Alla fine del mese di ottobre prossimo, la città del Cairo avrà l’opportunità di vivere il Meeting di Rimini, su iniziativa di un’élite di intellettuali e giudici egiziani che stanno lavorando come volontari alla preparazione di questo evento. Secondo le previsioni, il Meeting occuperà la scena dei più importanti luoghi storici e culturali dell’Egitto: la memorabile sala dell’Università del Cairo (scelta dal Presidente Obama per tenere il suo discorso al mondo islamico), l’Opera House Egiziana e la cittadella di Saladino. Forse, la cosa che più caratterizza questi luoghi è il loro rappresentare, oggi come nel passato, uno spazio di bellezza per l’incontro e il dialogo con l’altro. Storicamente, infatti, simboleggiano le porte attraverso le quali sono passati, nei due secoli scorsi, i venti del cambiamento e della modernità, giunti poi all’intero mondo islamico. La difficoltà più grande incontrata da questa iniziativa è stata la totale ignoranza delle persone riguardo al Meeting di Rimini. Non è stata una sorpresa per noi, visto che i mezzi di informazione, solitamente, ignorano questo tipo di eventi culturali per concentrarsi su altre cose, ad esempio il matrimonio di coppie gay o gli scandali sessuali dei politici, finendo così per veicolare il messaggio indiretto che il liberalismo e la democrazia non sono altro che decadenza morale. Inoltre il Cairo, da capitale culturale del mondo arabo e islamico qual è, ospita quotidianamente più di un evento internazionale dedicato all’incontro e al dialogo con «l’altro europeo”. Come possiamo dunque proporre il Meeting di Rimini alla realtà egiziana e quale novità può apportare? Nella nostra realtà, il dialogo è fondato sulla demonizzazione della differenza e da lì prende le mosse, cosa che rende il discorso arabo moderato, interlocutore del mondo occidentale, un discorso teso a giustificare la nostra differenza rispetto all’Occidente, come se si trattasse di un peccato che abbiamo commesso. O cosa che porta tale discorso a ignorare la differenza dell’Occidente rispetto a noi e a fingere di non vederla, come se non esistesse. Dal canto suo, il più diffuso e influente discorso estremista, con il suo dividere il mondo in due, nella casa dell’Islam e nella casa della miscredenza, si basa anch’esso sulla differenza, utilizzandola per giustificare il proprio appello allo scontro con l’Occidente e al tentativo di distruggerlo. Per quanto mi riguarda, grazie a un’amicizia di lunghi anni, ho imparato molte cose dal Meeting di Rimini. La più importante, forse, è che la base del dialogo è la differenza. Il dialogo, infatti, dovrebbe essere basato su un incontro, poiché è nell’incontro che la persona fa posto, nella sua vita, a un’altra persona e comincia a scoprirla. In questo senso, la differenza è la base della conoscenza e il dialogo è uno degli strumenti per conseguirla, perché l’eliminazione della differenza per dialogare con l’altro, non è meno aberrante dell’eliminazione dell’altro a causa della differenza. Nella nostra realtà, l’appartenenza a una comunità spirituale, politica o culturale, implica la rinuncia alla propria differenza per integrarsi in quella comunità. Nel Meeting di Rimini, invece, ho visto una comunità che spinge ogni individuo a contraddistinguersi, a scoprire la propria esperienza di vita e il proprio percorso personale, perché l’individuo non etichetta se stesso con l’appartenenza alla comunità, ma piuttosto riscopre se stesso nel farne parte. La consapevolezza che ogni persona ha della propria differenza, rafforza la sua certezza di possedere qualcosa da dare. Nessun essere umano è povero, ognuno può dare agli altri, perché ogni essere umano è speciale. Ci aiuterà il Meeting di Rimini a scoprire ciò che possediamo di speciale? Ci aiuterà a scoprire che cosa possiamo dare agli altri? (Traduzione dall’arabo di Elisa Ferrero)
L’avventura comune di trenta ragazzi, cristiani e musulmani di Wael Farouq
