Signor Presidente, signor Segretario generale, Eccellenze, onorevoli delegati, signore e signori, desidero ringraziarvi per l’opportunità di ripercorrere con voi questa mattina i progressi compiuti dal 2000 a oggi verso il conseguimento degli Obiettivi del Millennio, e di raddoppiare il nostro impegno collettivo per raggiungere gli Obiettivi entro il 2015. Gli Obiettivi di sviluppo del millennio sono centrali per la missione del Gruppo della Banca mondiale e per il nostro operato di ogni giorno. Collaboreremo con i nostri 187 membri in tutto il mondo, con le Nazioni Unite, con la società civile e con il settore privato, per mantenere la promessa fatta all’inizio del millennio: un mondo che sia in grado di porre fine alla povertà e alla fame; di garantire il diritto all’assistenza sanitaria e all’istruzione; di creare posti di lavoro ben retribuiti; e di tutelare l’ambiente e l’ecosistema. Un mondo in cui ogni cittadino abbia accesso alle opportunità e alla speranza. Abbiamo visto che il successo è possibile. Nel 1981, il 52 per cento degli abitanti dei Paesi in via di sviluppo viveva in estrema povertà; nel 2005, quella percentuale si era più che dimezzata. L’impegno di quei Paesi ha continuato a dare frutti fino all’inizio della crisi, con un netto calo del tasso di povertà in Asia orientale, America Latina ed Europa centro-orientale. Un progresso rallentato e frenato dalla crisi Ma il successo è stato incostante, e il triplice colpo inferto dalla crisi alimentare, energetica e finanziaria a partire dal 2008 ha rallentato e persino invertito il cammino che doveva condurre al raggiungimento degli Obiettivi in molti Paesi del mondo. La Banca Mondiale stima che nel 2010 vivano in condizioni di povertà estrema 64 milioni di persone in più, e che circa 40 milioni di persone in più abbiano sofferto la fame lo scorso anno a causa delle tre crisi. Entro il 2015 potrebbero morire 1,2 milioni di bambini in più, altri 350.000 studenti potrebbero non completare la scuola primaria, e circa 100.000 altre persone potrebbero restare senza accesso all’acqua potabile. Questi problemi non si pongono solo nella settimana del summit, ma sono sfide da affrontare ogni giorno. Ogni giorno, una madre rinuncia al cibo per nutrire suo figlio; ogni giorno, una ragazza abbandona gli studi per consentire al fratello di andare a scuola al posto suo; ogni giorno, una nonna si prende cura di suo nipote malato di HIV/Aids, semplicemente perché è l’unica parente ancora in vita. Queste madri e questi padri, questi nonni e bambini non vivono soltanto nei Paesi più indigenti: il settanta per cento dei poveri del mondo vive nei Paesi a reddito medio. Il Programma di accesso Negli ultimi dieci anni, la Banca Mondiale ha investito 33 miliardi di dollari in progetti legati alla sanità e alla nutrizione nei Paesi in via di sviluppo. Promettiamo di mobilitare sostanziosi investimenti in un’ampia gamma di settori, per aiutare i Paesi a colmare il divario e a conseguire gli Obiettivi del Millennio. Ci stiamo concentrando in particolare sul “Programma di accesso”: per garantire la sanità di base, l’istruzione di qualità, l’acqua pulita, l’energia, il cibo e i posti di lavoro, guardando non solo ai numeri ma alla qualità dei servizi. In ambito sanitario stiamo ampliando il raggio dei nostri programmi finalizzati, con oltre 600 milioni di dollari in più entro il 2015, affinché le persone possano toccare con mano i benefici prima ancora che arrivi il denaro. Ci concentriamo su 35 nazioni, soprattutto in Asia orientale e meridionale e nell’Africa subsahariana, che faticano a raggiungere gli Obiettivi a causa dell’elevata fertilità, dell’insufficiente nutrizione materna e infantile, e degli alti tassi di malattia tra i bambini e le madri. Per aiutare quei Paesi a conseguire gli Obiettivi fissati per l’istruzione, la Banca Mondiale si impegna a incrementare di altri 750 milioni di dollari il suo investimento a tasso zero sull’istruzione di base. Questi prestiti si concentreranno sui Paesi – soprattutto nell’Africa subsahariana – che non prevedono di raggiungere gli Obiettivi per l’istruzione entro il 2015. Stiamo espandendo il nostro sostegno alle infrastrutture, dove abbiamo più che quadruplicato i prestiti dal 2000 a oggi; e nell’agricoltura – un ambito cruciale per incrementare i proventi, l’occupazione e la sicurezza alimentare in molti Paesi a basso reddito. Collaboriamo con i nostri partner per garantire risultati misurabili in ogni fase del programma di sviluppo. Dobbiamo collegare fra loro i vari obiettivi: non basta costruire ospedali, se non ci sono strade con cui le madri possano raggiungerli. Non basta formare gli insegnanti o fornire libri di testo, se i bambini devono fare i compiti di sera al buio. Le persone non vivono nel comparto sanitario, nel settore