Quadrimestrale di cultura civile

Approfondimento. Sussidiarietà fiscale: l’imposta contro la rendita

di Luca Antonini / Professore Straordinario in Diritto Costituzionale, Università degli Studi di Padova

La “questione fiscale” è stata da sempre legata a quella della democrazia. Lo dimostra l’antico principio “no taxation without representation”. Edmund Burke, in un discorso rivolto a conciliare la controversia con le colonie americane, ricordava, infatti, che «… fin dall’inizio le più grandi battaglie per la libertà si sono combattute intorno a questioni di tassazione». La stessa rivoluzione francese è attraversata dalla questione del consenso all’imposta. Nella Francia prerivoluzionaria, nei cahiers de doléances l’idea del consenso all’imposizione era così comune da costituire il principale punto d’unanimità. Sebbene la fiscalità rivoluzionaria si sarebbe poi connotata in forme scarsamente popolari - si introdusse addirittura l’imposta sulle porte e finestre -, si conservò comunque sullo sfondo l’idea “no taxation without representation”. In Fouret- Ozuf, Dizionario critico della rivoluzione francese, sotto la voce Imposta, si legge, infatti, che il deputato Lavie all’Assemblea nazionale del 1791 dichiarò: «Abbiamo fatto la rivoluzione soltanto per essere i padroni dell’imposta». Ma cosa significa oggi essere padroni dell’imposta? È nella risposta a questa domanda che oggi si riapre e si attualizza nuovamente la questione della democrazia. All’alba del terzo millennio, sotto le spinte della globalizzazione, la crisi di sovranità statuale si traduce, infati, in una vera e propria crisi di paradigma del diritto fiscale, ius publicum per eccellenza. Lo Stato nazionale, che si era caratterizzato soprattutto come Stato fiscale, nel contesto della post-modernità rischia di vedere il suo potere impositivo diventare solo formale, privato della capacità sostanziale di catturare la ricchezza, ridistribuirla, governarla. Con la globalizzazione, infatti, ricchezza si sottrae al vincolo territoriale: non è più lo Stato che sceglie come tassare la ricchezza, è la ricchezza che sceglie dove essere tassata1. La tradizionale macchina fiscale, in questo contesto, diventa sempre meno efficiente, sempre meno in grado di garantire le prestazioni a chi resta sul territorio. In una situazione dove «tutti i maggiori Paesi sono sotto osservazione per il loro debito, la fertilità è bassa, la popolazione attiva diminuisce e l’invecchiamento della popolazione sembra rendere esplosiva la spesa della assistenza sociale e sanitaria»2, la vecchia formula di Welfare innesta un vero e proprio corto circuito teleologico. Il fine del Welfare State era garantire le classi più deboli, ma il peso fiscale del suo mantenimento, in un contesto globalizzato, rischia paradossalmente di diventare a carico proprio di quelle classi deboli che avrebbe dovuto tutelare. Il sistema di Welfare diventa la causa del problema che doveva risolvere. La grande ricchezza, infatti, può sfuggire alla pretesa fiscale dello Stato, migrando nei territori dove la pressione fiscale è meno elevata. La pressione fiscale nazionale, restringendosi il bacino dei soggetti incisi dalle imposte, finisce quindi per accanirsi e tartassare i redditi medio bassi, che non possono avere mobilità internazionale, e i cd. “beni al sole”. Rimane allo Stato l’imponibile offerto dai fattori poco mobili: il lavoro, i consumi, le rendite immobiliari; anzi la parte di tale imponibile rappresentata dai valori individuali più bassi. Alla crisi collettiva del tradizionale modello di Welfare gli Stati hanno cercato di opporre nuove strategie di politica economica e sociale: patti di concertazione tra le grandi forze sociali (governo, sindacati, imprenditori), riduzione dell’intervento nell’economia, esternalizzazione dei servizi. I risultati sono stati però deludenti: la spesa pubblica non è diminuita; il controllo del Welfare è divenuto via via più difficile. L’esternalizzazione dei servizi non ne ha migliorato la qualità, essendo continuata a mancare la libertà di scelta dell’utente e quindi un’effettiva competizione tra soggetti pubblici e privati3. Si fatica a prendere consapevolezza che dietro la crisi