Il Distretto può essere visto come un’espressione congiunta della società e dell’economia, come forma comunitaria, aggregativa, sociale, solidale. Ciascuno di questi termini ha un forte contenuto di tradizione e di innovazione
PMI, distretti, “Made in Italy”
caratterizzano l’economia italiana1
Il sistema produttivo italiano presenta caratteristiche distintive rispetto agli altri Paesi più sviluppati. Nel nostro Paese, infatti, è nato e si è sviluppato un sistema di imprese piccole-medie a rete di cui i Distretti Industriali (DI) sono l’espressione più nota. Se ne contano circa duecento, alcuni dei quali di grandissime dimensioni, specializzati in tutta la gamma dei settori manifatturieri tradizionali. Le originarie specializzazioni artigianali presenti a livello locale su tutto il territorio italiano, anche se prevalentemente nel Nord e nel Centro, si sono evolute con gli anni in chiave industriale dando vita a delle realtà produttive locali capaci di conseguire posizioni di assoluta preminenza in termini di quote di mercato mondiale. Si è detto perciò che i Distretti rappresentano le “multinazionali” italiane. Per converso, un aspetto che colpisce è lo scarso numero in Italia sia di grandi gruppi che di grandi imprese. Cio è vero non solo nell’industria manifattriera ma anche nei servizi. Prevale nel nostro Paese la dimensione aziendale medio-piccola, che ha complesse origini storiche e che è anche conseguenza di una fragilità del grande capitalismo famigliare italiano, che aveva avuto in passato meriti, ma che non ha poi saputo superare la sfida della innovazione e della concorrenza. Oggi, nel manifatturiero l’occupazione assorbita dalle grandi imprese risulta essere solo il 16,3% del totale degli addetti, contro l’83,7% delle piccole-medie imprese (PMI). Ma non per questo l’Italia è priva di una sua identità industriale. Infatti, nell’esperienza italiana i DI sono la risposta “spontanea” di un sistema economico “periferico” ricco di grandi potenzialità, ma sostanzialmente ignorato da una politica industriale dapprima dirigista e poi assenteista. Il Distretto può essere visto come un’espressione congiunta della società e dell’economia, come forma comunitaria, aggregativa, sociale, solidale. Ciascuno di questi termini ha un forte contenuto di tradizione e di innovazione che merita d’essere meditato. Innanzitutto sottolineando come nel momento di crisi delle grandi imprese pubbliche e private, negli anni Settanta e Ottanta, le PMI italiane sono state capaci di attuare nei fatti il principio di sussidiarietà orizzontale per il quale capacità di intrapresa economica e solidità del tessuto sociale hanno consentito di trasformare l’unione di molte debolezze in forza. È la combinazione di sussidiarietà (tante PMI) e di solidarietà (sistemi a rete) che ha generato lo sviluppo italiano dalla seconda metà degli anni ’70. Un altro elemento caratterizzante il sistema italiano è il fatto di essere proporzionalmente più orientato alle attività manifatturiere rispetto ad altre nazioni evolute. Inoltre, all’interno del manifatturiero, l’Italia è oggi poco presente in settori come l’elettronica, la chimica, la farmaceutica, il settore aerospaziale rispetto a nazioni come gli Stati Uniti, la Germania, il Regno Unito, la Francia, il Giappone. Nonostante alcuni primati internazionali tutt’altro che irrilevanti in comparti specifici, come per esempio la chimica delle specialità, il biomedicale, i componenti elettronici, gli elicotteri, resta tuttavia una diversità di fondo rispetto alle altre maggiori potenze industrializzate. È la conseguenza di una “svolta manifatturiera anomala”: fino agli anni Cinquanta del secolo scorso il nostro Paese presidiava diversi settori high-tech che sono poi però declinati. Per contro l’Italia si è rafforzata negli ultimi quarant’anni in settori come il tessile-abbigliamento, le pelli-calzature, il mobilio e in comparti di tecnologia medio-alta della meccanica leggera arrivando a impiegare in questi settori circa i due terzi dell’occupazione manifatturiera italiana complessiva. Questo fenomeno, meglio noto con la denominazione di Made in Italy, è divenuto degno di sempre maggiore attenzione e, soprattutto a partire dagli anni Novanta, è stato definitivamente percepito dai più ampi strati dell’opinione pubblica italiana e internazionale come un fenomeno di successo, che ha destato l’ammirazione di tutto il mondo. Dagli anni Sessanta agli anni Novanta, negli ambiti di specializzazione menzionati, il nostro Paese ha messo progressivamente fuori gioco le altre maggiori economie avanzate facendo leva su una sistematica innovazione di processo e di prodotto, spesso di tipo informale. L’Italia si è ritagliata così delle significative posizioni di leadership a livello internazionale, tra cui numerosi primati mondiali cosiddetti «di nicchia». L’espressione Made in Italy è divenuta qualcosa di ben più importante di un semplice marchio d’origine: è divenuta un sinonimo di qualità e affidabilità universalmente riconosciute. Una sorta di marchio collettivo che richiama subito alla mente l’immagine esclusiva delle produzioni italiane, la creatività dei nostri imprenditori e lo stile di vita italiano. In definitiva: il Made in Italy è un patrimonio socio-economico e di immagine fondamentale per il nostro Paese.Se da un lato dunque la specializzazione nel manifatturiero tradizionale ci fa somigliare a un Paese emergente, dall’altra vi sono differenze radicali per la qualità dei nostri prodotti e per la natura a rete del nostro sistema produttivo. E un simile contesto economico-produttivo avrebbe potuto agevolmente consentire la convivenza e il reciproco rafforzamento dei settori high-tech e tradizionali. Purtroppo gli errori commessi in termini di politica economica non hanno favorito tali sviluppi.