L’Egitto sta vivendo recentemente uno stato di forte tensione generalizzata: quasi non passa settimana senza una manifestazione davanti a qualche moschea o a qualche chiesa. Gli egiziani musulmani pensano che la Chiesa copta sia diventata uno Stato dentro lo Stato, perché non accetta di sottomettersi alla legge, quando la ritiene in contraddizione con le proprie convinzioni. Gli egiziani musulmani credono che ciò faccia parte di un sodalizio con l’attuale sistema di governo, al quale la Chiesa dà il suo sostegno incondizionato, arrivando persino ad appoggiare i progetti politici volti a consentire al figlio del Presidente Mubarak di ereditare il governo. Dal canto loro, gli egiziani cristiani sentono di essere privati dei propri diritti politici e, nonostante le famiglie egiziane più ricche siano copte, e benché tra loro vi sia un’alta percentuale di persone istruite e i cristiani svolgano professioni di alto livello, essi non possono, tuttavia, aspirare alle alte cariche dello stato, come la Presidenza della Repubblica o la Presidenza del Consiglio dei Ministri. Inoltre, i cristiani non possono né costruire né restaurare una chiesa senza intraprendere battaglie prolungate con una burocrazia che li tratta con ostilità. Tale situazione ha fatto sì che la relazione sentimentale tra un giovane musulmano e una ragazza cristiana fosse sufficiente a far scendere in strada migliaia di persone comuni, per manifestare contro la mancanza di fermezza da parte dello Stato e della Chiesa nel far fronte al proselitismo (islamico e cristiano). La questione, tuttavia, non si limita più alle persone comuni, bensì coinvolge oggi persino le leadership religiose. È in questo contesto rovente che trenta ragazzi e ragazze, musulmani e cristiani (cattolici e ortodossi) si riuniscono per lavorare insieme, per cancellare tutto questo male e creare uno spazio di amore e amicizia. Lavorano insieme preparandosi a ospitare il Meeting di Rimini e i valori che esso rappresenta. Il Meeting cresce e si amplia ogni giorno, attirando molta attenzione e curiosità, oltre al sostegno di al-Azhar, Anba Musa (Segretario del Papa copto), Anba Boutros Fahim (Vice Patriarca cattolico), l’Università del Cairo, il Ministro della Cultura, cinquanta personalità pubbliche egiziane e gli ambasciatori di un certo numero di Paesi arabi. Il Meeting del Cairo è iniziato davvero con il sorriso d’amore sui volti di questi giovani, i quali credono nella propria capacità di aprirsi agli altri, perché credono nella propria diversità e la amano. Ricordo di aver detto, nella presentazione dell’edizione araba de Il senso religioso di don Giussani, al Meeting di Rimini 2006, che l’amicizia sincera tra due persone è sufficiente per cambiare il mondo. Stavo forse sognando?
Da Rimini al Cairo di Roberto Fontolan
Quasi sempre le grandi storie cominciano da episodi piccoli, intimi, ininfluenti al di là del nostro misurabile giardinetto di sentimenti e occasioni. Due persone si erano conosciute anni fa al Cairo, per una banale circostanza di studio. Un italiano, cattolico, e un egiziano, musulmano. Simpatia e poi amicizia, scambio, condivisione. Viaggi in Italia e in Egitto, coinvolgimento di altri. Il giardino si allarga, non bastano più quattro passi per girarlo tutto. Un giorno Wael Farouq, l’egiziano, arriva al Meeting di Rimini. È un professore, è giovane, sposato con una diplomatica, ha già visto tante cose. Ma nulla, proprio nulla, lo ha mai sbalordito come quel tour in riva all’Adriatico. Tante idee gli frullano in testa. Rispondere a quello sbalordimento, mettere in moto qualcosa per raccontarlo, per comunicarlo. Dall’estetica all’etica: il professor Wael sa e insieme scopre che le cose della vita funzionano così. Crea un centro culturale, pubblica l’edizione egiziana de Il senso religioso di don Giussani, torna al Meeting e si porta dietro altri amici. Dal niente, letteralmente, organizza alla Biblioteca di Alessandria la presentazione del libro. Un evento che ha dell’incredibile. Nel mitico tempio della cultura voluto dal presidente Mubarak per evocare la meraviglia dell’antichità mediterranea e cosmopolita – un centro del mondo intellettuale che neanche Atene e Roma – il professor Wael porta giudici e poeti, giovani e religiosi a discutere di un testo di un sacerdote cristiano, mai sentito nominare. Non è assurdo? I capi della