É possibile un rapporto in cui né l’ambiente né la società siano destinati a soccombere? Due sono le posizioni principali che si confrontano: la deep-green e l’idea di sviluppo sostenibile
Non si dà vita fuori da un medium: l’esistenza individuale e l’agire sociale si realizzano necessariamente entro e in rapporto con un ambiente. Non è pensabile uno sviluppo che non comporti specifiche scelte di “politica ambientale”. Possono essere molto diverse e ultimamente discendono dal modo in cui il rapporto tra l’uomo (individuo e società) e l’ambiente è concepito. Sbagliare può portare, ad un estremo, a nuocere alla società cercando di salvaguardare l’ambiente (ridursi alla fame per non trasformare una foresta in coltivazione) o a distruggere l’ambiente cercando di salvaguardare la società (vivere sfruttando rapinosamente il legname della foresta). Ma il vantaggio è, ovviamente, apparente. Infatti, la distruzione dell’ambiente porta con sé la distruzione della società (come avviene dei pigmei centrafricani o degli indigeni amazzonici spiantati dai loro villaggi dalla deforestazione intensiva nonché delle aree di Paesi industrializzati colpite da fenomeni di grave inquinamento chimico o radioattivo); d’altra parte, ambienti incontaminati ma privi di società rischiano di andare incontro ad un pesante degrado (è il problema di tante nostre aree collinari e montane). È possibile un rapporto in cui né l’ambiente (inteso come natura, realtà che ci circonda e da cui dipendiamo) né la società (l’organizzazione delle relazioni tra gli uomini) siano destinati a soccombere? Due sono le posizioni principali che si confrontano. Secondo la posizione deep-green, gli ecosistemi e le specie dovrebbero essere preservati a qualunque costo in quanto portatori di diritti propri, indipendentemente dal loro rapporto con gli esseri umani. «Lasciare intatte le aree naturali è un diritto stesso della natura» si afferma. La natura e l’uomo sono qui portatori di diritti indipendenti e di equivalente valore. Secondo l’idea di sviluppo sostenibile, invece, va attuata un’economia capace di soddisfare le esigenze del presente senza compromettere la capacità delle generazioni future di soddisfare a loro volta le proprie esigenze; è per questa ragione che lo sviluppo della società deve avvenire in modo da non esaurire le risorse naturali e da non nuocere all’ambiente. Ambedue le posizioni affermano come necessario il rispetto della natura. Ma la diversa concezione da cui originano porta a scelte assai diverse. Nel primo caso, diritti equivalenti potrebbero entrare in conflitto e potrebbe porsi il problema di rispettare gli ecosistemi e le specie anche quando fossero nocive all’uomo. Nel secondo caso, invece, la responsabilità verso l’ambiente, cui viene riconosciuta dignità, si impone per consentire uno sviluppo costruttivo della società umana. Probabilmente non è necessario attribuire alla natura e all’ambiente un valore indipendente da noi per averne rispetto. “Rispetto” che vuol dire stare davanti, volgersi a qualcosa cui si riconosce valore, che non si considera a propria arbitraria disposizione. L’ambiente, come anche l’esperienza quotidiana detta, non è una entità estranea a noi uomini. È in qualche modo una “estensione” della nostra realtà; è certamente una condizione del nostro esserci. Da qui deriva il rispetto per esso: è nostro, non perché ne possiamo disporre, ma perché fa parte di noi. È nostro nel senso che ne dipendiamo, non che ne disponiamo. Non ne siamo padroni ma affidatari e dovremo rendere conto prima o poi di fronte a qualche “tribunale” di come l’abbiamo amministrato. Ha affermato Giovanni Paolo II nella enciclica Centesimus Annus: «L’uomo che scopre la sua capacità di trasformare e in un certo senso creare il mondo con il proprio lavoro, dimentica che questo si svolge sempre sulla base della primaria donazione delle cose da parte di Dio». Una tragica dimenticanza. Ciò che esiste - la natura o, anche in termini laici perché da sé non sì è fatta, la creazione - condivide l’essere e la vita. Ma in un punto soltanto questa realtà diventa cosciente di sé e quindi capace di volere e di perseguire il proprio bene: questo punto è l’uomo. Ciò che si narra della vita di Francesco d’Assisi ne è uno degli esempi più alti: senza di lui il lupo non avrebbe scoperto la possibilità di vivere anche senza rapinare; gli uccelli, nella loro apparente libertà, non avrebbero mai conosciuto la vera grandezza del cielo; l’acqua non avrebbe mai avuto sentore della propria dignità e bellezza; e gli uomini non avrebbero compreso, amato e rispettato le “creature” in mezzo alle quali si erano trovati a vivere. Senza l’uomo, in qualche modo, la natura non potrebbe vivere la verità di sé, il suo proprio destino. Una posizione riecheggiata in un recente libro di un personaggio del tutto diverso, E.O. Wilson, il maggiore studioso della vita e della società degli insetti del secolo scorso: «Poiché tutti gli organismi discendono da un antenato comune, è corretto affermare che la biosfera nel suo complesso iniziò a pensare quando nacque l’umanità. Se le altre forme di vita sono il corpo noi siamo la mente. Pertanto il nostro posto nella natura, considerato da una prospettiva etica, è riflettere sulla creazione e proteggere il pianeta». L’ambiente per essere conservato va abitato; non occupato, abitato. Difatti, solo la comunità che possiede un senso del proprio e altrui vivere sa comprendere quando, proprio a questo scopo, una foresta non