L’idea della Big Society (grande società) si è affermata nel Regno Unito nella sua forma attuale attraverso un percorso vivace, benché tortuoso, a livello internazionale. Le origini del dibattito contemporaneo sulla relazione tra il governo e quella che i francesi chiamano la vie associative possono essere individuate nell’Illuminismo scozzese. L’odierna nozione anglosassone di civil society (società civile) risale probabilmente al filosofo morale edimburghese Adam Ferguson, e al suo Saggio sulla storia della società civile, pubblicato nel 1767. Con questa espressione Ferguson intendeva in sostanza il mondo della società dei commerci, con la sua esigenza di virtù. Era una preoccupazione condivisa dal titolare della cattedra di Filosofia morale presso la vicina Università di Glasgow, il più illustre contemporaneo Adam Smith. Hegel la chiamava burgerliche Gesellschaft, e auspicava un forte controllo dello Stato su questa sfera ambigua, incontrollabile e imprevedibile. La riflessione di Alexis de Tocqueville sulla differenza di tessuto sociale tra Francia e Stati Uniti, descritta nel celebre testo del 1876 La democrazia in America, allargò definitivamente l’idea di società civile fino a includere un ampio ventaglio di associazioni volontarie, e la collocò definitivamente nel contesto della libertà, della cittadinanza, e in una relazione potenzialmente problematica con il governo. Era solo questione di tempo prima che si affermasse il concetto di CBO (community-based organizations), le associazioni della società civile. Un secolo dopo, l’America Latina concepì e visse quella relazione sulla base di un’antinomia: la società civile si opponeva al dispotismo, alle dittature e alle oligarchie militari. Nella prima fase del suo pensiero, il filosofo marxista italiano Antonio Gramsci propone un’analisi critica della società civile come terreno di scontro nella battaglia per il dominio ideologico in politica. I semi di una perenne opposizione binaria tra governo e società civile erano già piantati. La nozione ampia di “Big Society” La caduta del Muro di Berlino, il collasso dell’Unione Sovietica, e la sfida improba di trasformare un’economia pianificata e centralizzata in un’economia capitalista, riportarono alla ribalta il ruolo centrale della società civile in quanto «società dei commerci». La società civile era ciò che mancava all’Unione Sovietica, e senza di essa il capitalismo moderno non poteva funzionare con efficienza. Si può quindi affermare che la vaghezza circa l’esatta definizione di “società civile” non è un fenomeno nuovo; più recente è invece la sua contrapposizione al governo in un gioco a somma zero. La nozione di “Big Society” appare ampia e inclusiva: non deve necessariamente implicare un “Piccolo Stato”, come molti invece ritengono. Ma non c’è dubbio che uno dei fattori chiave della “Grande Società”, i cui contorni si sono delineati nello sviluppo storico binario di cui sopra, sia il concetto di sussidiarietà. Pare che l’idea risalga a un principio della chiesa calvinista nel XVII secolo, ma non ci sono prove che l’uso cattolico derivi da quella fonte. Si tratta dell’affermazione esplicita che lo Stato non deve monopolizzare l’azione in vista del bene comune; o, per dirla in modo più pragmatico: alle esigenze della società deve rispondere l’organismo più efficiente e, ove possibile, a rispondervi dovrà essere la comunità locale, che esprima il senso profondo della propria cittadinanza collaborando in vista di un obiettivo comune. Fin dall’inizio, dunque, il dibattito sulla società civile si è inevitabilmente collegato alla dimensione religiosa, per via dell’intensa azione di solidarietà sociale svolta dalle chiese. Tocqueville rimase impressionato dal forte impegno religioso anticonformista dei cittadini americani che incontrò. Nella Gran Bretagna vittoriana, la chiesa metodista e quella anglicana avevano avviato lo sviluppo dell’istruzione pubblica, e avevano influenzato il pensiero dei partiti politici: gli stessi principi fondanti, nel caso del Partito laburista. Dall’Esercito della Salvezza alla Toynbee Hall nell’East End di Londra, le associazioni cristiane erano al servizio dei