Biblioteca, riedificata nel 2000 con sfarzo di marmi italiani e sobrio gusto architettonico francese, si convincono finalmente di avere fatto una buona scelta nell’aver ceduto all’energia incontrollabile del professore. Il gruppetto degli amici italiani catapultati nella città patria di Ungaretti non riesce a spiegarsi la faccenda. Che ci facciamo qui? Cosa sta accadendo qui? La ragione e le ragioni si devono allargare, trovare un’altra misura. Ma quella di Alessandria è soltanto una tappa del viaggio di Wael. Libri, scambi, visite, progetti, si inseguono a ritmi vorticosi. Intanto un gruppo di studenti universitari si mette a studiare l’arabo, alcuni passano periodi al Cairo. Rimini, nella settimana del Meeting, è praticamente gemellata con la capitale dell’Egitto. Wael ci viene insieme ai suoi amici, un giudice, un uomo di impresa, una signora di altissima responsabilità, membro della Corte Costituzionale del Paese. Anche loro restano contagiati. Da Wael, dagli amici italo-egiziani-cristiani-musulmani di Wael, dal Meeting dell’amicizia tra i popoli (e soprattutto tra le persone). Frullano altre idee. Negli ultimi mesi lo stesso manipolo sì è gettato a capofitto nella nuova impresa congegnata dal professore. Ha preparato volantini, telefonato, fatto incontri, portato carte, fotocopiato testi, prenotato stanze di albergo, parlato con ministri, trasportato materiali. Un lavoro matto e per nulla disperato, per il grande giorno che è oggi giovedì 28 ottobre, nuova tappa del viaggio cominciato anni fa. Nella gigantesca capitale egiziana, tra l’Università dove parlò Obama, l’Opera e la Cittadella si dipana lo spettacolo intitolato La Bellezza, lo spazio del dialogo. In pratica si sono inventati un “Meeting del Cairo”. Due giorni di conferenze e dibattiti, due mostre e un concerto, in un roteare di ministri (inaugurazione del titolare egiziano della Cultura e di Emilia Guarnieri, presidente del “gemello” grande, il riminese), alti funzionari, diplomatici, magistrati, studiosi, religiosi, testimoni, artisti, giovani e tanta gente curiosa o già “contagiata”. Si parla della Bellezza, si parla dello sbalordimento, si parla dell’evento Meeting di Rimini che oggi e domani si specchierà in quello del Cairo e viceversa. È o non è una grande storia?
Prove di amicizia tra i popoli di Emilia Guarnieri
Oggi in Egitto si apre il Meeting del Cairo, evento al quale prenderanno parte ministri, personalità religiose e culturali egiziane. L’evento è promosso dalla Fondazione Meeting, dal Centro Culturale Ta’Wassul del Cairo e dall’American Muslim Foundation International. Dal 28 al 29 ottobre si terranno incontri, mostre e spettacoli con a tema: La Bellezza, lo spazio del dialogo. Avvicinandosi a questo evento è sempre di più cresciuto lo stupore per quello che sta accadendo: il sostegno di cinquanta personalità egiziane e del ministro della Cultura egiziana che inaugurerà il Meeting, insieme ad altri tre ministri, la presenza tra gli altri di personalità come Emad Abu Ghazi, Presidente del Supremo Consiglio per la Cultura, i volontari che sosterranno questo evento e poi il rendersi conto, ancora, dopo oltre trent’anni di storia, come sia proprio vero che la bellezza, il desiderio del bello di ogni uomo, possa non solo accomunare gli uomini, ma anche metterli insieme nella realizzazione di un’opera. Pensare come tutto è nato dal rapporto con Wael Farouq che alcuni amici ci avevano suggerito di conoscere; l’incontro con lui al Cairo in Egitto nel 2006, l’invito al Meeting per presentare l’edizione in arabo de Il senso religioso; e infine la sorpresa delle sue parole, su cui era incentrato il comunicato stampa finale di quel Meeting: «Questo libro non solo apre nuovi orizzonti al pensiero arabo, ma anche procede verso la creazione di un vero dialogo tra le culture, perché recuperando l’esperienza elementare, l’umanità potrà trovare questo linguaggio comune con cui dialogare. Attraverso la vostra presenza avete fatto il primo passo verso l’altro». E la storia, come per fortuna accade al Meeting, non finisce lì, perché è il 2009 quando Farouq Wael torna al Meeting, portando con sé la vicepresidente della