Quadrimestrale di cultura civile

San Paolo: un passo nuovo per educare alla vita

di Marcos Antônio Gagliardi Cascino / Rettore di UNIÍTALO (Centro universitario Italo-Brasileiro)

Esiste una tradizione, una teoria nella costellazione delle scienze umane secondo cui, di tanto in tanto, per l’umanità è prevista la benedizione della comparsa di qualche genio. In talune epoche la pittura riceve un talento, in altre la musica è benedetta da qualcuno che ode il canto degli angeli. In alcuni momenti della nostra Storia incontriamo un eroe della politica o della scultura, ma che dire di un uomo che potrebbe essere considerato sovrumano o super umano? Il suo contributo spazia dalla letteratura alla pittura, dall’aviazione alla matematica, dall’oratoria alle scienze belliche. Dallo sport alla fotografia. Che cosa pensare di tutto ciò? Davvero restiamo perplessi. Mi riferisco a Leonardo da Vinci. Anche soltanto leggendo la sua biografia tutti lo definiscono un genio. Chi sarebbe Leonardo da Vinci o, riformulando la domanda, cosa sarebbe Leonardo da Vinci? Mi sento in dovere di sostenere l’ipotesi secondo cui Leonardo fu più di un genio. Essere un genio non basta in un mondo turbato e immerso nel torpore della monotonia. La storia è piena di esempi di geni privi di etica. Leonardo non fu solo un genio: fu un umanista. Qualcuno che ha vissuto, pensato, creato, e ha insegnato al genere umano a credere nelle potenzialità che la mano di Dio fornisce a tutti gli uomini e a tutte le donne alla ricerca di qualcosa che li trascenda. Leonardo fu un uomo che imparò dal passato, dialogò con il presente e anticipò il futuro. La sua testimonianza silenziosa supera le barriere del tempo e giunge fino a noi per insegnarci qualcosa: noi possiamo creare. Forse è il motto alchemico del Medioevo che sussurra al nostro orecchio: «Lege, lege, lege, ora, relege, labora et invenies» (leggi, leggi, leggi, prega, rileggi, lavora e troverai). Sì, abbiamo ancora molto da scoprire su, e da imparare da, Leonardo da Vinci, ma anche da Tommaso d’Aquino, il quale ci insegna come la Grazia (Dio) non sostituisca la natura (l’umanità), ma la perfezioni. È attribuita a Leonardo da Vinci la definizione secondo cui i piedi dell’uomo sarebbero simili a un ponte. Se osserviamo con attenzione l’appoggio dei nostri piedi dal punto di vista anatomico, possiamo notarlo facilmente. I talloni sopportano il peso della nostra massa corporea, che è aumentato dall’azione della forza di gravità. L’altra metà di questo ponte serve da appoggio e sostegno affinché le dita dei piedi gettino una sorta di trampolino davanti al corpo. È così che ci spostiamo quotidianamente nel mondo e nella vita senza rendercene conto. L’illustrazione dei piedi umani in movimento è una nozione anatomica e biomeccanica che funge da metafora per fare riferimento al mondo in cui viviamo e, in partiticolare, alle persone assieme alle quali viviamo. Passato, presente e futuro in un passo. Un semplice passo per delineare la traiettoria della nostra esistenza. Qualcosa di più della conoscenza Un’università, nel suo significato etimologico, è lo spazio e il momento in cui un nuovo mondo si fa presente. Nel senso dello spazio riuniamo nel nostro campus giovani e meno giovani dalle provenienze più diverse per etnia, condizione sociale, credo religioso, filosofia di vita, valori familiari. Ogni semestre varcano le porte del nostro istituto e siedono sui nostri banchi persone animate molto più che da un semplice desiderio di frequentare la facoltà di Lettere o i corsi di Amministrazione d’impresa. Osservo innumerevoli volti e mi accorgo dello sguardo di chi è in cerca di qualcosa di più della conoscenza. Queste persone, questi giovani, questi uomini cercano un’identità. L’identità è il criterio mediante il quale noi ci consideriamo degli esseri pensanti. Uno studente universitario è qualcuno che cerca le informazioni e le conoscenze necessarie a tracciare il proprio percorso intellettuale e formarsi così a una professione. È anche qualcuno in cerca di parametri secondo i quali portare avanti il proprio progetto di vita: dare consigli ai propri genitori nel prendere una decisione importante, comprendere meglio la propria moglie o il proprio marito quando si deve affrontare un periodo di disoccupazione, imparare a dialogare con le persone su diversi argomenti... Uno studente universitario cerca di essere felice e di essere competente sia nella vita personale sia in quella professionale. Ho affermato in precedenza che l’università è anche un’opportunità, un periodo speciale nella vita di queste persone. Ma qual è il momento giusto per entrare nel