Quadrimestrale di cultura civile

Il falso dilemma del sistema spagnolo

di Rafael Sánchez Saus / Rettore dell’Università CEU San Pablo di Madrid

Nell’estate del 2009 i ministeri spagnoli dell’Istruzione e della Scienza e Innovazione hanno indetto, tra un’inconsueta aspettativa generale, il Programma Campus di Eccellenza Internazionale (CEI). Secondo quanto ha detto il ministro Ángel Gabilondo, era «una straordinaria occasione per promuovere congiuntamente il lavoro svolto dalle università spagnole», poiché a essa veniva affidata la costruzione di «ecosistemi della conoscenza» basati sull’«aumento di interazioni con il territorio, sulla promozione dell’eccellenza nei suoi quattro ambiti (docenza, ricerca, innovazione e qualità della vita), e sull’internazionalizzazione». Il programma, cui per il primo anno sono stati assegnati più di 150 milioni di euro in crediti molto vantaggiosi per i progetti universitari che verranno selezionati, deve far sì, nientemeno, che l’università spagnola diventi «l’agente fondamentale per il cambiamento, in Spagna, del modello produttivo basato sulla conoscenza». Questa iniziativa ministeriale congiunta, al di là della retorica – obbligata, in un’occasione simile –, ci illustra ampiamente due questioni che è necessario segnalare per quanto attiene al rapporto dello Stato con l’università spagnola. Stato e università Da una parte, il ruolo che lo Stato si arroga, seguendo una tradizione immemorabile, nel fissare obiettivi e nel modo in cui questi devono essere raggiunti dalle università. In gran parte è conseguenza del carattere essenzialmente pubblico del sistema universitario spagnolo, perché la maggioranza delle università, comprese le più importanti e le più grandi, è di proprietà statale. D’altronde, nel bando del Programma CEI si esplicitava il fastidio provocato dalla presenza crescente delle università private e di proprietà della Chiesa cattolica e la loro irrisolta integrazione nel sistema universitario spagnolo. In realtà, il bando sembrava ignorare la loro esistenza e impedire la presentazione di progetti da parte loro; dopo la protesta delle università emarginate, queste clausole sono state ammorbidite, rendendo possibile l’accesso al bando e ai vantaggiosi crediti, in caso di approvazione; tuttavia non si è concesso loro di ottenere gli aiuti per le fasi di preparazione dei progetti che, generosamente e a fondo perduto, sono stati distribuiti alle università pubbliche. Per farsi un’idea di che cosa significhi questa emarginazione, si deve sapere che 25 sulle 75 università che compongono la Conferencia de Rectores sono private o di proprietà della Chiesa e che nell’anno accademico 2007-2008 rappresentavano il 10,5% degli studenti (146.290), con una forte crescita annuale del 0,5% del totale. Che una realtà così consolidata e in aumento possa ancora provocare reticenze e riflessi contrari, su cui si apportano correzioni affrettate e incomplete in un’occasione così importante, è un chiaro esempio delle contraddizioni che in questo campo, come in tanti altri, compromettono quello che è il sistema universitario spagnolo. È tuttavia assodato che le università private sembrano adattarsi meglio di quelle statali ad alcune linee della politica universitaria che le stesse autorità dello Stato stanno tracciando da diversi anni, al punto che, per certi aspetti essenziali, sembra che le prime potrebbero servire da modello alle seconde, il che era semplicemente inimmaginabile solo pochi anni fa. Inoltre, è comunemente riconosciuto il loro migliore adattamento allo spirito e alle esigenze dello Spazio Europeo di Educazione Superiore, soprattutto per le condizioni della docenza, per non parlare del finanziamento, qualcosa di estremamente scomodo per le università pubbliche. In effetti, come è noto, in molte di queste ultime si è manifestata una forte resistenza al “processo di Bologna”, almeno nella forma in cui è stato presentato e alle sue conseguenze. Il modello universitario continentale, in cui lo Stato si arroga grandi poteri nonostante la pretesa autonomia universitaria – riconosciuta in Spagna perfino nel testo della costituzione – mal si addice ai prototipi anglosassoni che il “processo di Bologna” sembra mettere al primo posto, ma indubbiamente ha un impatto molto minore su quelle istituzioni che per definizione non sono sottoposte alla tutela statale e che sono cresciute relativamente ai margini dei vizi di cui questa tutela spesso è all’origine. Il paradosso è che il modello anglosassone, oggi trasformato in ideale, si basa sulla libertà di creazione e gestione delle università, mentre in alcuni paesi europei è lo Stato a essersi preso in carico la trasformazione quasi repentina – e a colpi di decreti – dell’università perché, teoricamente, fosse più vicina allo Stato stesso. Recentemente lo ha dimostrato il desiderio, già espresso dal Ministero dell’Istruzione spagnolo, di dare il via in tempi brevi al dibattito sulla direzione e la gestione delle università pubbliche, data la situazione cui le ha portate una cattiva concezione della democrazia, soprattutto per le esigenze preventive delle stesse autorità politiche. La crisi dell’università spagnola Le università spagnole oggi sono condannate all’inefficienza o al conflitto, perché non si può fare niente senza soddisfare o preservare gli interessi di cricche o gruppi di pressione interni. Senza il loro consenso è praticamente impossibile prendere anche una sola decisione di una qualche importanza, dal semplice livello di