Corte Costituzionale Tahani Algibaly con il consorte Mohamed Aly Heneich e Osman Mikawy, giudice in Egitto. Stupiti dal Meeting, nasce l’idea di portare il Meeting al Cairo, non appena a presentarlo, ma fare proprio il Meeting. E tutto questo non per un progetto, ma per un’amicizia, per un rapporto reale tra persone. E qui ritorniamo a questi giorni dove Il Cairo potrà vivere un momento forse unico nel suo genere: «Cristiani e musulmani che fanno qualcosa insieme?», qualcuno si potrebbe chiedere. Quello che vedo è che le nostre diversità sono evidenti, eppure l’apertura, la stima, la disponibilità che ho sperimentato, incontrandoli, vengono prima di ogni diversità. È proprio vero come dice Wael che la base del dialogo è la differenza. La diversità dell’altro è affascinante perché costringe ad approfondire la propria identità, le ragioni della propria posizione. Questo è il dialogo che ci interessa. Ricordo che una delle primissime personalità del mondo musulmano che invitammo a Rimini nel 1993, il professor Hennaifer, disse nel corso della sua relazione: «Incoraggiate lo sviluppo intellettuale delle persone del mondo arabo, perché possano ottenere una migliore comprensione della loro religione, perché solo così potranno arrivare a capire le ragioni di un’altra religione». La sfida del Meeting del Cairo è proprio questa: non incontrarsi per discutere come iniziare il dialogo, ma cominciare il dialogo costruendo qualcosa insieme, una sfida a usare la ragione nella sua concezione più vera di apertura a tutti i fattori della realtà, andando al Cairo per imparare. Ci avviciniamo a questo evento, qualcosa che non avremmo mai immaginato, con nel cuore le parole del Santo Padre in conclusione del Sinodo: «La pace, che è dono di Dio, è anche il risultato degli sforzi degli uomini di buona volontà», nella speranza che il nostro piccolo tentativo con tutta la nostra buona volontà possa essere un contributo a questo.
Quel dialogo che trasforma i 30 in 200 di Pietro Vernizzi
Sono partiti in trenta e nel giro di poche ore si sono ritrovati in duecento. Sono i volontari del Meeting del Cairo, dal titolo La Bellezza, lo spazio del dialogo, la cui giornata più importante è prevista per oggi, venerdì 29 ottobre. E, a sorpresa, la maggioranza dei volontari sono musulmani. Inizialmente sono stati trenta i ragazzi che hanno deciso di impegnarsi in prima linea per organizzare l’evento. Ma alla fine l’entusiasmo di quel piccolo gruppetto è riuscito a coinvolgere un numero sempre più ampio di coetanei, composto da ragazze col chador ma anche da giovani copti (il nome dei cristiani egiziani), e da qualche adulto. Curioso il modo con cui Sarah, una ragazza che insegna in una scuola intensiva per i bambini dell’età dell’obbligo, ha deciso di prendere alcuni giorni di ferie per dedicarsi al Meeting. Sarah, che non ha mai incontrato in precedenza la realtà di Cl, racconta: «Una delle mie più care amiche è una ragazza italiana che ha studiato al Cairo. Un giorno mi ha proposto di visitare insieme il Museo egizio, che si trova nella mia città, e solo allora mi sono resa conto che, in tanti anni che vivo qui, non c’ero mai stata una volta. È un fatto banale, ma che mi ha colpito particolarmente: vuole dire che, per scoprire di più me stessa, ho bisogno del rapporto con un’altra persona, che magari può venire anche da molto lontano». Dopo questa intuizione, Sarah ha deciso di impegnarsi in varie associazioni di volontariato. E il fatto di avere studiato nell’Università americana del Cairo, il cui docente, Wael Farouq, è anche vicepresidente del Meeting egiziano, ha fatto sì che venisse a conoscenza dell’iniziativa che si tiene in questi giorni. «Viste le mie precedenti esperienze, ho subito detto di sì – rivela Sarah –, e spero che questi giorni siano un’occasione per ampliare i miei confini». Mary invece fa parte della piccola ma vivace comunità di Cl del Cairo (meno numerosa di quella che si trova ad Alessandria d’Egitto): «Ho deciso di collaborare al Meeting del Cairo perché un evento come questo è una speranza per tutto il mio Paese, che ultimamente sta vivendo un momento non facile – osserva la