Quadrimestrale di cultura civile

Editoriale. Ce la faremo? Tra precoce declino e rinnovato sviluppo

di Paolo Blasi e Giorgio Vittadini / Professore di Politica Economica, Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano

E' proprio necessaria una nuova rivista culturale che si aggiunga alle molte già a disposizione dei lettori? In un clima di scontro ideologico, Atlantide è uno strumento di dialogo e di apertura tra chi, pur appartenendo a matrici culturali, politiche o religiose diverse, è interessato a ricercare la verità e ad individuare convergenze per la costruzione del bene comune: “un mondo che fa parlare altri mondi”. L’odierno contesto culturale e sociale tende infatti ad essere diviso in blocchi contrapposti, ideologicamente precostituiti, mentre gli schieramenti politici, ingabbiati nella trappola di un bipolarismo sordo e divaricante, sono spesso incapaci persino di ascoltarsi. Noi pensiamo che tale situazione sia di grave ostacolo per lo sviluppo del Paese e mortifichi i giovani chiamati a una responsabilità adulta nel prossimo futuro. Per realizzare quanto appena affermato, abbiamo voluto che il protagonista di Atlantide fosse un comitato scientifico di alto profilo, rappresentativo di diversi orientamenti ideali e differenti matrici disciplinari. Questo spiega la folta presenza nel comitato di docenti universitari, opinionisti e comunicatori, diversi tra loro per competenza professionale ed estrazione culturale, ma tutti animati dal desiderio di guardare oltre il breve termine fungendo da guida per le future generazioni. Ce la faremo? Il dialogo che è nato negli ultimi mesi tra questi esponenti delle maggiori odierne correnti di pensiero ha fatto da subito emergere affinità che riguardano da vicino l’interesse di tutti gli italiani: il nostro futuro come nazione, l’affidabilità e la capacità di tenuta del nostro sistema socio-economico, l’avvenire dei nostri figli. Guardando il quadro di riferimento generale in termini dinamici, sono anche sorti interrogativi sul segno da attribuire all’attuale evoluzione del nostro ruolo nel contesto generale dell’economia internazionale. Le profonde delocalizzazioni produttive messe in moto dalla globalizzazione, l’esponenziale ascesa del potere economico della Cina e di tutto lo scacchiere del sud-est asiatico, ci stanno costringendo a vivere una fase di declino o ci stanno offrendo opportunità di sviluppo? Hanno ragione le cassandre che vedono il buio oltre la siepe o meritano più credito i diffusori dell’ottimismo a tutti i costi? Si tratta, alla fine dei conti, del tenore di vita che potremo permetterci nei prossimi anni e sul quale sta vertendo gran parte del confronto politico attuale. Proprio su questa tematica, che merita grande attenzione, si sono raggiunti interessanti punti di convergenza. Infatti i diversi autori che scrivono in questo numero del periodico, pur nella diversità degli approcci, concordano sul fatto che il nostro Paese si trova ad una svolta. Lo afferma Quadrio Curzio constatando che «l’Italia è in bilico tra sviluppo e declino». Lo dice anche Luigi Campiglio nel saggio che apre la rivista: «Nel corso dell’ultimo decennio l’Italia è diventata una società lenta: è lenta l’economia, con un tasso di crescita inferiore alla media europea (…). Negli anni più recenti il rallentamento è diventato declino assoluto». Analogamente Giulio Sapelli sottolinea che «l’Italia era potenza regionale a medio raggio e tale è rimasta. Anzi, si è indebolita fortemente la sua presenza internazionale, pensiamo al ruolo storico nel Mediterraneo!». A proposito del sistema di piccole e medie imprese dei distretti industriali, ancora Quadrio Curzio precisa che, «pur continuando a costituire una fondamentale e preziosa risorsa dell’economia italiana, sembra non bastino più da soli per consentire al nostro Paese di accrescere, o perlomeno mantenere, il proprio livello di produzione e di benessere nel nuovo contesto competitivo mondiale». Siamo quindi in un momento di passaggio che non può essere risolto con le solite ricette economiche di breve periodo. Sono infatti in crisi le ideologie che hanno dettato le modalità dello sviluppo nel passato. I teorici dello statalismo, nostalgici di una società in cui lo Stato è l’unica risposta a tutti i mali, fingono di non accorgersi che l’abnorme spesa pubblica è in buona parte diretta a finanziare rendite, clientelismi e spese parassitarie e viene finanziata con un sistema di imposte e tasse che soffoca la possibilità di uno sviluppo sano ed equilibrato. Sostiene sempre Sapelli: «Lo Stato ha assorbito come una gigantesca idrovora il sentimento collettivo un tempo vivo e operante dei doveri e dell’autorganizzazione per il soddisfacimento dei diritti che da quella assunzione derivavano (…). Lo Stato è troppo lontano dai sistemi di senso e di significato che le persone elaborano per raggiungere i loro fini e per rendere meno