direttore di dipartimento a quello del rettore, passando per i presidi, una figura essenziale del tutto indefinita, poiché i posti di responsabilità sono attribuiti per elezione, o dipendono da cariche elettive. Anche se il dibattito ha fatto solo i primi passi, il documento Strategia Università 2010. Il governo dell’università e delle sue strutture di ricerca e innovazione, elaborato dalla Associazione dei Rettori sotto gli auspici del Ministero, presenta proposte che nei loro aspetti più importanti assimilerebbero il governo delle università pubbliche a quello oggi in vigore in molte di quelle private, con la configurazione di una Giunta di governo molto simile ai Patronati delle fondazioni che stanno alla base di molte di esse. D’altra parte, ci sono altri aspetti della vita e dell’attività universitaria per i quali la maggior parte delle università private spagnole sono ben lungi dal rappresentare un modello. Alcune in fase del tutto embrionale, altre troppo dedite a ottenere benefici d’impresa senz’altro legittimi ma che non dovrebbero rappresentare uno scopo in sé, non sempre presentano una coesistenza equilibrata delle tre missioni che definiscono tutte le università attuali. Sebbene l’ambito della docenza e l’attenzione agli studenti siano in genere i loro punti di forza, e stiano alla base dell’indubbia crescita di questi anni, la ricerca continua a essere la pecora nera della maggior parte di esse. Anche se molti rettori sostengono che per le università private sia necessario accedere in regime di totale uguaglianza ai bandi dei finanziamenti pubblici alla ricerca, sembra certo che qualsiasi sviluppo nel futuro immediato si debba realizzare in stretta correlazione con l’industria e con mezzi professionali. Curiosamente, ed è un segno di quanto i confini fra i territori delle università pubbliche e private saranno sempre meno definibili, oggi sono proprio le università pubbliche a sottolineare questa necessità, seppure con molte resistenze interne a causa dell’avversione ideologica di molti universitari all’idea di beneficio, non a quella di sovvenzione, e dell’immagine negativa dell’azienda tra i settori universitari dominanti negli organi di governo. La fedeltà alla terza missione, che generalmente sarebbe definita dai concetti di innovazione o trasferimento, segna una netta differenza all’interno delle università private spagnole. Se il trasferimento dei risultati della ricerca e della vita universitaria alla società nel suo complesso si intende non in termini restrittivi e limitati all’aspetto tecnologico, ma in senso più realista e generoso rispetto all’insieme di creazioni intellettuali e di valori che ogni università genera e mette al servizio della società, sembra certo che non tutte le università private rispondano agli stessi stimoli. Mentre alcune, concepite come società anonime, nella pratica sembrano subordinare tutte le loro strategie al conteggio dei risultati, altre, la cui natura è simile a quella degli enti senza scopo di lucro, senza perdere di vista la necessaria sostenibilità del loro progetto, trovano la loro vera ragione di esistere proprio nella terza missione, nella proiezione verso la società e nel ruolo di mediazione che assumono tra quest’ultima e l’istituzione che le ha ispirate o fondate. Università buone e università cattive D’altra parte, il ruolo sociale delle università pubbliche, la loro vocazione di servizio alla società, continua a essere la ragione principale della loro esistenza e la giustificazione degli ingenti mezzi dedicati al loro finanziamento, nonostante tanti elementi che rendono torbida questa realtà, soprattutto quelli che derivano dall’intromissione politica dei partiti. È proprio l’origine di questo finanziamento – che dipende pesantemente da enti che in genere intervengono e controllano la società civile, come le Comunità Autonome spagnole – ciò che turba il servizio sociale delle università e lo trasforma in qualcosa d’altro, spesso a servizio della politica meno esemplare. Molti professori e altri addetti hanno anche il timore non del tutto infondato che questa vocazione di servizio alla società possa essere svalutata a vantaggio di interessi economici e imprenditoriali che le università pubbliche sono spinte a prendere in considerazione sotto forma di una maggiore attenzione al mercato e alle possibilità di occupazione degli studenti. Anche se questo timore sarebbe più giustificato se non fosse spesso generato dalla cieca difesa di interessi accademici e fosse più sensibile all’intromissione politica, il necessario equilibrio tra sostenibilità e servizio alla società si profila come una componente essenziale dell’università pubblica di qualità. Il che darà luogo a sfide che le università private fedeli alla terza missione hanno dovuto affrontare fin dalla loro nascita e che continuano ad affrontare ogni giorno. Quindi, benché il sistema universitario spagnolo continuerà per un certo tempo a essere dominato dalla dicotomia pubblico/privato dei suoi componenti, sono molti i campi in cui ci sarà un avvicinamento delle due realtà, e i loro rapporti saranno sempre più naturali. La dicotomia pubblico/privato sarà considerata in futuro – soprattutto dagli studenti e nel complesso della comunità universitaria – un falso dilemma. La vera distinzione si dovrà fare tra università buone e cattive o, se si preferisce, eccellenti e soltanto passabili. Allora avremo in Spagna un sistema universitario maturo, dopo le profonde trasformazioni degli ultimi trent’anni.