Quadrimestrale di cultura civile

Il modello universitario britannico

di John Wood / Professore all’Imperial College, Londra e presidente dell’European Research Area Board

Quando ho assunto la carica di presidente dell’European Research Area Board (Comitato dello Spazio europeo della ricerca), la prima domanda che mi ha posto l’allora commissario alla ricerca, Janez Potocnik, è stata: «Come possiamo modernizzare le università europee?». Questa domanda ne suscita molte altre. In primo luogo: nella mente degli accademici e dell’opinione pubblica, l’idea di università è cambiata? E poi: posto che le università siano ancora in grado di svolgere il loro compito, esiste un unico modello valido per tutte? L’Europa ha una ricca tradizione universitaria, da Bologna a Parigi, a Oxford e Cambridge, fino ai giorni nostri: si stima che nel Vecchio continente vi siano oltre quattromila istituzioni designate come università. Gli atenei nacquero come centri di apprendimento e dibattito piuttosto disgregati, in cui si confrontavano diverse linee di pensiero e i docenti godevano di una relativa libertà di movimento. È facile idealizzare questi antichi centri di studio e ricerca, ma la storia del fermento sociale tra studenti e tra professori fa sembrare blande le dispute di oggi. Sulla base del suo vecchio impero, oggi sostituito dal Commonwealth, il Regno Unito ha esercitato un’influenza fondamentale sulla formazione delle università di ogni Paese. In tutto il mondo, più di seicento atenei sono basati sul modello britannico di governance e gestione. Tuttavia, se guardiamo alla situazione dell’Unione europea e di altre aree del mondo, il quadro si complica molto, e tante università languono a causa del modo in cui sono strutturate. Istituzioni autonome Nel modello britannico, le università sono istituzioni autonome, finanziate in parte direttamente dal governo e in parte con il pagamento di rette e altre fonti di reddito (soprattutto la ricerca). Il profilo professionale e contrattuale dei docenti non favorisce la mobilità. Le università più antiche hanno uno statuto formale emesso dall’autorità sovrana (o dal capo di Stato) che nomina il rettore e approva la formazione di un consiglio locale che la rappresenti. Nel 2007, nel centenario della sua fondazione, l’Imperial College si è reso indipendente dalla University of London; oggi è quindi la più recente istituzione universitaria nel Regno Unito. Leggiamo insieme un passo tratto dallo statuto dell’Imperial College, simile nei toni a molti altri documenti analoghi basati sul modello britannico. Lo statuto è redatto in uno stile eccentrico: dopo un saluto della regina a tutti i sudditi e dopo qualche informazione preliminare, prosegue con queste parole: «SIA DUNQUE RESO NOTO A CIASCUNO che a Noi, in virtù delle Nostre Prerogative Reali e della Nostra grazia speciale, conoscenza certa e pura volontà, è piaciuto decretare, e con la presente per Noi, i Nostri Eredi e Successori, decretiamo quanto segue: […] 4. L’università si porrà l’obiettivo di garantire i massimi livelli di istruzione specialistica, e di promuovere la formazione, l’erudizione, la ricerca e la dottrina più avanzata negli ambiti scientifici, tecnologici e medici, in particolare nella loro applicazione all’industria; e nel perseguimento di tali obiettivi agirà di concerto con altri enti. 5. L’università, soggetta a questo Nostro Statuto e Costituzione, avrà potere, nei limiti della legalità, di compiere ogni atto teso al perseguimento dei suoi obiettivi e, senza pregiudizio alla totalità di quanto precede, avrà diritto di: […]». Il testo prosegue elencando i poteri di conferimento delle lauree, di investitura e così via. Così viene sancito il ruolo dell’Imperial. Il consiglio esterno indipendente, tramite il suo presidente, nomina il direttore generale, che a sua volta deve giustificare di fronte al Consiglio le attività dell’ateneo. È solo uno dei modelli possibili, ma finora nel Regno Unito ha svolto bene il suo compito, assicurando trasparenza e indipendenza. Il valore dell’istruzione universitaria Dunque, che aspetto dovrebbe avere l’università del futuro? Politici e opinione pubblica, che però raramente conoscono la portata globale dell’azione di queste istituzioni, nutrono aspettative elevate: vedono gli atenei come centri di istruzione di massa, che preparano