Quadrimestrale di cultura civile

Dateci la libertà: il manifesto del Tea Party

di Dick Armey e Matt Kibbe / Direttore di FreedomWorks; Presidente di FreedomWorks

Il 9 febbraio 2009, Mary Rakovich partì per l’Harborside Center di Fort Myers, in Florida, con cartelli di protesta, un thermos di acqua minerale e il coraggio delle proprie idee. Si era sentita costretta all’azione, essendo sempre più allarmata dall’impennata di spese inutili, di sprechi governativi e di enormi “bailouts” (operazioni di salvataggio ad alto rischio) da parte di banche d’investimento, società e immobiliaristi irresponsabili, già avvenuti negli ultimi anni dell’amministrazione Bush. Il presidente Barack Obama era venuto in città insieme all’allora governatore repubblicano Charlie Crist per convincere un pubblico scettico ad appoggiare la sua proposta di legge federale di spendere mille miliardi di dollari di denaro preso a prestito per “stimolare” l’economia. Di fronte a questo fatto, Mary si era unita a una manciata di concittadini per protestare contro la follia fiscale delle spese forsennate di democratici presi dal panico. Si sentiva autorizzata a alzare la voce in nome del buon senso. Mary non se ne rendeva conto, ma era in prima fila in quella rivoluzione su base popolare che si stava preparando in tutta la nazione. A più di 3000 miglia di distanza anche Keli Carender, una giovane maestra di Seattle, membro di una compagnia locale di teatro d’improvvisazione, si sentiva ugualmente insoddisfatta. Iniziò a organizzare i concittadini che la pensavano come lei, affermando che la politica fiscale del nostro Paese non è sostenibile, e che non si può continuare all’infinito a spendere il denaro che non si ha. Mary e Keli sono solo alcuni tra i primi partecipanti di ciò che adesso è comunemente chiamato “movimento del Tea Party”. Attualmente questo movimento di ribellione conta milioni di aderenti. Il movimento del Tea Party ha ricentrato l’opinione pubblica negli Stati Uniti ed è stata la forza trainante che ha portato alla storica battuta d’arresto inflitta al Congresso democratico e all’amministrazione Obama. Il nome di Tea Party è stato usato perché Rick Santelli, con il suo memorabile discorso del Chicago Mercatile Exchange, ha riportato, forse inconsciamente, gli americani amanti della libertà alle loro radici e al principio su cui fonda il tessuto sociale della nostra nazione. La scoperta dell’America è stata, curiosamente, il più grande atto di imprenditoria politica della storia. Tuttavia, l’America si è letteralmente fondata sul principio rivoluzionario di partecipazione dei cittadini, sull’azione del popolo e sul primato del singolo individuo sul governo. Questo è l’ethos del Tea Party. Gli “architetti” dell’esperienza americana sapevano che il suo successo sarebbe dipeso dall’incessante vigilanza del popolo americano sul suo corretto funzionamento. Si può trovare questo pensiero negli scritti dei padri fondatori. Il nostro preferito è di Thomas Jefferson, nella sua corrispondenza con James Madison: «Le persone sono le uniche garanzie certe di salvaguardia della nostra libertà». Noi cittadini abbiamo dimenticato da qualche parte nel cammino verso questa prosperità senza precedenti questa parte dell’accordo. Abbiamo dimenticato la nostra responsabilità personale di vigilare sul nostro governo. Quando mai abbiamo deciso che «noi, il popolo», avremmo lasciato le decisioni di politica pubblica in mano a quelli che fanno girare gli ingranaggi del potere? I primi sforzi mirati dei cittadini preoccupati, come Mary e Keli, hanno ormai messo radici, sono cresciuti e sbocciati in un fenomeno sociale che si rivela così potente proprio perché è qualcosa di diverso e decentralizzato – non è gestito da una sola mente, da un partito politico o da un programma di parte. I criteri di partecipazione al movimento del Tea Party sono semplici: rimanere fedele ai principi anche se ciò si rivela scomodo. Esprimere con convinzione le proprie idee, ma rispettare quelle altrui. Valorizzare il lavoro delle altre persone e non prendersene il merito. La nostra comunità si fonda sul “Principio del Commerciante”: ci associamo se siamo d’accordo per promuovere i nostri ideali comuni e conseguire obiettivi chiari come reintrodurre la responsabilità fiscale e un governo che si attenga ai limiti sanciti dalla nostra Costituzione. La marcia del 12 settembre 2009 Questi sono i principi che hanno fatto diventare la marcia dei contribuenti su Washington del 12 settembre 2009 una delle più vaste proteste politiche nella storia della capitale del nostro Paese. Cosa spinge un milione di persone provenienti da ogni parte del Paese ad andare Washington D.C., di tasca propria, e manifestare insieme? Una sola