del modello di Welfare si manifesta in realtà una crisi di democrazia. Da un duplice punto di vista. Non solo il sacrificio fiscale rischia di ricadere sulle classi più deboli, ma il modello di Welfare nemmeno riesce più a garantire il grado di protezione sociale che, invece, era possibile negli anni della “finanza allegra”: la finanza oggi è tutt’altro che “allegra”! La crisi fiscale diventa però crisi di democrazia anche da un altro punto di vista. Lo smalto della valenza democratica dell’antico principio “no taxation without representation” sembra oggi sbiadire sotto l’impatto del deficit democratico d’istituzioni soprannazionali e internazionali. Non si tratta solo della questione del crescente peso degli esecutivi nazionali nelle decisioni fiscali (in Italia la fonte del diritto tributario è ormai da trent’anni il decreto legislativo e non più la legge ordinaria del Parlamento). Gli stessi esecutivi nazionali sono ormai condizionati nelle loro scelte fiscali da organismi internazionali come il FMI, il WTO, la Banca mondiale, privi di una costituency democratica (i cittadini non votano per eleggere chi siede in questi organi), o sopranazionali, come l’Unione Europea, che perlomeno scontano un deficit democratico. Il caso italiano, con i veti internazionali o soprannazionali alla riduzione delle imposte, è emblematico di come né l’Esecutivo, né il Parlamento siano più i reali sovrani della decisione fiscale nazionale. Un tempo il cittadino diventava padrone dell’imposta attraverso il diritto di scegliere i parlamentari nazionali, che erano i sovrani dell’imposizione. Oggi questo non è più sufficiente e si pone quindi in discussione «per la prima volta nell’età moderna, il no taxation without representation, il principio che lega tassazione e rappresentanza politica»4. La cifra di recupero della perduta democrazia, in questo contesto, sembra quindi destinata ad essere individuata fuori dal mero circuito della rappresentanza politica: nelle forme della democrazia sostanziale che possono trascendere, completandolo, quel circuito. Si tratta, secondo l’aforisma di Giddens, di “democratizzare la democrazia”, democratizzando “dal basso”, restituendo sovranità personale al cittadino per mezzo di «forme di democrazia in aggiunta al processo elettorale ortodosso». In quest’ottica, la prospettiva della sussidiarietà fiscale può consentire una maggiore considerazione di quei diritti personali, come la libertà di scelta, che nel contesto dello Stato nazione potevano ritenersi - più o meno - efficacemente compensati dalle prestazioni, a garanzia di altri diritti sociali, che il sistema burocratico impositivo, quando la sovranità statale era ancora rivestita dell’antico smalto, poteva rendere. L’emedamento Volontè con la previsione della sussidiarietà fiscale nel progetto di riforma della Costituzione, il disegno di legge sul “più dai meno versi” dell’Intergruppo parlamentare per la Sussidiarietà, l’ipotesi della contribuzione etica formulata da Tremonti nel piano di rilancio dell’economia dello scorso luglio, ora riproposta nella formula di alcuni ulteriori 8 per mille per non profit e ricerca, attualizzano la possibilità che, almeno in parte, il cittadino possa tornare ad essere “direttamente” padrone dell’imposta. In altre parole, il cittadino, potendo decidere direttamente a quali soggetti destinare una parte delle sue imposte, sarebbe in grado di tagliare dal basso la spesa sociale inefficiente e finanziare quella efficiente. Verrebbe quindi intaccato, dal basso, quel monopolio statale sulla decisione di spesa sui servizi sociali che ha spesso favorito gli interessi dei fornitori (burocrati, sindacalisti, ecc.) e le loro rendite, anziché quelli dei destinatari del servizio, che hanno avuto, invece, ben poca voce in capitolo.

Note

1. Tremonti, Il futuro del fisco, in GALGANO, CASSESE, TREMONTI, TREU, Nazioni senza ricchezza ricchezze senza nazione, Bologna, 1993, 57, ss.

2. Cfr. Cesana-Barea, Il Welfare in Europa, Rapporto Cefass 2003, Firenze, 107, ss.

3. Vittadini, Introduzione, in VITTADINI (a cura di), Liberi di scegliere. Dal Welfare state alla welfare society, Milano, 2003, XVII.

4. Tremonti, Il futuro del fisco, cit., 60.