i nostri studenti ad alimentare l’economia nazionale; come macchine da ricerca, fulcri di innovazione, consulenti di aziende e governi. Tuttavia, abbiamo forse perso di vista il vero senso dell’istruzione universitaria. Quali sono i valori in base a cui l’istruzione è offerta? L’università è forse solo una fase di transizione dall’adolescenza all’età adulta? Per me, un’università è in ultima analisi un centro di cultura, un luogo in cui tutti i partecipanti – laureandi, laureati, docenti – sono coinvolti in nuove scoperte (non necessariamente nuove per il mondo intero, ma nuove per la loro esperienza). Le università dovrebbero essere motivate dalla capacità di stupirsi di fronte alle meraviglie del mondo intorno a sé. Dovrebbero essere luoghi aperti al dibattito, proiettati verso l’eccellenza. E potrei proseguire, ma questo è un ritratto idealizzato. Eppure credo che si debba avviare un dibattito sui valori fondanti delle università attuali. Ha senso tentare di modernizzarle guardando alle graduatorie e alle classifiche mondiali? Non posso sperare di affrontare tutti questi punti in un breve saggio, ma voglio terminare con un estratto da un articolo pubblicato su Science and Business nel settembre 2009, che analizza alcuni nodi fondamentali per la ricerca universitaria del futuro, e le tensioni che le università dovranno affrontare nel tentativo di soddisfare così tante esigenze. Inizio riflettendo sulle mie prime esperienze di ricerca. Quando ero un giovane ricercatore a Cambridge, ero libero di organizzare i miei esperimenti e spesso decidevo di cosa occuparmi mentre mi recavo a piedi al laboratorio. Gli esperimenti e le analisi erano difficili, ma avevo imparato a padroneggiarli durante il dottorato e avevo letto quasi tutti gli articoli più importanti nel mio settore di studi. Venivo invitato a recensire libri e articoli e a parlare in pubblico durante convegni internazionali. Questa libertà di perseguire la conoscenza in modo indipendente si conserverà anche nel futuro? Credo fermamente nel ruolo e nell’ispirazione del singolo, ma in futuro la ricerca scientifica si svolgerà sempre più in grandi équipe internazionali, e gran parte degli esperimenti e simulazioni sarà compiuta in remoto. L’ambiente di ricerca del futuro sarà molto più simile a quello già creato dagli astronomi e dai fisici delle particelle. Ci sarà però una differenza: il nuovo scenario coinvolgerà un insieme di discipline, tra cui le scienze sociali e la filosofia, i cui ambiti di interesse presentano inizialmente pochi punti di contatto. D’altronde, continueremo ancora a formare gli studenti universitari in una sola disciplina? Mi sembra di vedere poco entusiasmo per l’idea di abbandonare la specializzazione in una singola area di studi; tuttavia in futuro sarà imprescindibile che, per esempio, un ingegnere meccanico sia in grado di collaborare con un biologo ambientale, un esperto di standard e un legislatore. Solo con questo approccio più “olistico” potremo risolvere le sfide che abbiamo di fronte. Se pensiamo all’ambiente che circonderà un ricercatore all’inizio della sua carriera autonoma, quali differenze ci saranno rispetto alla mia esperienza? Ovvero, l’epoca del Ph.D è tramontata, o si sta solo trasformando? Come potrò diventare membro di quella comunità dispersa e nel contempo mantenere la mia identità? Quale tipo di organizzazione sarà più opportuna per sfruttare questo nuovo ambiente? Per i politici la domanda è: qual è il metodo di finanziamento più indicato che non metta a repentaglio il loro impegno per l’istruzione superiore di massa? Esiste una tensione tra il sostegno all’eccellenza e la necessità di una coesione della società europea: poiché il ricercatore userà risorse provenienti da tutto il mondo, è logico che venga identificato con una singola istituzione? Laboratori virtuali Il giovane ricercatore del 2030 quindi dovrà basarsi molto sul lavoro compiuto dai suoi pari in diverse discipline e in varie organizzazioni di tutto il mondo. Ma a differenza di oggi, quel ricercatore potrebbe non aver bisogno di uscire di casa, perché grazie al mondo virtuale sarà sempre connesso con laboratori di ogni angolo del pianeta. Il progetto europeo Lifewatch (www.lifewatch.eu) è un ottimo esempio dello scenario emergente. Questa infrastruttura collega la biologia strutturale con