indecente la loro vita». I teorici del liberismo e del privato puro si affidano in modo fideistico alle capacità salvifiche del mercato, che sarebbe capace meccanicamente di risolvere ogni problema, senza chiedersi quale ne sia il costo umano e sociale. Francesco Gentile mette in allarme sulla «selezione economica intraspecifica che tende ad instaurare tempi di lavoro sempre più stretti e disumani, o il progressivo aumento dei bisogni per la tendenza propria ad ogni produttore di incrementare il più possibile nei consumatori il bisogno dei suoi prodotti, al di fuori d’ogni misura; meccanismi tutti pericolosamente destinati ad un esito catastrofico per la specie umana». D’altra parte, il ricorso al puro liberismo suona a volte semplicemente ipocrita e copertura delle peggiori nefandezze, se è vero che i maggiori recenti fallimenti di alcuni grandi gruppi italiani sono stati favoriti da disinvolti agenti finanziari internazionali e se la logica del massimo profitto finanziario di breve periodo ha incrementato perniciose astrazioni rispetto all’economia reale, come nel caso dell’e-commerce. In realtà, oggi in Italia, le visioni che si ispirano a contrapposte ideologie economiche e pretendono di ridurre la scena politico-economico-sociale a uno scontro tra due schieramenti altrettanto ideologici, hanno in comune il disprezzo o, quantomeno, la noncuranza per le esperienze sociali ed economiche nate nella società dalla fede o da ideali di giustizia e progresso perseguiti nella vita del popolo. Prevale la convinzione che “uomini della provvidenza” di destra o sinistra e nuovi statalismi e dirigismi siano in grado di risolvere ogni problema in un quadro in cui la politica partitica sembra voler decidere tutto e tendere ad occupare lo Stato. Dice Stefano Zamagni: «I partiti politici predispongono la propria piattaforma elettorale pensando alle elezioni successive e non agli interessi delle generazioni future (…). La natura della più parte delle questioni rilevanti in ambito sia sociale sia economico è oggi tale che le decisioni che i governi prendono sulla base di un orizzonte temporale di breve periodo generano quasi sempre effetti di lungo periodo che si ripercuotono sulle generazioni future, alle quali però essi non rispondono elettoralmente». Come uscire da questa situazione? Non si tratta di una questione tecnica. Come dice ancora Gentile, è questione di mentalità: «Così, anche per noi, è opportuno, conveniente, necessario, resistendo all’onda travolgente dell’azione, fermarsi un istante per riflettere sulla natura della nostra intenzione». La crisi può quindi essere un’occasione per ripensare la stessa idea di sviluppo, svincolandola dalle logiche di breve periodo. Da questo punto di vista bisogna ricordare che è prassi, fino ad oggi generalmente accettata, quella di misurare lo sviluppo di un Paese con l’incremento annuale del suo PIL (prodotto interno lordo). Più cresce il PIL, migliore viene valutato lo sviluppo di quel Paese. Ci si chiede se sia corretto continuare ad usare solo il PIL come misura dello sviluppo: infatti, data la limitatezza delle risorse del nostro pianeta può il PIL di un Paese crescere ogni anno senza che ciò, prima o poi, vada a spese della crescita di altri, oppure a spese delle generazioni future? Non è forse necessario e più giusto parlare di “sviluppo raccordato” e di sviluppo qualitativo? Per questo, come afferma Giuseppe Folloni a proposito della ricostruzione del dopo tsunami, «una semplice “ricostruzione” non cambia la condizione della gente (…). Ricostruire secondo la logica di chi rifà gli alberghi a cinque stelle e i villaggi turistici richiama le economie delle enclaves e delle piantagioni (…), qualcosa che solo marginalmente fa fare esperienza di una libertà possibile, di una dignità». L’obiettivo di ogni governo nazionale dovrebbe essere quello di migliorare la qualità della vita dei propri cittadini. Producendo più ricchezza, infatti, la si può anche più facilmente distribuire. Ma ci sono aspetti della qualità della vita che non sono inclusi nel PIL. Per esempio, il grado di educazione e di cultura dei singoli cittadini, la maggior efficienza del sistema sanitario (questi due aspetti portano in genere ad un incremento dell’aspettativa media di vita), la più efficiente utilizzazione dell’energia, il minor impatto ambientale sia dell’industria che deiprivati (rifiuti), l’efficienza dei trasporti che ottimizza la mobilità, ecc. Forse è giunto il momento (perché si deve ormai ragionare sempre nel contesto globale) che altri parametri si uniscano al PIL per misurare il grado di sviluppo di un Paese e la compatibilità di questo sviluppo con quello del resto del mondo (sviluppo raccordato). Non dovrebbe, infatti, essere riconosciuto un premio a chi migliora la qualità della vita, l’aspettativa di vita media, la soddisfazione dei propri cittadini senza incrementare necessariamente il