dell’istruzione o in quello delle infrastrutture, divisi in compartimenti stagni. Le persone vivono in famiglie, villaggi, comunità, nazioni: dove i diversi problemi si sovrappongono ogni giorno. Dobbiamo unire i puntini. Ed è ciò che sta facendo l’IDA, il fondo della Banca Mondiale per i più poveri. Negli ultimi dieci anni, l’IDA ha incrementato i finanziamenti a interessi zero e le sovvenzioni a sostegno dei Paesi in via di sviluppo, da 4,4 miliardi di dollari nel 2000 a 14,5 miliardi quest’anno.Dal 2000 a oggi, i fondi IDA hanno contribuito a salvare 13 milioni di vite. L’IDA ha vaccinato 311 milioni di bambini; ha fornito accesso all’acqua pulita a 177 milioni di persone; ha aiutato oltre 47 milioni di persone ad accedere ai servizi sanitari; ha fornito integratori nutrizionali a 99 milioni di bambini; ha garantito un’istruzione a 13 milioni di ragazze. E l’IDA rappresenta spesso la pietra angolare su cui posa il sostegno guidato dai Paesi e coordinato dai donatori. Quest’anno l’IDA ha bisogno di nuova linfa: vi chiedo di aiutarci ad aiutare i più vulnerabili. Il mondo è cambiato molto, da quando nel 2000 si tenne l’incontro per lanciare gli Obiettivi di sviluppo del millennio. Oggi sono i mercati emergenti a far uscire dalla recessione l’economia mondiale. Oggi, alcuni Paesi in via di sviluppo emergono come potenze economiche; altri stanno per diventare nuovi poli di crescita; e altri ancora faticano a sfruttare appieno il loro potenziale in questo nuovo sistema, dove Nord e Sud, Est e Ovest possono essere direzioni su una bussola, ma non destini economici. Un polo di crescita africano Io credo nell’Africa. Credo che l’Africa possa essere un polo di sviluppo globale. Prima della crisi, le economie africane erano cresciute del 5 per cento l’anno per oltre un decennio, accelerando a oltre il 6 per cento negli ultimi tre anni. La povertà era in declino di circa un punto percentuale l’anno: più rapidamente che in India. Prima della crisi, le iscrizioni alla scuola primaria aumentavano a un ritmo più veloce che in ogni altro continente. E in soli quattro anni, la mortalità infantile era precipitata del 25 per cento in circa 13 Paesi. Naturalmente c’è l’altro lato della medaglia: i quasi 400 milioni di africani che vivono con 1,25 dollari al giorno; l’enorme deficit di infrastrutture per cui solo una persona su quattro ha accesso all’elettricità, e ancor meno all’acqua pulita e alla assistenza sanitaria. Ma sono convinto che con le politiche giuste e una buona governance, con il sostegno alle infrastrutture e alla formazione professionale, l’Africa possa attrarre investimenti: ma alle sue condizioni. L’abbiamo visto nelle telecomunicazioni, dove oltre 56 miliardi di dollari dal settore privato sono stati investiti in reti mobili, incrementando da 4 milioni a oltre 400 milioni il numero dei sottoscrittori dei servizi mobili nel continente africano. L’abbiamo visto nel settore turistico: nell’Africa subsahariana sono triplicati gli introiti del turismo internazionale. L’abbiamo visto con i nuovi investitori privati di altri Paesi in via di sviluppo, che hanno investito nelle manifatture e nelle infrastrutture della regione. E questo può essere solo l’inizio. Conclusione Ripercorrendo in questa settimana i progressi compiuti negli ultimi dieci anni alle Nazioni Unite nel perseguimento degli Obiettivi, dobbiamo anche guardare al di là delle cifre, per scoprire cosa possono insegnarci. Dobbiamo investire in ciò che funziona, e migliorare o abbandonare ciò che non funziona. Dobbiamo trattare questi Paesi come clienti, non come modelli di sviluppo tratti dai libri di testo. Dobbiamo aiutarli a risolvere problemi, non a dimostrare teorie. E nel farlo, dobbiamo ricordare che in ultima analisi il nostro compito è emancipare persone, famiglie e comunità. La scorsa settimana ho visitato un villaggio povero in una zona montana della provincia di Guizhou, in Cina. Era molto simile ai tanti villaggi che ho visto in Africa, in America Centrale e in India. Ma quegli agricoltori vivevano meglio: il governo cinese e la Banca avevano stanziato un modesto contributo per costruire cisterne idriche, strade di accesso, orti terrazzati; e gli abitanti avevano fatto il resto: ottenendo raccolti più copiosi, allevando più maiali. Non volevano un progetto, non volevano elemosine; volevano solo una possibilità. Loro sanno di cosa sono capaci. Vogliono sapere cosa farete voi. Date loro una possibilità. Intervento alla sessione plenaria di apertura degli Incontri di alto livello delle Nazioni Unite sugli Obiettivi del Millennio 20 settembre 2010, Sala dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, New York
Le sfide da affrontare ogni giorno
di Robert B. Zoellick / Presidente della Banca Mondiale
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