parola: la libertà. La marcia del 12 settembre a Washington è stata organizzata da una bella folla di pacifici cittadini impegnati in un patriottico dissenso. Nessuno ha chiesto il permesso e nessuno ha contemplato la possibilità che non fosse nel proprio diritto naturale il fatto di riunirsi pacificamente per chiedere al governo una risposta efficace alle lamentele. È questo ad aver scatenato crisi così incontrollabili nell’establishment politica? Non sanno cosa farsene dell’establishment. Non sanno come chiamarla. Vogliono parlare con chi comanda. Se sapessero chi comanda, potrebbero attaccare questa persona, uomo o donna che sia; potrebbero fare a meno dello scomodo dissenso del Tea Party. Ricordate cosa dice «la tredicesima regola» delle politiche di strada di Chicago secondo Saul Alinsky, il mentore politico del presidente Barack Obama: «Scegli un obiettivo, fissalo, personalizzalo e concentrati su di esso». Questo funziona quando l’obiettivo è una sfortunata CEO aziendale sul punto di scatenare un piccolo conflitto sociale. Demonizzare milioni di cittadini patriottici è molto più difficile: madri e figlie, padri e figli; nonni preoccupati del fatto che i loro nipoti non potranno mai realizzare il sogno americano. Questo movimento di cittadini è così efficace perché, in larga parte, si è costituito spontaneamente. Le molte filiali del movimento del Tea Party hanno creato un mercato virtuale di nuove idee, reali innovazioni e strategie creative. Le migliori soluzioni vengono dal basso, da una discussione intorno al tavolo della cucina, dagli amici su Facebook, dagli incontri settimanali dei club del libro, dai feed su Twitter. Questa complessa ed eterogenea comunità può essere chiamata un “meraviglioso caos”, o meglio ancora, come diceva F.A. Hayek, economista vincitore del Premio Nobel, “un ordine spontaneo”. Ci riferiamo a ciò che attualmente è il cuore della teoria del management organizzativo, cioè che la decentralizzazione della competenza personale è il miglior modo per massimizzare il contributo della gente, i suoi talenti e la produttività totale di qualunque impresa, non importa se grande o meno. Lasciate che i leader dei gruppi siano gli attivisti che conoscono meglio le personalità e i temi locali. Nel mondo reale, questo è semplice buon senso. A Washington, D.C. questo è considerato rivoluzionario. Perfino pericoloso. Ma, a pensarci, un modello decentralizzato di cambiamento sociale è il più coerente con quei valori di indipendenza, fiducia in se stessi, libertà personale che l’America incarna. La folla dei sostenitori del governo “ingombrante” è naturalmente attirata dalla domanda ossessiva di un’autorità centralizzata. Non riesce nemmeno a immaginarsi un ordine sociale senza direttive. Crede che qualcuno debba comandare. Il governo “ingombrante” è audace e presuntuoso. La sa più lunga degli altri. Per definizione, il governo è il mezzo attraverso il quale si è costretti a fare quello che non si farebbe volontariamente, come pagare tasse salate, o ridistribuire i soldi delle tasse per salvare dalla bancarotta i fallimentari, gonfiati piani pensione dei dipendenti pubblici; o comprare, costretti dalla legge federale, un’assicurazione sanitaria definita dal governo, che non ci si può permettere, che non è necessaria o addirittura non è richiesta. Per la sinistra, e per il partito democratico di oggi, unilateralmente liberale, ogni soluzione a qualsiasi problema richiede più intervento statale: ordini calati dall’alto, nuove leggi rinforzate da nuovi burocrati che pensano di occuparsi di più e, cosa più importante, di sapere meglio quello di cui il cittadino ha bisogno. Dall’altra parte, la libertà funziona. Gli acquirenti nell’economia di mercato non intaccata dal favoritismo normativo votano infinite volte al giorno punendo attraverso una giustizia rapida e senza favoritismi i comportamenti scriteriati, gli atti illeciti delle aziende, i cattivi protagonisti e i prestiti bugiardi. A un certo punto i media hanno trasformato i “tea partiers” nel Tea Party, per metterli a confronto con le strutture politiche tradizionali, i repubblicani e i democratici. Si può dire quel che si vuole a loro riguardo, ma non c’è dubbio che milioni di persone che si identificano nel movimento del Tea Party costituiscano un’importante forza politica. A milioni stanno abbracciando la causa di responsabilità fiscale e limitazione del governo che i “tea partiers” hanno portato all’attenzione del dibattito pubblico. Ciò li rende un soggetto politicamente rilevante. Se è vero che le decisioni di governo sono prese da chi dimostra di sostenere il passaggio o la sconfitta della legge, lo è altrettanto che gli elettori che intendono presentarsi il giorno delle elezioni