Alcuni elementi quantitativi
sui Distretti e il “Made in Italy”
Distretti Industriali Italiani2
Consideriamo adesso più da vicino quella tipologia di PMI che si esprime nei Distretti Industriali (DI). Come già visto, l’elevato numero di Distretti sul territorio costituisce una delle caratteristiche peculiari del nostro sistema manifatturiero. I DI italiani si compongono prevalentemente di PMI, e le specializzazioni manifatturiere del Made in Italy trovano al contempo la loro massima espressione nei Distretti di PMI. Al di là delle diverse classificazioni dei DI suggerite da vari studiosi e istituzioni, derivanti da differenti definizioni dei DI stessi e da differenti fonti statistiche e metodologie di analisi, vi è convergenza su alcuni elementi e cioè:
a) L’Italia si caratterizza per un elevatissimo numero di DI. Sono 199 gli SLL-DI (Sistemi del Lavoro Locali-Distretti Industriali) riconosciuti dall’Istat sui 784 SLL italiani, pure individuati dall’Istat3. Su questi ha svolto numerose elaborazioni la Fondazione Edison alla quale spesso ci riferiremo. In particolare quest’ultima ha tracciato recentemente una mappa aggiornata dei Distretti Industriali (DI) italiani. Ai 199 Sistemi Locali del Lavoro (SLL)-Distretti di piccola e media impresa ufficialmente individuati dall’Istat, la Fondazione Edison ha affiancato altri 24 SLL che possono essere considerati come DI con prevalente presenza di grandi imprese, per un totale di 223 SLL-DI.
b) In termini di occupati diretti, di indotto (non solo manifatturiero ma anche terziario) e di valore aggiunto, i DI hanno grande rilevanza nell’economia italiana. Per supportare questa affermazione di seguito vengono forniti alcuni dati sui DI italiani. Nel 2001 i 199 SLL-DI Istat hanno generato un valore aggiunto industriale di circa 120 miliardi di euro, pari al 38% del valore aggiunto dell’intera industria nazionale, mentre l’occupazione distrettuale nell’industria (includendo le costruzioni) è stata di circa 2 milioni e 732 000 addetti, pari al 40% circa di quella dell’industria italiana nel suo complesso4. Mentre l’industria manifatturiera delle aree non distrettuali ha registrato un forte calo dei posti di lavoro tra il 1991 e il 2001, i Distretti Industriali hanno invece rappresentato un importante fattore di sviluppo e stabilità occupazionale e sociale. Il modello distrettuale ha inoltre consentito a vaste aree dell’Italia di conseguire un elevato sviluppo, con una notevole diffusione della ricchezza a livello locale. Ben 69 SLL tra i più ricchi del Paese sono Distretti Industriali o turistici. Questa peculiarità italiana appare chiaramente anche dalle statistiche regionali dell’Eurostat5. In base a tali statistiche l’Italia risulta ben posizionata rispetto a tutti i maggiori Paesi europei.
c) I DI italiani hanno una posizione di assoluta preminenza nel commercio internazionale, sia in settori di grandi dimensioni (per esempio il mobilio, il tessile-abbigliamento, le calzature, ecc.) sia in decine di settori di nicchia (per esempio i bottoni, le forbici, le selle per bicicletta, ecc.). Di fatto, i DI italiani hanno saputo conquistare nei propri settori di attività quote di mercato mondiale analoghe, se non superiori, a quelle detenute nei loro campi dai più grandi gruppi multinazionali stranieri. Nel 1996, il contributo dei 199 SLL di piccola e media impresa alle esportazioni nazionali di prodotti trasformati e manufatti è risultato pari al 46,1%6, cioè circa 90 miliardi di euro (la stima è nostra perché l’Istat fornisce solo la percentuale). Va rilevato che il contributo percentuale dei SLL-DI è poi ancor più elevato nel caso dell’export dei settori specifici del Made in Italy7.