cittadini poveri, oltre a combattere in prima linea per l’abolizione della schiavitù. Con lo slogan “Cristianesimo e Commercio” sbarcarono in Africa ondate successive di attività missionarie, spesso associate a opportunità di istruzione e tentativi di trasformazione economica. Da questa grande fioritura della società civile di stampo religioso nella Gran Bretagna vittoriana sorse una domanda: quali dovevano essere i rapporti reciproci tra questa società e lo Stato? All’inizio il problema fu più sentito nel contesto coloniale e imperiale, in cui le comunità islamiche soggette non dovevano essere molestate da missionari entusiasti. In generale, però, ci fu una comunione di intenti tra lo Stato e la leadership religiosa. Questa relazione, tuttavia, è diventata problematica nel nuovo mondo globalizzato postcoloniale, sia a livello nazionale che internazionale. Nel dopoguerra, la nuova prosperità fece sorgere l’impressione che il Welfare State non avesse bisogno del contributo delle comunità religiose. L’ondata di ricchezza avrebbe raggiunto tutti, anche i poveri e gli emarginati, in automatico o con l’aiuto del governo, ma senza bisogno di un intervento degli Enti religiosi. Stato e società: una riflessione necessaria L’idea di “Big Society” contiene, fra le altre cose, il riconoscimento della miopia di questo assunto, e dunque è stata ben accolta dalle comunità religiose. Per questo motivo, c’è un’esigenza crescente di riflettere sui rapporti tra Stato e società civile, su quali siano le interazioni e le strutture più utili per un’efficace fornitura di servizi, per alleviare la povertà, per promuovere l’istruzione: in breve, per la governance. Le religioni del mondo vogliono essere parte integrante della soluzione ai problemi del XXI secolo, un’aspirazione a cui la Tony Blair Faith Foundation si prefigge di contribuire. È stato chiaro fin dall’inizio che, perché venga riconosciuto e sfruttato l’enorme potenziale delle fedi, debba realizzarsi una più diffusa “alfabetizzazione religiosa”, oltre ad argomentazioni basate sui fatti. La nostra breve esperienza come organizzazione può indicare alcuni percorsi da intraprendere. Anzitutto è necessario che le religioni si comprendano meglio a vicenda, coordinandosi in vista del bene comune, e che elaborino modalità di azione innovative ed efficaci. La loro legittimità come agenzia sociale e come interlocutore per la giustizia sociale dipende da questo, ma non sarà riconosciuta finché resterà diffusa l’ignoranza sulle rispettive fedi. È assolutamente cruciale promuovere l’alfabetizzazione religiosa in un mondo globalizzato, dove le diverse comunità di fedeli vivono a stretto contatto. Per questo motivo ci siamo concentrati sui programmi per le scuole e le università, oltre a promuovere l’impegno sociale come una delle principali forme di dialogo interreligioso. Il nostro programma “Face to Faith”, pensato per le scuole, raccoglie già studenti di tredici Paesi diversi; molti di essi sono a maggioranza musulmana – come la Giordania, l’Indonesia e il Pakistan – e altri induisti, come l’India. Tramite un collegamento internet sicuro in videoconferenza, la formazione degli insegnanti, un nuovo programma di studi e un sito web per il follow-up, studenti di tutto il mondo sono invitati a mettersi in contatto per discutere insieme dei problemi del XXI secolo dal punto di vista delle rispettive fedi, esercitandosi per sviluppare le abilità di conciliazione e negoziazione che potranno essere applicate a livello locale e per tutta la vita. Il nostro programma rivolto alle università riunisce un consorzio di grandi atenei che hanno adottato il nostro corso interdisciplinare su “Fede e globalizzazione”. A partire da un modello comune, ogni università adatta l’insegnamento e i contenuti al proprio contesto specifico: alcuni per esempio si concentrano sulla religione nella sfera pubblica, altri su religione e conflitti, altri ancora sulle nozioni di spazio sacro. Iniziano già ad apparire nuovi ambiti di ricerca, e si pensa a come raccogliere i risultati delle varie ricerche e renderli disponibili in un formato accessibile a tutti. L’obiettivo di questo corso è analizzare le