Quadrimestrale di cultura civile

Attualità e utilità del federalismo sturziano

di Mauro Magatti / Preside della facoltà di Sociologia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano

L’attualità del pensiero di Sturzo sui temi del federalismo è, per molti aspetti, sorprendente. Nel leggere le riflessioni del prete siciliano su questo tema non sembra che sia passato un secolo: la sua impostazione che, facendo perno sulla centralità dei Comuni, attribuisce un ruolo fondamentale alle Regioni nel quadro dell’unità nazionale, rimane un sicuro punto di riferimento per tutti coloro che intendono lavorare a un progetto federalista nell’ottica di una riforma istituzionale di questo Paese. Tale attualità non è frutto del caso. Sturzo, infatti, è l’uomo politico che, forse meglio di chiunque altro, è stato capace di leggere i processi storici profondi che si muovono sotto la “pelle” del Paese, all’interno di una chiave interpretativa originale, capace di sostenere una visione di futuro. Per questo, in un momento come quello che l’Italia sta attraversando – e alla vigilia di importanti decisioni in tema di federalismo fiscale – il pensiero di Sturzo merita di essere ascoltato. Rispetto al dibattito in corso, i punti principali sui quale mi pare sia opportuno richiamare l’attenzione sono almeno quattro. Vicinanza tra cittadino e istituzione La prospettiva federalista di Sturzo è del tutto simile a quella di Thomas Jefferson, uno dei padri fondatori degli Stati Uniti d’America, il quale immaginava una società veramente libera come quella composta da una gerarchia di unità – che, in una gradazione di autorità, vanno dall’embrionale repubblica del quartiere a quella della contea per arrivare, attraverso lo Stato, alla repubblica dell’Unione – capaci di autogoverno. Secondo Jefferson, come secondo Sturzo, la democrazia può evitare di sprofondare nelle patologie che essa stessa produce a condizione di riuscire a conservare un forte radicamento nella vita quotidiana dei suoi cittadini. È la stessa questione sollevata da Tocqueville di ritorno da una lunga visita negli Stati Uniti: la democrazia vive di procedure e istituzioni, ma anche di impegno personale e relazioni sociali. Ponendosi all’interno di questa tradizione di pensiero, Sturzo è convinto che solo riuscendo a ri-stabilire una vicinanza tra cittadino e istituzione è possibile conservare e riprodurre le basi morali della vita democratica. Il federalismo – questo insegna Sturzo – è molto di più di una architettura istituzionale più o meno efficiente: esso è, prima di tutto, un modo di concepire il rapporto cittadino-istituzione nel quadro di una visione partecipativa della democrazia. Per questa ragione, il federalismo è intimamente associato al principio di sussidiarietà: la sua stella polare non è tanto la costruzione di istituzioni di scala minore dal punto di vista spaziale – mediante il trasferimento di risorse e funzioni dallo stato alle regioni o ai comuni; il problema è piuttosto quello di mettere in campo una forma istituzionale in grado di rendere possibile una transazione vitale tra le grandi infrastrutture necessarie alla vita sociale contemporanea e i mondi della vita quotidiana di milioni di cittadini. Il successo di tale impresa – tanto ardua quanto decisiva – è condizione necessaria, secondo Sturzo, per tenere a bada le pulsioni nichilistiche che, facendo ammalare la democrazia, ne causano l’implosione. L’unicità del nostro Paese Proprio in tema di transizione cittadino-istituzione, l’Italia gode di una specificità che, nell’esporla a pericolose tendenze involutive, ne costituisce altresì un possibile punto di forza. Per cogliere il suggerimento di Sturzo, è utile porsi una domanda: perché il territorio italiano è così fitto e l’identificazione locale così forte? Purtroppo, siamo così abituati alla realtà del nostro Paese da non riuscire più a stupirci della sua unicità: rispetto a qualunque altra regione del pianeta, l’Italia conserva una densità di luoghi ineguagliata. È possibile che si tratti di un semplice caso? L’interpretazione sturziana ci mette sulla buona strada: un tale risultato è una preziosa eredità lasciata dalla particolarissima presenza della Chiesa cattolica nel corso dei millenni. Un’eredità che, sotto complesse e contraddittorie stratificazioni storiche, delinea la