Il Made in Italy
Se passiamo a esaminare più da vicino le specializzazioni del Made in Italy8, possiamo dire che l’Italia presenta sei grandi aree di attività (quattro manifatturiere, due terziarie) che la pongono ai vertici mondiali, anche se questa semplificazione ci porta a trascurare realtà di rilievo che pure il nostro Paese possiede in settori come la chimica, l’auto, l’elettronica, il cemento, la gomma e molti altri. Esse sono:
a) I beni per la persona, cioè tessile-abbigliamento, pelli-calzature, oreficeria-gioielleria, occhialeria.
b) I beni per la casa, cioè legno-mobilio, piastrelle-ceramiche, pietre ornamentali, lampade e illuminotecnica.
c) Gli apparecchi meccanici (tra cui molti destinati alla casa, come rubinetteria, casalinghi, elettrodomestici, caldaie, impianti per il condizionamento, manigliame e ferramenta) e le macchine specializzate derivate da tutte le specializzazioni manifatturiere prima ricordate (macchine tessili, per l’industria alimentare, per imballaggio, per la lavorazione del legno, delle materie plastiche, delle pelli e del cuoio, ecc.), biciclette, moto e imbarcazioni.
d) Il comparto agro-alimentare, molte produzioni del quale presentano caratteristiche di prodotti tipici. A questi comparti andrebbero poi aggiunti quelli del turismo e della valorizzazione del patrimonio artistico-architettonico-archeologico, ricompresi nelle attività del settore terziario. I settori manifatturieri di eccellenza del Made in Italy alla data dell’ultimo Censimento, quello del 2001, occupavano complessivamente 3.167.000 addetti, pari al 65% circa dell’occupazione manifatturiera nazionale. Le imprese manifatturiere attive nei settori del Made in Italy erano oltre 410.000. L’export del Made in Italy nel suo complesso ammontava nel 2001 a 151 miliardi di euro circa, pari al 57% dell’export nazionale, mentre il saldo commerciale attivo con l’estero è stato pari a 80 miliardi di euro. Questo saldo attivo (sceso a 71 miliardi di euro nel 2003 a causa della recessione mondiale e dell’aggressività della concorrenza cinese, ma ancora assai cospicuo) è fondamentale per l’Italia per controbilanciare i passivi commerciali con l’estero delle materie prime agricole e industriali, degli altri settori manifatturieri e dell’energia.
Le nuove sfide competitive dell’Italia
I punti di forza fin qui illustrati non ci mettono però al riparo dai pericoli che il nuovo contesto geo-economico mondiale pone al nostro Paese: oggi l’Italia si trova a dover affrontare un serio problema di competitività. La crescente concorrenza indotta dalla globalizzazione dei mercati e la nuova rivoluzione scientifico-tecnologica-industriale impongono una seria riflessione sulle cause dei nostri attuali svantaggi competitivi sui mercati internazionali, da cui si deducono quali azioni debbano essere adottate con decisione, e in tempi rapidi, per un recupero della competitività stessa. Tale riflessione presenta per l’Italia almeno due profili. Il primo profilo è l’inefficienza complessiva del sistema Paese che risente ancora, in modo forte, delle incrostazioni burocratico-dirigiste, delle inefficienze infrastrutturali e della giustizia civile, del gravame di un debito pubblico abnorme che ingessa la finanza pubblica. Sono queste le cause per cui il nostro Paese nelle graduatorie di competitività mondiale finisce sempre in fondo a tali classifiche. Su questo aspetto, che in passato era stato superato con le svalutazioni compensative (e non competitive) della lira, non ci intratterremo qui, rinviando ad altri nostri studi9, dove si dimostra che senza una profonda riforma del sistema delle infrastrutture fisiche e istituzionali l’Italia avrà sempre uno svantaggio competitivo. Il secondo profilo considera la capacità dei DI, delle PMI e dei settori classici del Made in Italy, nel mantenere il loro ruolo trainante dell’economia italiana. Gli stessi, pur essendo stati i protagonisti del secondo miracolo economico italiano e pur continuando a costituire una fondamentale e preziosa risorsa dell’economia italiana, sembra non bastino più da soli per consentire al nostro Paese di accrescere, o perlomeno