interazioni complesse tra la globalizzazione e le diverse comunità di fede. Non intende promuovere una religione in particolare, ma scoprire quali sono gli ostacoli che impediscono alle diverse fedi di svolgere appieno il proprio ruolo umanitario per costruire nazioni, costruire la pace, stimolare la riconciliazione e il riconoscimento delle radici comuni della nostra umanità. Dà atto quindi che le religioni del mondo sono portatrici di pretese di verità non negoziabili, e che la buona governance, e una società civile dinamica, richiedono rispetto e comprensione reciproca. Solo così si potrà garantire la convivenza pacifica nel mondo globalizzato; è un obiettivo importante, a patto che la convivenza non sia equiparata alla sospensione della responsabilità morale e a un relativismo etico improntato all’indifferenza. Le comunità di fede nella società Forse la cooperazione delle comunità di fede sul piano sociale andrebbe considerata un obiettivo di primaria importanza. La Faith Foundation non l’ha trattata così, se non con il più intensivo dei nostri corsi, dedicato alla formazione dei Faiths Act Fellows, gli ambasciatori degli obiettivi di sviluppo del millennio. Coppie di persone di religioni diverse, simbolo dunque esse stesse del successo che intendono conseguire, ospitate da organizzazioni nel Regno Unito, negli Stati Uniti e in Canada, hanno avviato campagne di prevenzione contro la malaria. La prima squadra, composta da 30 persone di fedi diverse, ha raccolto 250.000 dollari nel 2009-2010, formando gruppi interreligiosi in dieci città, e collaborando proficuamente con i mass media locali. La seconda squadra comprenderà reclute dall’India, e alcuni lavoreranno con organizzazioni ospitanti in Africa. Abbiamo verificato che i tre diversi programmi vanno a comporre una strategia coerente: coloro che sperimentano il programma scolastico o quello universitario spesso scelgono di passare all’azione concreta con il programma interreligioso. I partecipanti al programma di azione sociale stringono amicizie profonde da cui sorgono conversazioni sulla fede. A sua volta questo spinge i Fellows a volerne sapere di più, a interrogarsi sulla propria fede e il suo ruolo nel mondo. Il cammino «dalle mani ai cuori alle teste» è un viaggio che spesso li conduce a un approfondimento della loro spiritualità e a una comprensione più profonda della loro fede. Da questa esperienza, pur limitata, si può evincere un principio più generale sul funzionamento della “Big Society”: l’istruzione e la buona governance vanno di pari passo. Affinché lo Stato e la società civile possano lavorare insieme con efficacia per il bene comune, servono istituzioni e meccanismi adeguati per facilitarne l’interazione. Servono strutture che consentano la pianificazione inclusiva oltre a un’efficace allocazione dei fondi. Ma strutture valide ed efficaci dipendono dalla qualità delle persone che ci lavorano, dalle loro competenze, dal loro retroterra etico e dalla loro visionarietà. È il carattere dei funzionari pubblici e dei ministri di governo, la loro dedizione al servizio, abbinata alle capacità intellettive e strategiche, a rendere possibile l’unione di “società buona” e Stato emancipatore. Le persone religiose trovano nelle rispettive tradizioni le risorse spirituali necessarie per generare quelle qualità. La Chiesa l’ha recepito fin dai tempi della dichiarazione Nostra Aetate, e i papi successivi hanno proseguito su questa strada. Le spiritualità delle religioni del mondo spingono i fedeli di ciascuna al servizio e all’azione compassionevole che la Chiesa approva e ammira. In questo senso l’enciclica Caritas in Veritate è una chiamata universale a convertirsi alla giustizia e alla condivisione, e a una nuova dimensione della società civile. E in questa società civile rinnovata del futuro dovremmo aspettarci di vedere le diverse fedi che operano insieme, donano insieme e insieme si mettono al servizio del prossimo. Se questa è la definizione di “Big Society”, io ne sono entusiasta.
La religione e la Big Society
di Ian Linden / Direttore politico della Tony Blair Faith Foundation
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