PIL, utilizzando minore energia, producendo meno rifiuti, riducendo l’inquinamento e l’impatto ambientale? Se così fosse, si stimolerebbe una maggiore cura per la formazione, si avrebbe un presa di coscienza più diffusa della responsabilità di ciascuno nei confronti della società in cui vive e di quella di tutto il mondo. “Sviluppo” dovrebbe voler dire sviluppo economico, civile, sociale, sviluppo raccordato e, in ultima analisi, sviluppo etico e culturale di ogni uomo e dell’umanità nel suo complesso. Come dice ancora Folloni, «fine dello sviluppo è espandere la possibilità per tutti di godere di una condizione di vita desiderabile». Ma questa idea di sviluppo non è meccanica, presuppone un cambiamento epocale di mentalità. Dice ancora Campiglio: «La metafisica della storia ci mostra presso i popoli due interessi che si fronteggiano: l’interesse temporaneo e l’interesse permanente (…). L’interesse permanente è quello della formica (…). Esso entra nella ossatura della grandezza dei popoli (…). La decadenza dei popoli parte dal preciso istante in cui per la prima volta lo si trascuri». Ciò significa riaffidarsi non a progetti o divi, non al mercato puro o allo statalismo, ma a tutti coloro che, mossi da profondi impeti ideali, possono sposare questo interesse permanente. Oggi, più che mai, coloro che credono nella forza della fede e di ideali che mettano al centro la persona devono, invece, continuare a camminare. Il loro umile realismo, il loro lavoro quotidiano, la loro creatività inesauribile, la loro disponibilità al necessario cambiamento, li renderà capaci di utilizzare ogni nuova opportunità, dal taglio delle tasse ai fermenti del sistema economico. La nostra vera grande risorsa è, da sempre, il fattore “non previsto”. È la strada di sempre che ci ha resi prosperi facendoci superare tantissime tremende prove e che oggi ci può far accettare la sfida che il cambiamento del mondo ci impone. Uomini così motivati idealmente possono più facilmente svincolarsi da una politica che sia «pura tecnica senza valori (…) mera procedura per prendere decisioni»che «in nome dell'ideologia o di interessi di parte, si dichiara impermeabile alle altrui ragioni» (Zamagni). Così possiamo accettare di ricominciare da capo senza privilegi e rendite, rilanciando il nostro modello di sviluppo diffuso fatto di miriadi di apporti verso un bene comune «puntando sul rafforzamento della ricerca scientificotecnologica; sulla generazione continua di nuove imprese di spin-off nei settori high-tech; sull’aumento della propensione innovativa, non solo spontanea, del tessuto di PMI; oltre che sulla creazione di sinergie tra gli interlocutori coinvolti nelle attività di ricerca e innovazione, vale a dire imprese, università, centri di ricerca pubblici e privati», come dice Quadrio Curzio. Persone idealmente motivate e attente all’“interesse permanente” possono attuare realisticamente il principio di sussidiarietà dando vita a uno «“stato di comunità” che faccia dialogare le cellule che, dopo la famiglia, più sono prossime ai bisogni, ai desideri e all’identità dell’uomo», come afferma Claudio Morpurgo. Persone idealmente motivate possono perseguire realisticamente un miglioramento della qualità della vita in ogni settore, attuando realmente il principio della libera scelta dei servizi e uscendo dalla «condizione di passivi recettori di servizi le cui caratteristiche sono determinate negli uffici dell’ente o del ministero preposto alla loro organizzazione » (come dicono Bavetta e Navarra); comprendendo quando «una foresta non vada abbattuta, una montagna non vada assalita, un mare non vada violato, un fiume non vada inquinato ed eroso» (secondo quanto dice Pier Alberto Bertazzi); capaci di «battersi per uno Stato che diffonda la dignità della legge nella società e così facendo non si opponga alla società stessa, ma si autonomizzi virtuosamente dalle sue malattie attraverso meritocrazie che contemperino, con il principio di competenza, quello democratico del principio di maggioranza» (Sapelli). In questo modo anche i cambiamenti istituzionali possono essere tasselli di un nuovo sviluppo. Come dice Roversi Monaco «la sussidiarietà (…) attraverso il riferimento alla valorizzazione delle formazioni sociali, contribuisce alla costruzione e all’effettivo svolgersi di una democrazia sostanziale». Tirando le somme si può dunque concludere che la sfida è ardua, ma ancora aperta. Così come accadde negli anni ’50, per imprimere una brusca inversione di rotta alla nostra attuale tendenza al declino, per avviarsi a un reale e duraturo sviluppo, c’è bisogno di un tipo d’uomo nuovo ed antico, mosso da profonde idealità, capace di sacrificarsi per un bene comune più grande di un “particulare” fatto di personalismi, veti incrociati, demagogie che alimentano rendite e parassitismi. Dove cercarlo? Chi può educarlo? Questo il vero grande interrogativo del momento attuale.