mantenere, il proprio livello di produzione e di benessere nel nuovo contesto competitivo mondiale. In altri termini, varie sono le sfide specifiche alle quali l’Italia è soggetta. La prima sfida è connessa a un notevole cambiamento di scenario. Con gli anni Novanta, dopo la fase della crescita tumultuosa e ininterrotta, DI, PMI e Made in Italy si trovano a dover affrontare altri nuovi problemi e una serie di fattori negativi concomitanti senza precedenti: dal supereuro (che incide assai negativamente sull’export); all’aumento del prezzo del petrolio tradottosi in un incremento del nostro passivo energetico; alla implosione della domanda di alcuni tradizionali partner come la Germania. In questo contesto è emersa la forza della sfida commerciale cinese vieppiù incalzante perché sommata ai precedenti fattori. La seconda sfida è di lungo periodo, data l’elevata dipendenza italiana dall’estero nei settori a elevato contenuto di tecnologia, i bassi investimenti in R&S, la scarsa presenza dell’Italia nei settori high-tech caratterizzati da una domanda mondiale in dinamica ascesa, il non possedere un significativo numero di grandi imprese che possano supportare ingenti spese in R&S, le carenze della ricerca scientifica e della formazione nel contesto universitario e negli enti diricerca, la mancanza di loro nessi di trasferimento con le imprese. Questi sono tutti fattori che potrebbero minare alla base la capacità competitiva del nostro Paese impedendo il passaggio dell’Italia a un sistema scientifico-tecnologico innovativo. Risulta dunque quanto mai urgente portare il sistema produttivo italiano in linea con la frontiera dell’innovazione tecnologica puntando sul rafforzamento della ricerca scientifico-tecnologica; sulla generazione continua di nuove imprese di spin-off nei settori high-tech; sull’aumento della propensione innovativa, non solo spontanea, del tessuto di PMI; oltre che sulla creazione di sinergie tra gli interlocutori coinvolti nelle attività di ricerca e innovazione, vale a dire imprese, università, centri di ricerca pubblici e privati10. La conclusione è che l’Italia è in bilico tra sviluppo e declino e che la dinamica ascendente o discendente dipenderà dalla scelta di una politica economica orientata agli investimenti e alla competitività.
Note
1 Il paragrafo in esame si richiama ampiamente a Quadrio Curzio A. e Fortis M. (2005), L’Economia italiana tra sviluppo, declino, innovazione, in Fondazione per la Sussidiarietà (a cura di), Un “io” per lo sviluppo, Edizioni BUR, Milano, 2005, pp. 93-163. A questo lavoro si rimanda per ulteriori approfondimenti bibliografici. Si veda anche: Quadrio Curzio A. e Fortis M. (a cura di) (2005), Pilastri, distretti, laboratori. Il nuovo paradigma del Made in Italy, Collana della Fondazione Edison, Bologna, Il Mulino, in corso di stampa.
2 L’analisi dei Distretti industriali italiani è tratta da Quadrio Curzio A., Fortis M. (2005), L’Economia italiana tra sviluppo, declino, innovazione, op.cit; Fortis M. (2005), I distretti industriali italiani: dinamiche occupazionali, produttive e commerciali, in Quadrio Curzio A. e Fortis M. (a cura di) (2005), Pilastri, distretti, laboratori. Il nuovo paradigma del Made in Italy op.cit.; ai quali si rimanda per ulteriori riferimenti bibliografici.
3 Istat (2004), Valore aggiunto e occupati interni per Sistema Locale del Lavoro. Anni 1996-2001, www.istat.it.
4 Maggiore è il peso dei Distretti Istat se misurato a livello di occupazione manifatturiera: secondo il Censimento Istat 2001 esso è pari al 44% del totale nazionale. L’occupazione industriale esclusivamente manifatturiera dei 199 Distretti Istat risulta in tale anno pari a 2 milioni e 173 mila addetti. In termini di valore aggiunto complessivo il peso dei 199 SLL-DI Istat è pari, nel 2001, a 310 miliardi di euro, cioè circa il 27% del totale nazionale. Se ai 199 SLL-DI ufficiali Istat aggiungiamo gli altri 24 SLL individuati dalla Fondazione Edison, possiamo stimare che nel 2001 i 223 Distretti considerati hanno generato un valore aggiunto complessivo di 371 miliardi di euro, pari al 33% circa del totale italiano.