ragazza –. Il fatto che anche le istituzioni del nostro Paese, come alcuni ministri e magistrati, abbiano deciso di impegnarsi in prima persona per il Meeting, mi ha convinto ancora di più del valore che un gesto come questo può avere per tutte le persone, cristiane e musulmane». Come aggiunge la giovane copta, «dopo avere studiato alla facoltà di Ingegneria della Modern Academy del Cairo, attualmente lavoro in una società nel settore dell’Information technology, attiva nella telefonia mobile». E quella del Meeting si sta rivelando un’avventura entusiasmante, ma impegnativa: «Non dormo praticamente da venerdì scorso – ammette –, perché di giorno lavoro e dedico al Meeting il resto del mio tempo». Hariri, signore di mezza età, è invece consulente della filiale egiziana di un’assicurazione tedesca. «Ad avermi coinvolto è stato mio cugino, Said, uno dei capi dei volontari del Meeting del Cairo. Oltre che un evento per la città, la preparazione degli incontri e delle mostre è stato un momento importante anche per il mio quartiere. Vedendoci così indaffarati, prima i nostri familiari e parenti, e poi tutti i vicini si sono coinvolti per dare una mano». Ma il Meeting del Cairo in Egitto sta suscitando l’interesse anche nella gente comune, che ne sente parlare per la prima volta in vita sua. Come Alì, un imprenditore egiziano attivo nel campo delle costruzioni, che lavora in Italia ma ha la famiglia nel suo Paese d’origine, ed è di religione musulmana. «È bello cooperare tra persone di religioni diverse – spiega incuriosito dall’iniziativa –.Trovo molto affascinante il logo scelto per l’iniziativa, il nome arabo del Cairo inscritto dentro la colomba del Meeting di Rimini. E personalmente trovo giusto che non si pongano limiti alla libertà d’incontrarsi. Così come ritengo che non si dovrebbero porre delle restrizioni ai matrimoni tra persone di religione cristiana e musulmana, anche se nel mio Paese sono in molti a non pensarla così».
La Sharia non può essere legge dello Stato Intervista a Tahani al-Jibaly, giudice
È stata il primo giudice donna in Egitto e in pochi anni è arrivata a scalare i massimi livelli della magistratura del Paese arabo, fino a essere nominata vicepresidente della Corte costituzionale. Intervistata da ilsussidiario.net, il presidente del Meeting del Cairo, Tahani al-Jibaly, rivela come si è opposta all’adozione della Sharia, la legge islamica, come diritto dello Stato egiziano, pur riconoscendole un ruolo ed evitando così di creare un conflitto religioso nel Paese. «La religione ha molto da dire sulla vita, ma è sbagliato pretendere di conformare la vita di tutta la società ai dettami religiosi», sottolinea al-Jibaly. E proprio a partire da questo presupposto la presidente del Meeting del Cairo sta interpretando il suo importante e delicato ruolo istituzionale. A partire dall’applicazione della Sharia, la legge islamica, che per al-Jibaly deve sottostare alle leggi dello Stato, e mai sovrapporsi a esse. Pur essendo tenuta in considerazione in quanto consuetudine del suo Paese. «La Sharia – spiega il magistrato – va presa per quanto di buono è in grado di offrire alla società. Finché è sinonimo di essere equi e giudicare in modo corretto, proteggere il corpo da tutto ciò che può danneggiarlo ed essere rispettosi delle persone, comportarsi in modo onesto con tutti, ritengo che la Sharia vada accolta come diritto consuetudinario. Ma sono contraria ad assumerla in toto come legge dello Stato. La Sharia può essere cioè una parte della legge, ma non sostituirsi a essa, e dove non aiuta a migliorare la vita della società è molto meglio rinunciare ad applicarla». E lo stesso discorso vale anche per il rapporto tra religione e vita pubblica: «La religione autentica non deve spingere a ritirarsi dalla vita, ma ad affrontarla. Ma allo stesso tempo è sbagliato pretendere che l’intera vita sociale sia regolata automaticamente da dettami religiosi. Il ruolo della religione è più che altro quello di formare la coscienza delle persone: insegnare loro a fare il bene, amare il prossimo, compiere il loro lavoro in modo onesto». E nei confronti degli estremisti usa parole