La recente riforma voluta dal premier inglese Tony Blair (Higher Education Bill) consiste principalmente nella possibilità, per le università, di determinare autonomamente le proprie tasse di iscrizione, prevedendo un limite massimo molto consistente (3.000 sterline all’anno per ciascuno studente, circa 4.500 euro), mentre nel sistema vigente la tassa di iscrizione, uguale per tutti gli studenti, è pari a 1.125 £. Dal 2006 (anno di entrata in vigore del nuovo sistema) nessuno studente iscritto a un corso di laurea dovrà pagare immediatamente alcuna somma. Al pagamento provvederà infatti la Students Loan Company, una agenzia pubblica, cui gli studenti dovranno restituire le somme ottenute, una volta entrati nel mondo del lavoro. Il 30% più povero della popolazione studentesca sarà esonerato dal loro pagamento; il rimanente 70% dovrà restituire tali somme dal primo anno in cui percepirà più di a 15.000 sterline annue (circa 27.000 euro) per ogni anno in cui avrà redditi superiori a questa soglia. La restituzione avverrà con modalità income contingent, ovvero sarà commisurata al reddito effettivamente percepito. La somma da restituire è infatti calcolata come una percentuale del reddito superiore alla soglia: pertanto, chi più guadagnerà, più pagherà; chi meno guadagnerà, meno restituirà. I prestiti sono a tasso zero (è previsto solo l’adeguamento delle somme da restituire al tasso di inflazione), e, quindi, sussidiati dallo Stato. Sono, infine, reintrodotte le borse di studio per gli studenti in condizioni economiche svantaggiate, abolite dalle riforme precedenti, pari a 1.500 sterline all’anno. L’attuale sistema di aiuti prevede l’utilizzo di prestiti, per la copertura dei costi di mantenimento degli studenti. Con la riforma, dunque, vengono aggiunti prestiti per il pagamento delle tasse universitarie a quelli già esistenti per il sostenimento dei costi di mantenimento. La ragione economica che giustifica l’imposizione di un “prezzo” per l’istruzione universitaria è che i benefici individuali che da essa si ricavano sono superiori rispetto ai benefici collettivi; uno studente laureato ha infatti prospettive migliori, dal punto di vista della retribuzione e dello status sociale, rispetto a uno studente non laureato, come appare dall’evidenza empirica anche nel nostro Paese1. Questa riforma mostra vari aspetti interessanti: 1) la percentuale di studenti esentati dal pagamento delle tasse universitarie è molto elevata (30% del totale degli studenti, molto superiore ad esempio rispetto al caso italiano, dove tale percentuale si attesta intorno al 12-13%). Lo Stato chiede un maggiore onere finanziario ai propri studenti, ma contemporaneamente si impegna in misura maggiore per gli aiuti; 2) un incentivo per gli studenti universitari a studiare con merito, per laurearsi prima ed avere una migliore collocazione nel mondo del lavoro; 3) le università possono far fronte alle proprie esigenze di bilancio, aumentando in modo consistente, ma responsabile, le entrate derivanti dalla contribuzione studentesca (mentre in Italia questa possibilità è limitata); 4) una maggiore equità: si configura infatti una sorta di “tassa sui laureati” (sul tipo di quella applicata in Australia), in cui gli studenti restituiscono le somme ottenute in prestito (da una agenzia pubblica) in relazione al loro reddito futuro, consentito dall’ottenimento della laurea, e non rispetto a quello delle loro famiglie d’origine (come invece accade in Italia per le borse di studio). Alcuni studiosi inglesi hanno espresso la preoccupazione di un eccessivo indebitamento a carico degli studenti universitari, legato all’utilizzo dei prestiti sia per le tasse che per i costi di mantenimento, che colpisca in particolare gli studenti più poveri, più avversi al rischio, limitando il tasso di partecipazione agli studi2. Questo rischio appare però mitigato dalla presenza di una agenzia pubblica, di un tasso di interesse reale nullo e di una modalità di restituzione income contingent. Peraltro, anche in altri Paesi, come ad esempio i Paesi Bassi, politiche di cost sharing di questo tipo non hanno ridotto la partecipazione all’istruzione universitaria, ampliando invece le risorse a disposizione del sistema3. Una critica, alla riforma inglese, va tuttavia mossa: pur introducendo il giusto criterio della partecipazione degli studenti ai costi della propria formazione, la legge è poco chiara sul tema delle borse di studio, importanti per sostenere i costi di mantenimento degli studenti (affitti, libri, pasti, ecc.). Peraltro, l’importo previsto per le borse (1.500 sterline/anno) appare insufficiente a coprire tali costi. Cosa possiamo, dunque, imparare dall’esempio inglese? 1) Occorre valorizzare la libertà delle università nella determinazione delle proprie tasse, ripensando “all’inglese” il vincolo quantitativo posto dalla nostra legislazione nazionale. In questo modo, le università che decidessero di mantenere ai più alti livelli la propria didattica e la propria ricerca, potrebbero anche fissare le tasse a 3.000 euro (o più): saranno le libere scelte degli studenti a premiare o punire le diverse strategie delle università. 2) Insieme a ciò, una riforma coraggiosa e coerente richiede di potenziare il sistema di aiuti agli studenti, aumentando l’importo delle somme messe a disposizione, e per un numero maggiore di studenti. La libertà di scelta deve essere resa effettiva, non solo “teorizzata”! Questo è possibile solo con l’introduzione di una forma, anche sperimentale, di strumento “misto” borsa/prestito. 3) Le positive esperienze di prestiti universitari attuate in Italia sono recentissime, e legate ad alcuni istituti bancari. Ci sono spazi per diffondere tale strumento alla generalità degli studenti; appare però necessario, per questa finalità, un intervento pubblico molto consistente (come costituzione di garanzia sui prestiti e sostegni diretti), che si affianchi a questo sistema “di mercato”. Un sistema così congegnato permette, al contempo: a) un aumento delle risorse complessive a disposizione del sistema universitario; b) tale aumento avviene a carico dei beneficiari dell’investimento in capitale umano, e non solamente della fiscalità generale. Nel Regno Unito, la riforma affida alle università la responsabilità di formare i giovani migliori, mettendole così in competizione tra loro. Blair su questa battaglia culturale ha messo in gioco il proprio governo, la propria immagine, la propria carriera politica. Maggiore responsabilità per tutti, governo, università e studenti: un bell’insegnamento per il nostro Paese. Più tasse e più aiuti: può essere la strada per rendere effettivo il diritto allo studio universitario anche nel nostro Paese.
Note
1. Tra gli altri, ad esempio, Brunello, Checchi e Comi Qualità della formazione scolastica, scelte formative ed esiti sul mercato del lavoro, in Banca d’Italia (2003), L’efficienza dei servizi pubblici, Roma.
2. Callender C., [2004], Changing student finances in Britain, paper presented at Student Loans Convention, 25-26 March, Milan.
3. Vossensteyn, J.J. (2002), Shared Interests, Shared Costs: Student Contributions in Dutch Higher Education, Journal of Higher Education Policy and Management, vol.24, n.2, pp.145-154.