5 Eurostat (2003), Regions. Statistical Yearbook 2003, Bruxelles. Secondo i dati Eurostat, nella UE vi erano nel 2000 solo 41 regioni (su un totale di 266, comprese quelle dei nuovi Paesi membri) con un PIL pro capite superiore a 25 000 SPA (Standard Potere d’Acquisto). Di tali 41 regioni solo una, Praga, appartiene ai nuovi Paesi membri, e ben 9 (cioè quasi il 25%) sono italiane. Anche la Germania presenta 9 regioni nelle top-41, ma il PIL totale a parità di potere d’acquisto delle prime 9 regioni italiane (919 miliardi di SPA con 33 milioni di abitanti) risulta superiore e distribuito su una popolazione maggiore di quello delle prime 9 regioni tedesche (857 miliardi di SPA con 28 milioni di abitanti).
6 Menghinello S. (a cura di) (2002), Le esportazioni dei sistemi locali del lavoro, Roma, Istat, Collana Argomenti, p. 100.
7 I SLL-DI contribuiscono, secondo l’Istat, per il 67% all’export italiano del tessile-abbigliamento, per il 66,9% all’export di pelli-calzature, per il 60,4% all’export del settore della lavorazione dei minerali non metalliferi (che comprende piastrelle e pietre ornamentali), per il 51,6% all’export di macchine e apparecchi e per il 67,2% all’export degli “altri settori manifatturieri“ (che comprende gioielli e mobili). Queste cifre, pur se elevate, sono certamente “riduttive“ poiché non considerano l’export dei SLL che, pur essendo a tutti gli effetti “Distretti” o pezzi di “Distretti”, sono stati esclusi dalla classificazione Sforzi-Istat in quanto a prevalente presenza di imprese di grandi dimensioni.
8 L’analisi del Made in Italy fa riferimento a Quadrio Curzio A., Fortis M. (2005), L’Economia italiana tra sviluppo, declino, innovazione, op.cit; Quadrio Curzio A. e Fortis M. (a cura di) (2000), Il Made in Italy oltre il 2000, Collana della Fondazione Edison Comunità e Innovazione, Bologna, Il Mulino; ai quali si rimanda per ulteriori riferimenti bibliografici.
9 Cfr. Quadrio Curzio A. (2000), Tre ostacoli alla crescita, in «Il Mulino», anno XLIX, Numero 387, 1/2000, Gennaio/Febbraio, Bologna, Il Mulino, pp. 64-79; Id. (2002), Sussidiarietà e sviluppo. Paradigmi per l’Europa e per l’Italia, Vita e Pensiero, Milano; Quadrio Curzio A. e Fortis M. (a cura di) (2000), Il Made in Italy oltre op. cit; Id. (2003), Vulnerabilità e potenzialità nel «sistema Italia», in Centro sudi di geopolitica economica (a cura di), L’Italia nel sistema globale. Interessi azionali e priorità europee, Aspen Institute Italia, Milano, pp. 105-121.
10 Per una disamina più approfondita delle possibili strategie per fare dell’Italia un sistema scientifico-tecnologico- innovativo si rinvia a Quadrio Curzio A., Fortis M. (2005), L’Economia italiana tra sviluppo, declino, innovazione, op.cit e relativi approfondimenti bibliografici contenuti nella suddetta opera. Si veda altresì: Quadrio Curzio A. (2004), Paradigmi di ricerca, sviluppo e innovazione: l’Italia in Europa. Verso un sistema di innovazione progettata, in Garonna P. e Gros-Pietro G.M. (a cura di) (2004), Il modello italiano di competitività, Ricerca del Centro Studi Confindustria, Il Sole 24 Ore, Milano; Id. (2004), Ricerca e Innovazione: futuro dell’Europa, in Il futuro dell’Europa. La ricerca motore dello sviluppo, atti della II Giornata della ricerca, Confindustria, Roma 1° ottobre 2003, SIPI, Roma, pp.59-85; Id.(2004), Conclusioni. Distretti, Pilastri, Reti: quale futuro per un’Italia europea?, in Accademia Nazionale dei Lincei, Distretti Pilastri Reti. Italia ed Europa, Atti dei convegni Lincei, n. 203, Roma, pp. 319-329; Id. (2003), L’Europa della ricerca per la scienza e la tecnologia, in «Il Mulino», hanno LII, Numero 407, 3/2003, Bologna, Il Mulino, pp. 537-547.