. Intervista a Cuiming Yuan
di Cuiming Yuan / Responsabile sviluppo della Fondazione Italia-Cina. Già docente di Chimica industriale all’Università di Shangai e all’Università Statale di Milano, delle quali oggi è consulente
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