la rilevazione ambientale svolta a terra e nello spazio, sotto l’egida dell’Agenzia spaziale europea. I dati raccolti, elaborati al Cern, consentono di monitorare la biodiversità e sviluppare modelli di ambiente sostenibile che possano informare e guidare i decisori politici. È un programma ambizioso, e il modo in cui viene gestito può fungere da modello per l’ambiente di ricerca del futuro. Quindi ricerca e insegnamento diventeranno sempre più globali: continueranno a esistere centri nazionali di insegnamento e ricerca, ma allo stato attuale questi centri non sono preparati ad affrontare le sfide globali. Per rispondere a quelle sfide dobbiamo perseguire l’eccellenza nell’istruzione, nella ricerca e nell’implementazione. L’Europa del futuro non dovrà aver paura di sostenere e pretendere l’eccellenza. Tuttavia, il modo in cui questa eccellenza è identificata e definita cambierà a seconda del settore di studi e dell’area geografica. È necessaria una distinzione chiara tra l’eccellenza nella ricerca e nell’istruzione, da un lato, e l’attingimento di una coesione europea. Nel nuovo mondo interconnesso, una collaborazione informale tra scienziati (anche dilettanti) potrebbe produrre risultati migliori rispetto alle vecchie burocrazie della ricerca. Alcune istituzioni potrebbero diventare obsolete ed essere rimpiazzate da reti flessibili. Ne conseguirebbe un mercato del lavoro più fluido per i ricercatori, con maggiore mobilità e differenze salariali più accentuate. Lo Spazio europeo della ricerca trarrà vantaggio da iniziative come lo European Researcher Pass, che consentirà ai ricercatori di spostarsi liberamente tra gli Stati membri, portando con sé la propria assistenza sanitaria e sociale ovunque vadano, senza svantaggi a lungo termine. Tutto ciò non significa che le istituzioni di ricerca siano destinate a sparire: in un mondo sovraccarico di informazioni, le istituzioni possono garantire standard di qualità. Come è possibile ottenere questo risultato, stante l’enorme numero di università che abbiamo oggi? Dove saranno dislocate queste istituzioni? In molti casi potrebbero trovarsi semplicemente su Second Life? Tutto ciò ci spinge a chiederci come interagiranno socialmente queste comunità. In molte istituzioni, la macchina del caffé o la sala comune sono i luoghi fisici in cui si formulano e si discutono le idee. Nell’ambiente virtuale di ricerca e insegnamento, si svilupperà la stessa passione, oppure la e-generation evolverà di conseguenza? La tradizione europea come guida Oltre alla varietà di istituzioni e culture, l’Europa può vantare anche una forte tradizione condivisa di scoperte scientifiche e filosofiche. Questa tradizione europea adotta un approccio olistico all’istruzione e alla ricerca: non vede l’istruzione come un mero trasferimento di conoscenze, ma piuttosto come la formazione di un essere umano in quanto membro della società, descritta da termini come Bildung o formation. La parola tedesca Wissenschaft indica la ricerca nelle scienze naturali come nelle arti, nelle materie umanistiche e nelle scienze sociali, e la prima età moderna ha visto lo sviluppo costante di tutte queste aree. L’approccio europeo alla ricerca scientifica, dunque, dovrà fare leva sulla forza di questa tradizione. Oggi le arti, le scienze umane e sociali sono spesso viste in opposizione alle scienze naturali, e lo scambio delle idee è molto limitato. I primi anni del Ventesimo secolo hanno dimostrato quanto possa essere fruttuosa la collaborazione fra queste discipline, e dovremmo puntare a un dialogo più serrato tra di esse; potremmo così identificare nuove aree di ricerca, oltre a promuovere la divulgazione del pensiero scientifico nella società. Cercare di capire come funzionano le altre discipline, soprattutto quelle estranee alla propria area di specializzazione, può inoltre promuovere il pensiero creativo. A questo scopo, gli studenti delle varie discipline dovranno essere messi in grado di comunicare tra loro con più efficacia. Questo processo deve iniziare ben prima che gli studenti arrivino all’università, e forse nei corsi scolastici dovrebbe essere posta un’enfasi maggiore sulla cittadinanza europea. In tal caso, anziché preservare le antiquate strutture di oggi, dovremo attuare una riforma che riconduca le università alla vera natura della ricerca scientifica.