Parlare di “laicità” vuole dire affrontare un tema decisivo, oggi. È l’occasione per dare un giudizio sul mondo in cui viviamo e soprattutto per ragionare sul modello di convivenza che dobbiamo costruire in questa epoca così problematica, così conflittuale. Quando si parla di Stato laico si intende normalmente una collettività che si fonda sulla più libera convivenza, senza egemonie e senza privilegi, di tutte le fedi religiose e di tutti coloro che si considerano atei, agnostici o semplicemente indifferenti al problema religioso. La laicità non è teoria, si deve “vivere”, si deve “respirare”, deve avere un riscontro nelle scuole, nei tribunali, dove si fanno le leggi, nella vita di tutti i giorni. Se ci pensiamo, è un modello molto bello, molto idealizzato e reclamizzato; ma l’idea di laicità è poco “popolare” nella realtà. Non è certo laica una società dove ogni giorno si parla, come se nulla fosse, con indifferente rassegnazione, di “confilitto di civiltà”, dove il nome di Dio viene usato per giustificare atti di terrore, dove parlare di fiducia e solidarietà è utopia pura. Non è laica questa società dove razzismo ed antisemitismo sono sempre più evidenti; una società che, per vincere le sue paure, ha bisogno di capri espiatori che trova facilmente negli stranieri, nei diversi, percepiti come figure destabilizzanti, vampiri della vitalità e felicità della collettività. Non è neppure laica una società che costruisce la nuova Europa su modelli puramente tecnocratici e burocratici, rifiutando l’idea che “fare l’Europa” voglia dire impegnarsi in un progetto per una società migliore, con una sua identità popolare, percepita nella quotidianità, tra la gente. Non è laica una società che permette tutto questo. Il fatto è che viviamo in un’epoca dove prevale un’impostazione “laicista”, non laica della convivenza sociale. Un’impostazione, solo apparentemente neutrale, ma in realtà assolutamente ideologica. Nel nome di una fantomatica uguaglianza, tutto è uniformato, annullato, spersonalizzato. Ed il nichilismo trionfa. Il modello laicista genera mostri, come la legge sulla laicità in Francia che ha vietato “l’ostentazione” della identità religiosa, perché, nel nome della tecnocrazia, di un “antropocentrismo” fondato sulla finitezza dell’uomo, sulla sua dimensione più “piccola” legata al soddisfacimento dei bisogni più immediati, sulla “pancia” dell’uomo; dimentica come lo Stato debba essere uno strumento e non uno scopo fine a se stesso. Fare dello Stato un valore morale, un obiettivo in sé e per sé, per la cultura ebraica, è, peraltro, una forma di idolatria, l’introduzione di un “culto estraneo”, una avodà zarà. Questo genere di miseria esistenziale è il rischio dei nostri giorni. La cultura in cui viviamo è costruita su una rapida successione di desideri artificialmente indotti e temporaneamente soddisfatti. Quando il mercato diventa, non un meccanismo di scambio, ma un paradigma esistenziale tutto perde di significato. Non apparteniamo a nulla, non dobbiamo fedeltà a nessuno, nessuno deve fedeltà a noi, non condividiamo il destino di nessuno e nessuno significa per noi alcunché di duraturo. La vita diviene priva di peso, sempre meno collegata a qualcosa di solido, oltre a noi stessi. Le nostre speranze sono delegate ai governi a cui chiediamo di più e da cui ci aspettiamo di meno o ai mercati che per propria natura sono capricciosi e indifferenti rispetto a chi avvantaggiano o a chi danneggiano. Al centro della nostra cultura vi è la consapevolezza che una parte troppo grande di ciò che ci accade è al di là del nostro controllo ed è la conseguenza di scelte prese in luoghi lontanissimi da persone che non incontreremo mai e che non potremo mai identificare. Il dramma dei nostri giorni è che viviamo in un mondo che rifiuta il concetto di appartenenza. Chi appartiene è il “male”, da lasciare ai margini, perché nocivo per una collettività indistinta e avaloriale. Così si ricreano moderni ghetti, dove gli uomini che scelgono di essere se stessi, di andare a fondo alla loro irripetibile individualità, di essere responsabili di se stessi e della collettività di cui sono parte, sono confinati e impossibilitati a dialogare costruttivamente tra loro. Così si evita di costruire un modello sociale basato sul diritto di essere se stessi, sul riconoscimento di ogni specifica individualità e sul legame costruttivo che si genera nell’incontro tra le alterità. Questa concezione di identità sociale richiede laicamente uno Stato che scaturisca “dal basso”, da ciò che è più vicino all’individuo per come è, e non per come qualcuno lo vorrebbe. Ecco la sfida dei nostri giorni: costruire uno “Stato di comunità” che faccia dialogare le cellule che, dopo la famiglia, più sono prossime ai bisogni, ai desideri e all’identità dell’uomo. Questa formula permette di recuperare l’idea di patto sociale, come scelta consapevole di vita comunitaria. Il patto è un legame, non di interesse o di convenienza, bensì di appartenenza. I patti nascono quando due o più persone si uniscono a formare un “noi”. Un “noi” che poi dà identità all’”io”, riaffermando le caratteristiche fondamentali della moralità. I veri patti coinvolgono una sostanziale nozione di fedeltà: restare insieme anche in tempi difficili, solidalmente. Se noi fossimo sempre e solo estranei uno all’altro, non avremmo ragione di fidarci l’uno dell’altro. In altre parole, i mercati, le istituzioni politiche, gli Stati stessi dipendono da valori