traccia di un vero e proprio modello politico-istituzionale centrato sul valore della persona, del territorio, dell’autonomia. Se la guardiamo nel lunghissimo periodo, la penisola italica è stata a lungo l’epicentro di una ricca vita spirituale e culturale che però non è mai riuscita a costituirsi in unità politica. Più spesso, nel corso della storia, l’Italia è stata terra di conquista da parte dei più svariati eserciti straneri. Lo stereotipo di un italiano diffidente e scanzonato nei confronti delle istituzioni è l’eredità forse più pesante di una vicenda lungo la quale i luoghi del potere sono stati per lo più visti come qualche cosa di estraneo alla vita quotidiana della popolazione, entità transeunti da non prendere troppo sul serio. Abituati a essere dominati da eserciti stranieri, gli italiani hanno imparato l’arte di fare per conto proprio, a prescindere dal potere di turno e dalle sue istituzioni. In questo modo si può spiegare la persistente centralità dei territori – incubatori di relazioni, interessi, creatività. Un tale modello non è scevro da contraddizioni. In particolare, non si può sottovalutare la sua difficile relazione con le dinamiche centrali del processo di modernizzazione che lo hanno a lungo lasciato in bilico tra il recupero di valori familiari e comunitari e rigurgiti neofeudali. Ciò contribuisce a spiegare il percorso tortuoso che caratterizza l’Italia negli ultimi secoli: stato-nazione tardivo e pseudo potenza imperiale, l’Italia ha continuato a specchiarsi soprattutto nei campanili e nei municipi. Ancora oggi, i Comuni continuano a rappresentare il luogo più stabile dell’identificazione tra cittadino e istituzioni. Non solo, diversi segnali suggeriscono che la stessa idea di italianità rimane fondamentalmente mediata dall’appartenenza locale. La stessa ricerca sul campo conferma che ci si sente italiani in quanto appartenenti a uno specifico territorio, senza alcuna contraddizione tra la specificità dell’appartenenza locale e la comunanza italiana. Anzi, una delle dimensioni distintive dell’essere italiani è proprio la rilevanza attribuita al territorio, alle relazioni familiari e amicali, alla specificità del particolare. Sturzo è fondamentale per capire che la marginalità italiana nel processo di modernizzazione, lungi dal costituire semplicemente un fattore di arretratezza, può costituire la risorsa fondamentale per dare corpo a un vero “modello italiano”. A condizione di mettere al centro del discorso un’idea di autonomia federalista che parta dalla complessità del percorso storico che caratterizza la penisola. I rischi del federalismo in Italia La recente riscoperta del federalismo – fenomeno che si produce non solo in Italia – ha a che fare con la crisi degli Stati nazionali e con la loro pretesa di risolvere i problemi della convivenza umana nel quadro dell’universalismo nazionalistico. Per molti aspetti, il recupero di una tale inclinazione è un aspetto interessante e potenzialmente fruttuoso. Ma ciò a condizione che si eviti l’ondata di chiusura localistica che tale processo attiva. Il problema di sempre si ripropone oggi in termini ancora più ultimativi: come è possibile far sì che il locale sia universale e l’universale locale? In sostanza, non si può pensare di trattare la questione del federalismo in Italia negando i suoi potenziali effetti regressivi. Al Sud l’indebolimento dell’unità nazionale può far precipitare intere regioni verso forme di neofeudalesimo che si produrrebbero attraverso il rafforzamento di poteri illeciti e illegali, operanti su scala internazionale. Al Nord, la regressione rischia di prodursi in termini culturali, mediante il rafforzamento di quelle posizioni che legano la rilevanza del territorio a un’identità etnica e che, per questo, sono disposte a usare anche la violenza. Di tali rischi, Sturzo era ben consapevole. In molti suoi scritti, egli insiste sul fatto che l’autonomia locale deve essere riequilibrata attraverso il rafforzamento di legami universalizzanti. Nella cristianità medioevale, tale legame era costituito dalla Chiesa e dal messaggio universale che essa incarnava e che veniva tradotto nella organizzazione per diocesi – nelle quali venivano collocate le singole comunità parrocchiali. In questo modo, la specificità di ogni comunità ecclesiale locale era compensate dalla