mondo accademico? Esiste un momento giusto? Forse Leonardo da Vinci sarebbe rimasto colpito non dall’età, bensì dalla maturità di queste persone. Nel nostro Paese, nella città più importante, la più densamente popolata e la più ricca di risorse umane, abbiamo a che fare con persone appartenenti a diverse classi sociali che lottano, lavorano, si impegnano spasmodicamente e nonostante ciò trovano il tempo e l’entusiasmo (nell’accezione etimologica del termine) per cercare di ottenere una formazione e una conoscenza accademiche. La partnership con l’“Associazione Educare alla vita” Qualche anno fa la nostra università ha avuto il privilegio di conoscere l’“Associazione Educare alla vita” (promossa da Marcos e Cleuza Zerbini a San Paolo, ndr). All’inizio credevamo si trattasse di un’associazione in cui i soci fossero vincolati da un accordo finanziario legato all’università e che, una volta conclusa questa prestazione di servizi, la tanto agognata laurea avrebbe posto termine a un rapporto fatto di diritti e di doveri. Col passare del tempo e degli impegni assunti durante questo periodo nell’accompagnare il percorso dei partecipanti all’associazione, abbiamo osservato che qualcosa di diverso aveva attraversato le nostre aule. In primo luogo, l’associazione è in grado di raccogliere un folto numero di persone delle più svariate condizioni sociali e culturali per negoziare – in condizioni di parità – l’importo della retta mensile e altri criteri che il “mercato” stabilisce essere dipendenti dalla libera iniziativa. I nostri dirigenti hanno incontrato in diversi momenti la commissione dell’associazione per stabilire un dialogo che non fosse solo quello esistente tra cliente e fornitore, ma fra due istituzioni che si relazionano sulla base di interessi comuni. Sul piano sociologico questo fenomeno merita una spiegazione accurata. Su scala più ampia questa iniziativa può essere rappresentativa di cambiamenti strutturali a partire da una dinamica capitalista. Un altro aspetto da considerare è lo scopo per cui queste persone si riuniscono intorno a un ideale. Questa impresa non ha una struttura semplicemente di tipo sindacale, si tratta piuttosto di un’associazione, e la ricchezza etimologica del termine che la definisce è singolare: “soci” in latino fa riferimento a comunità, vita collettiva, relazioni, principi e iniziative in cui il bene comune del gruppo ha maggior valore e identità dell’ideologia che probabilmente rischierebbe di soggiogare questa iniziativa. Abbiamo notato che i suoi membri si considerano cittadini a pieno titolo e che intendono impegnarsi a sostenere il bene comune di questa comunità, dei suoi membri, di coloro che fanno parte della medesima società. È piuttosto suggestiva l’opportunità che ho avuto. Per caso mi è capitato di intrattenere con uno dei soci una conversazione informale che si è rivelata piuttosto indicativa. Mi ha confidato un piccolo segreto: avendo studiato pedagogia, il suo progetto di vita era quello di motivare gli altri a credere nel miracolo quotidiano del lavoro che libera (perché eleva) l’uomo dai suoi complessi e pseudo-valori di auto-affermazione. Tale liberazione non sortisce alcun effetto e non raggiunge il suo scopo se non è collegata a un ampio contesto di valori. Questa comune concezione etica che ci raduna in un’unità fraterna ci fornisce la struttura “antropo-trascendente” di chi siamo e di dove andiamo. Proseguendo nella comprensione del termine “educare alla vita”, ripesco dai miei ricordi la densità antropologica del pensiero aristotelico, che afferma la teologia dei nostri atteggiamenti: “omne agens agit propter finem” (ogni soggetto agente agisce in vista di un fine). L’educazione alla vita e alla pienezza della vita significa e richiede che i suoi attori siano pronti non solo a risolvere i problemi di tutti i giorni, ma a scegliere soluzioni alternative per affrontare i dilemmi dell’esistenza. Siamo così davanti a un nuovo mosaico, che si delinea in una società postmoderna. Chi sono i nostri soci? In che modo l’associazione è diventata un socio (=comunità) all’interno di questa partnership con le università brasiliane? La figura di Leonardo ci richiama l’immagine del ponte: questi soci, in un mondo di rapidi cambiamenti strutturali, cercano la stabilità dell’unione che l’umanità è chiamata a vivere in modo comunitario, collettivo, personale. Mi auguro che il passo assorbito dai talloni – che rappresentano il passato e le nostre tradizioni – mantenga la spinta che parte dal collo del piede ed è diretta a protendere le dita verso il futuro che cerchiamo: una società in un mondo più degno di essere vissuto.