che non vengono prodotti dai mercati e dalla politica, così come gli Stati dipendono da valori che non vengono creati dagli Stati; valori, questi, che possono essere trovati proprio nelle famiglie, nelle comunità, tra gli amici, nelle associazioni di volontariato, ovunque le persone siano legate, non dallo scambio di ricchezza o potere, ma dall’impegno reciproco, o meglio, da una più vasta causa comune. In altre parole, dall’eterogeneità che descrive l’attuale quadro sociale e che molti non vogliono vedere, deriva una considerazione apparentemente paradossale: se si deve offrire un nuovo e originalissimo valore che serva da cemento per uno Stato realmente laico e multiculturale, esso non va cercato nella cultura - ovvero nella non cultura - della maggioranza, bensì in quella delle minoranze, in quel meraviglioso coacervo determinato dall’incontro delle “appartenenze” trasformate in nuovi operatori culturali e politici, in grado di dare al nostro mondo, nel suo insieme, nuovi motivi di omogeneità, di identità, di fiducia. Si tratta allora di costruire un modello sociale che riconosca come fondanti determinati valori e soprattutto determinati bisogni. E non c’è dubbio che il principale di questi bisogni, è quello religioso. Questo perché le religioni legano le persone le une alle altre e tutte insieme a Dio. Formano, in quanto espressioni di significato, comunità, creano unità, sistemi, entità uniche. E questo che le differenzia dalla politica. La differenza è la casa della politica, ed è ciò che la religione trascende. La religione lega in comunità, la politica media. Ed è proprio la religiosità, per questo suo tendere all’unità, che può permettere di vincere la sfida della multiculturalità, della laicità, senza omologare “le appartenenze” ma rendendole la principale forma formans della società. SI pensi alla Bibbia. Racconta la storia di Dio che stringe un patto con un uomo, Abramo, i cui figli diventano una famiglia, poi una tribù, poi un gruppo di tribù, poi una nazione. La Bibbia è anche il racconto della storia di un Popolo ma non inizia con il racconto di questo Popolo. Essa inizia raccontando la storia dell’umanità nel suo insieme. Adamo ed Eva, Caino e Abele, Noè e il diluvio, Babele e la sua torre, cioè gli archetipi di tutta l’umanità. È incredibile come la narrazione bibilica inizi dall’universale, e solo in seguito, dopo undici capitoli, passi al particolare, un uomo, Abramo, una donna Sara e il loro Popolo. Questo non è un caso. Il Dio della Bibbia è il Dio di tutta l’umanità. Dio ha stretto un patto con tutta l’umanità, solo dopo ha ordinato ad un solo Popolo di essere differente, insegnando, però, all’umanità intera a dare spazio alla diversità. La Bibbia rivela come Dio debba essere trovato nell’altro, in chi è diverso da noi. Il messaggio fondamentale è che l’universalità - il patto con Noè - è il solo contesto e il preludio dell’irriducibile molteplicità delle culture, di quei sistemi tramite i quali gli uomini cercano di comprendere il rapporto che li lega, il mondo e la sorgente dell’essere. Dio chiede a noi, ai suoi figli, di non combattere e di non cercare di dominarci a vicenda. Dio che ci ha creati diversi, è la presenza unificante all’interno della diversità. Lo stesso Dio che ci dice «Amerai il tuo vicino come te stesso», che ci ordina di «amare lo straniero», ricordando al Popolo Ebraico di farlo «perché siete stati forestieri nella terra di Egitto». La Bibbia, in definitiva, ordina la costruzione di una società laica, pluralista, fondata sulle diversità, sottolineando come l’accoglimento del diverso derivi dall’esperienza condivisa dell’esilio. Solo chi è stato un escluso, un diverso, uno straniero, può identificarsi nel forestiero. Anche Mosè che venne cresciuto come un Principe egiziano soffre il proprio esilio e chiama Gershon il suo primo figlio, cioè “là ero straniero”. Dio ama lo straniero e così deve essere anche per noi. Abramo invita tre stranieri nella sua tenda e scopre che sono angeli; Giacobbe lotta con un avversario senza nome e poi dice “Ho visto Dio in volto”. Insomma, il messaggio è chiaro: la dignità morale e spirituale si estende al di là dei confini di ogni civiltà. Appartiene all’altro, all’escluso, allo straniero, anche a chi non rientra nel nostro sistema e credo. E lo straordinario e dirompente messaggio che possiamo trarre dalla religiosità è quello di lavorare per una società costruita sull’incontro delle differenze, una società più ampia di quella che avremmo potuto costruire da soli, in cui siamo disponibili a lasciare che il “noi” della nostra comunità sia limitato dalla necessità di fare spazio ad altre comunità. Questo perché le comunità umane possono esistere solo in quanto è assicurato ai singoli componenti di preservare la loro specificità, nel momento in cui si riuniscono per collaborare al bene comune. Il pluralismo è una forma di speranza perché è basato sulla comprensione che, proprio in quanto diversi, ciascuno di noi ha qualcosa di unico con cui contribuire al progetto comune. Possiamo anche non essere sempre in sintonia, ma la vera consapevolezza che la differenza è socialmente costitutiva ci conduce a ricercare la mediazione, la risoluzione del conflitto, la pace. E la pace è fondata sulla diversità e non sull’uniformità.
Approfondimento. Laicità
di Claudio Morpurgo / Vice Presidente dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane
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