decidono chi assume gli incarichi pubblici e quale partito controlla il Congresso. Come è possibile tutto ciò? Certamente il Tea Party non è un partito politico tradizionale. Questo movimento non ha un leader. Non c’è nessun politico o direttore esecutivo, né un primo ministro a capo di questo partito. Come tutto ciò sia possibile rimane letteralmente un mistero per gli esperti di politica dell’establishment del palazzo. Non riescono a immaginare che qualcosa accada senza il coinvolgimento diretto di un autorità stabilita, un capo o, per dirla nel gergo corrente di Washington, uno zar. Come potrebbe qualcosa di decentralizzato evolversi secondo una strategia così ben organizzata? Si dica quel che si vuole dei partiti politici, ma essi sono sempre intellettualmente e moralmente inferiori ai principi e alle idee vincenti. L’unico obiettivo di un partito politico è di far eleggere i propri candidati. Troppo spesso un candidato di un certo partito avrebbe potuto concorrere senza problemi nella lista del partito politico opposto. I partiti politici sono vuoti contenitori alla deriva nella marea, che possono cambiare posizione con i venti delle opinioni politiche. I principi, invece, sono diversi. Le buone idee stanno esposte al giudizio, non cambiano in base all’opinione dell’ultimo voto elettorale; non si possono rigirare come i quadranti di quegli apparecchi che gli esperti usano per misurare l’intensità emotiva della risposta delle persone nei gruppi di discussione. Ma le elezioni sono importanti, poiché sono eletti proprio quei funzionari che votano le leggi che decideranno se le nostre libertà individuali saranno salvaguardate e la responsabilità del governo limitata. Le reti locali del Tea Party in ogni parte del Paese sono andate oltre alle proteste, dedicandosi a faccende più pratiche e sviluppando strumenti migliori che aiuteranno la ribellione dei loro quartieri contro i grandi spendaccioni di tutti gli orientamenti politici. Howard Dean, il fondatore e presidente del “Democratic National Committee”, una volta fece riferimento alla «quinta strategia di stato» per spiegare la più ampia distribuzione dei dollari del partito dei democratici. I leader del Tea Party e le loro reti rappresentano una variante molto più efficace di questo approccio. Le armi dei “tea partiers” sono già presenti praticamente in ogni campo di battaglia politico statale o locale. È un apparato popolare che non si serve affatto dei finanziamenti per ottenere alle elezioni una vittoria marginale. Questo è il motivo per cui i cittadini attivisti hanno avuto un così grande successo alle elezioni di novembre, conquistando più di 70 posti in parlamento e in senato, passato dal controllo democratico a quello dei repubblicani, conservatori sul piano fiscale. Di fatto, questo approccio decentralizzato livella il campo di gioco e permette ai cittadini comuni di rivaleggiare con i ricchi interessi peculiari, con le unioni e le alleanze politiche. Il Tea Party doveva battere i repubblicani, prima che essi vincessero sui democratici il 2 di novembre; ed è esattamente ciò che la ribellione ha fatto. Il successo dei candidati che hanno firmato il “Contratto dall’America” – una dichiarazione di principi politici stilati da centinaia di migliaia di attivisti popolari che formano il “Tea Party Seal of Approval” – ha portato, nelle primarie repubblicane, alla sconfitta degli amanti della spesa pubblica a opera dei candidati più prudenti sul piano fiscale. Questi giovani legislatori creativi, appena eletti, saranno la principale fonte di idee e potere nel prossimo Congresso, portando con sé un impegno più serio, più adulto per un governo responsabile e limitato. Permetteteci di essere chiari: il Tea Party non è un alleato minore del Partito repubblicano, ma intende piuttosto assumerne il controllo. Il movimento del Tea Party sta crescendo perché sappiamo di non poter lasciare la politica pubblica ai politici o agli “esperti” o a qualcun altro che ha un’agenda di parte, un vantaggio da tutelare prima di tutto, prima del bene comune, e a nostre spese. I valori americani di libertà individuale, responsabilità fiscale e limitazione costituzionale del governo stringono insieme le fila del nostro movimento. Questo rende il Tea Party migliore di un partito politico. Si tratta di una comunità in crescita che potrà stare in piedi da sola dopo il primo martedì di novembre. Ora, la prova del nove sarà la nostra capacità di legiferare al prossimo Congresso. Confidiamo che i cittadini sappiano riprendersi il loro governo dalle mani di una classe politica trincerata dietro le sue posizioni. Il testo è un adattamento dal libro Give Us Liberty: A Tea Party Manifesto, recentemente pubblicato da HarperCollins.