mediazione svolta dal clero – attraverso la formazione, l’inquadramento giuridico e la lingua utilizzata (il latino). Nel Rinascimento, quando i Comuni raggiunsero il loro massimo splendore, il nesso locale-universale venne invece garantito dall’idea di uomo universale che, attraverso le arti e i commerci, fu capace di proiettare i territori italiani ben al di là della loro dimensione locale. Memore di questa storia, Sturzo insiste sul fatto che la prospettiva federalista è positiva solo se è capace di salvaguardare un chiaro orientamento universalistico in grado di compensarne le inevitabili derive localistiche. Con riferimento alla modernità, sono in particolare tre i piani che possono contribuire ad evitare tale involuzione: l’apertura culturale; le esigenze tecnico-funzionali; la natura relazionale delle istituzioni. La dimensione locale in proiezione globale Per quanto riguarda il primo piano, l’idea sturziana di federalismo valorizza la dimensione locale nella prospettiva di una chiara proiezione globale. Nel solco del pensiero sociale cattolico – che lo stesso Sturzo ha contribuito a forgiare – ogni processo di chiusura, di costruzione di confini, di recupero della memoria, può avere senso solo come condizione e premessa di una maggiore apertura. Da questo punto di vista, il riconoscimento del “locale” non mira a reintrodurre separazioni forzose che non reggerebbero alla prova dei fatti, ma guarda piuttosto alla ricreazione dei termini che rendono possibile il pieno sviluppo umano. Tutelando quelle dimensioni che nelle grandi infrastrutture tendono a essere dimenticate, l’autonomia locale è vista come condizione per una più piena e consapevole partecipazione alle dinamiche universali. Circa il secondo piano, già Sturzo cent’anni fa si rendeva conto che il Comune italiano ha una dimensione troppo piccola per poter adeguatamente assolvere molte delle funzioni necessarie per lo svolgimento della vita socio-economica di una società moderna. Cent’anni dopo, una tale inadeguatezza è ancora più marcata. Per questo, la preferenza per la dimensione locale convive con la centralità del ruolo di organismi di meso-livello – in primis le Regioni – il cui scopo principale non è però quello amministrativo, ma legislativo e di coordinamento. Nella sua prospettiva autonomistica, Sturzo ebbe sempre chiara la necessità di trovare una mediazione tra le istanze localistiche e quelle funzionali tipiche di una società moderna, mediazione che può essere raggiunta solo nel quadro di una architettura istituzionale complessa che non contrappone né divide, ma articola e integra. Da questo punto di vista, Sturzo ci insegna un’idea di federalismo estremamente moderna, eminentemente relazionale. Come i Comuni sono in relazione tra di loro e con le Regioni, queste ultime sono in relazione allo Stato il quale è in relazione all’Europa e quest’ultima al mondo. In tale prospettiva, mettere mano – in questo momento storico – all’assetto istituzionale italiano comporta una riflessione più generale attorno al tema della sovranità. Nelle condizioni della società di oggi, la sovranità non può più essere pensata come esclusiva, così come pensava l’immaginario “di terra” tipico del XX secolo. Oggi, nell’epoca della modernità liquida, la sovranità deve essere ripensata in chiave relazionale. Ma questo significa introdurre nel cuore degli ordinamenti vigenti un grado di innovazione istituzionale così elevato da consentire l’articolazione di una pluralità di livelli di governo in modo tale da non produrre caos e litigiosità ma una transizione più feconda tra esperienza soggettiva e assetti istituzionali. Un obiettivo ambizioso che va ben al di là delle questioni tecniche e che investe una capacità di visione politica di alto profilo. Da questo punto di vista, la fase che l’Italia sta attraversando risulta di straordinario interesse. Per una volta almeno, l’Italia ha la possibilità di essere più avanti degli altri Paesi e di sperimentare soluzioni che altrove, per ragioni storiche, paiono più improbabili. Per una volta almeno, l’Italia potrebbe essere protagonista di una grande stagione di innovazione istituzionale. Tutto ciò a condizione che riesca ad ascoltare ed essere orgogliosa della sua storia e della sua specificità. Imparare da Sturzo è il miglior viatico per camminare in questa direzione.