decise: «Dio ha creato tutti i popoli e le tribù perché si rispettino a vicenda, e non avremo nessun rispetto per chi non ha rispetto per gli altri. Dio è bello e ama la bellezza, a differenza di ciò che è privo di bellezza, e che quindi ama solo ciò che è brutto. Ma è giusto anche non nascondere la bruttezza politica, economica e sociale che sta affrontando il nostro Paese: la nostra patria stava per bruciarsi per un conflitto religioso di cui l’Egitto non è degno, e l’impegno di questi volontari è stata una risposta decisiva. Persone ortodosse, cattoliche, evangeliche, giovani studenti dell’Università del Cairo, musulmani e aderenti al movimento per la pace di Suzanne Mubarak, riuniti insieme per un’iniziativa comune». Quello che emerge dalle parole di al-Jibaly inoltre è un grande orgoglio nazionale, il cui valore ha un significato esattamente opposto a quello degli estremisti islamici. E questo non soltanto perché l’Egitto esiste da 6mila anni, ben prima quindi della venuta di Maometto, ed è orgoglioso del suo passato. Ma anche perché «la tolleranza è un tratto distintivo del popolo egiziano, l’Egitto è sempre stato al crocevia tra popoli e nazioni, ha ospitato inglesi, turchi e persone provenienti da altre parti del mondo. Possiamo dialogare con qualsiasi popolo, anche perché le idee hanno ali e non aspettano il visto d’ingresso». E proprio per questo, l’Egitto può rivestire un ruolo tra le numerose nazioni musulmane: «Il ruolo storico dell’Egitto deve essere quello di mostrarsi più aperto mentalmente e meno rigido dal punto di vista religioso degli altri Paesi arabi. Siamo tutti contrari alle persone più chiuse mentalmente e che vogliono fomentare l’odio». Al-Jibaly, per esempio, si dice «completamente a favore dei matrimoni tra persone di diverse religioni, come cristiani e musulmani. Non c’è nessuna ragione per vietarli». Un punto su cui va controcorrente rispetto all’opinione di una fetta numerosa di egiziani. E ammette: «Abbiamo molti problemi nel nostro Paese, sia di tipo economico che politico. E abbiamo bisogno di grandi soluzioni per risolvere questi problemi. Ma l’Egitto può fare molte cose per risollevarsi, e il Meeting del Cairo è una di queste». Interessante inoltre l’analisi del motivo per cui al-Jibaly ha deciso di ispirarsi al Meeting di Rimini: «Dall’aula magna dell’Università del Cairo, dove ci siamo incontrati giovedì sera, nel 2009 ha parlato il presidente Obama, per proporre una nuova fase del dialogo al posto dello scontro tra civiltà al fine di avvicinare tutti i popoli. Purtroppo però la politica e gli interessi economici hanno sopraffatto giustizia, libertà e rispetto dell’altro». E si è chiesta al-Jibaly: «Perché il dialogo appare sconfitto malgrado gli sforzi e le intenzioni buone? Perché ci siamo concentrati solo sulle élites, lasciando che l’odio penetrasse nei cuori delle masse. L’umanità paga la dimenticanza di giustizia, uguaglianza e libertà. Al contrario, da trent’anni il Meeting di Rimini organizza un evento che abbiamo deciso di riproporre qui al Cairo. E la risposta sono questi giovani, che hanno deciso di venire qui come volontari». (intervista a cura di Pietro Vernizzi)
Ha ridato una speranza a chi non aspetta più nulla Intervista a Tarek Ibrahim Farag, volontario
Da una parte le profonde speranze suscitate in chi ha partecipato a un evento unico, dall’altra la consapevolezza delle difficoltà che continuano a ostacolare un reale cambiamento del Paese in assoluto più popoloso tra quelli che si affacciano sul Mediterraneo. Prima fra tutte, la mancanza di separazione tra religione e politica. È lo spaccato del Meeting del Cairo che emerge dalle parole di Tarek Ibrahim Farag, cattolico e residente ad Alessandria d’Egitto, intervenuto venerdì mattina all’Opera Hall come relatore per raccontare la sua esperienza di volontario al Meeting di Rimini. Signor Farag, che cosa si aspettano i duecento giovani che hanno partecipato al Meeting del Cairo come volontari? Ciascuno di loro è animato dalla speranza di rendere la società egiziana più libera. Ma, mi dispiace doverlo dire, non si aspettano proprio nulla, non almeno in questa vita o quanto meno oggi come oggi. Che cosa intende dire? Questo Meeting è una speranza perché ci dà la possibilità di incontrare nuove persone e di tornare a organizzarlo tra un anno, qui o da un’altra parte. Ma le persone che hanno partecipato al Meeting del Cairo sono solo una piccola parte dei 77 milioni di egiziani, e con l’evento si conclude in qualche modo anche il suo oggetto. Quali sono le difficoltà a produrre un cambiamento nella vita di tutti i giorni? Le differenze tra Italia ed Egitto sono conosciute. Qui in Egitto è la religione a costituire il più grande problema per il cambiamento, perché la religione nel nostro Paese entra in tutti gli aspetti della vita, imponendo alle persone di fare, o non fare, una serie di cose. Ma se la situazione è quella che ha descritto, perché tanti giovani si sono mobilitati per il Meeting? Quando dico che noi egiziani non ci aspettiamo cambiamenti più rapidi, affermo la verità, e lo faccio perché conosco la situazione e la storia del mio Paese. Non è una cosa che diciamo normalmente agli estranei, e ovviamente mentre preparavamo il Meeting del Cairo cercavamo di non pensarci. Ma la verità è pur sempre questa. Ciò non toglie il fatto che d’altra parte noi consideriamo il Meeting del Cairo come un punto di partenza. Se noi non avessimo nessuna speranza, nessuno inizierebbe a fare una cosa come questa, mentre noi abbiamo deciso di dedicarvi tempo ed energie. Forse non ci aspettiamo mutamenti più veloci, ma un cambiamento ci sarà. Da dove può venire la speranza che questo accada? Può essere sufficiente che incominci anche da una sola persona. Se io inizio ora a perdonare e a mettermi al servizio degli altri, chi mi vede sarà portato a ripetere quei gesti e a dire anche ad altri di farlo. Il fatto che il Meeting sia stato realizzato al Cairo e non altrove vuole dire che l’Egitto è il più tollerante tra i Paesi musulmani? In realtà, in tutte le nazioni arabe si trovano sia persone dalla mente aperta sia il loro opposto. Evidentemente in Egitto le persone dalla mente più aperta hanno le qualifiche per fare una cosa come il Meeting del Cairo, e hanno colto questa opportunità. Ma questo non vuole dire che non esistano persone di buona volontà anche in altri Paesi arabi. Nel suo intervento di venerdì ha parlato dell’esperienza della gratuità. Ritiene che possa comprenderla anche un musulmano, benché il Corano non ne parli mai? Sì, e lo prova il fatto che l’organizzazione del Meeting del Cairo è stata portata avanti da persone di fede islamica. Proprio perché hanno compreso il valore della gratuità, alcuni musulmani hanno messo in piedi un evento come questo. E quindi non posso che rispondere di sì, ci sono musulmani che fanno questa esperienza, e si trovano proprio qui in Egitto. Tra i vari motivi che possono spiegare questo fatto, c’è anche che molti musulmani nel mio Paese frequentano le scuole gestite dalle suore cattoliche, e quindi crescono fin da piccoli con questa idea di gratuità e di perdono. Lei ha amici di fede musulmana? Sì, ma non parliamo mai di religione. Che cosa l’ha colpita del Meeting di Rimini? Da anni desideravo vedere l’Europa di persona, e non soltanto in televisione. La mia idea era che in Europa tutto fosse permesso e che le persone passassero la loro vita a divertirsi. Ero quindi sicuro che i volontari del Meeting di Rimini fossero tutti ben pagati. Invece ho trovato dei giovani che lavoravano in modo armonioso l’uno con l’altro, senza nessun compenso. Era una macchina che funzionava in ogni suo minimo dettaglio. E ho quindi imparato molte più cose che compiendo un giro turistico. Che cosa ha imparato? Noi abbiamo sempre l’idea del lavoro come qualcosa di pesante e faticoso. Venendo a Rimini ho capito invece che cosa significhi realmente prestare un servizio da vero professionista e a farlo senza nessun compenso in cambio. Ho imparato inoltre che ci sono persone che mi possono aiutare e altre persone che devo aiutare. Per non parlare dell’importanza di essere puntuale, e del fatto che il lavoro che compio deve essere apprezzato da tutte le persone che si trovano intorno a me. (intervista a cura di Pietro Vernizzi)