vada abbattuta, una montagna non vada assalita, un mare non vada violato, un fiume non vada inquinato ed eroso. A questo fine, anzi, sa darsi norme ed ha un motivo per rispettarle. Non rapina ma abita, e custodisce. Secondo alcuni, invece, rispettare l’ambiente sarebbe possibile solo a scapito della presenza dell’uomo, solo a condizione di una drastica riduzione del numero degli abitanti dato che il pianeta è una risorsa finita in via di esaurimento. Nessuna delle due affermazioni tuttavia trova piena corrispondenza nella realtà. Il monito che la crescita demografica avrebbe sopravanzato la capacità del pianeta di nutrirla fu lanciato dal pastore H.T.R. Malthus nel 1798. Tale convinzione è ben viva anche oggi. Scriveva di recente Giovanni Sartori «... l’habitat è danneggiato da troppi abitanti. Punto e basta». E N. Eldridge, paleontologo statunitense, sostiene seppur meno apoditticamente che «l’esplosione demografica… unita all’iniqua distribuzione delle ricchezze del pianeta e al loro consumo, è alla base della Sesta Estinzione… un evento palesemente indotto dall’uomo … la prima estinzione documentata di livello globale la cui origine dipenda da un fattore biologico e non fisico». Nasce però, nella pratica, un curioso problema. Infatti, tutti gli indicatori documentano un vertiginoso calo demografico sia nei Paesi sviluppati sia in quelli in sviluppo. Secondo il Fondo ONU per la Popolazione, il tasso di fertilità mondiale è passato da 6 figli per donna nel 1972 ai 2,9 attuali e tende a calare ulteriormente; in Europa il tasso è di 1,4 contro il 2,1 considerato necessario a mantenere l’equilibrio della popolazione. Sembra che in realtà ci si trovi oggi di fronte ad un fenomeno di spopolamento. Ed il fenomeno interessa anche Paesi come l’Iran passato da 6,5 figli per donna negli anni 70 agli attuali 2,8; l’India passata da 5,4 a 3 e la Thailandia passata da 5 a 1,9. La Cina dopo una ventennale spietata politica di contenimento delle nascite, per evitare un suicidio sociale ha ora lanciato un programma che le favorisce. Ci sono di certo Paesi (tra i più poveri, in prevalenza nell’Africa sub-sahariana) nei quali il tasso di fertilità rimane molto alto ma sono gli stessi Paesi nei quali la mortalità neonatale e infantile e tante malattie, anche le più comuni, decimano la popolazione. Quale ulteriore politica di riduzione della popolazione si invoca? D’altra parte è assolutamente vero che il pianeta rappresenta una risorsa finita. Ma è anche una risorsa che forse conosciamo ancora poco e di cui non abbiamo una sufficiente capacità di predire il futuro. Valga per tutti l’esempio del rapporto I limiti dello sviluppo edito nel 1970 a cura di un autorevolissimo gruppo di scienziati, economisti e filosofi (“Il club di Roma”) le cui profezie di esaurimento delle risorse rinnovabili non trovarono alcun riscontro. Con tutta probabilità, anche il rapporto elaborato in vista del summit di Johannesburg del 2002 da WWF, pur puntuale nel denunciare i più gravi e acuti problemi ambientali, pecca di catastrofismo là dove prevede che, in assenza di drastici provvedimenti, il nostro pianeta diventerà invivibile entro il 2050. Se tali predizioni possono peccare di esagerazione, è invece incontrovertibile la necessità di urgenti interventi che cerchino di garantire la sostenibilità del nostro sviluppo. Non ha fondamento la posizione di chi sostiene che saranno i meccanismi spontanei del mercato a risolvere i problemi di compatibilità del nostro sviluppo con l’ambiente. Se l’ambiente è inestricabilmente legato alla società che lo abita, il suo futuro si gioca nelle scelte e nelle decisioni che all’interno di quella società vengono prese. La capacità di ricercare il bene è dell’unico abitante della natura che ne ha coscienza, cioè l’uomo. In questo senso, i tentativi svoltisi a Rio, Johannesburg, Kyoto, Nizza sono da criticare per ciò che non hanno ancora e non per ciò che hanno prodotto. Siamo ancora all’inizio di una stagione di accordi nazionali e internazionali indispensabili non solo per difendere, ma anche per programmare in modo sostenibile (per esempio sul piano della produzione di energia, delle sfruttamento delle materie prime, dell’uso dell’acqua, della produzione ed uso di composto chimici) un utilizzo dell’ambiente che parta dal dato di fatto della nostra necessaria co-abitazione in questa unica terra. In queste scelte la paura, come è vero in generale, non è buona consigliera. Lo sono invece la passione di condividere il tentativo di risposta ai bisogni a noi comuni (quello di “bene” e quello di “beni” anche), la capacità di tenere conto di tutti i fattori in gioco (incluse le cozze!) e la tensione a non perdere di vista lo scopo ultimo: che il bene dell’ambiente, cioè, si compie necessariamente assieme e non in alternativa al bene dell’uomo. C’è un esempio impressionante di questo che ha già avuto vasta eco internazionale. È la vicenda di Novos Alagados di Salvador Bahia, Brasile, insediamento “abusivo” sulle rive della Baia de Todos os Santos caratterizzato, come tutte le favelas, da degrado ambientale, disgregazione sociale, assenza di servizi, povertà ed esclusione. Tutto è iniziato con una organizzazione non governativa presente per condividere e soccorrere anzitutto i bisogni primari di salute, educazione e abitazione. Gli abitanti erano sradicati da ogni tradizione, definiti dalla precarietà, senza consapevolezza della propria dignità umana e privi di ogni progettualità. La condivisione iniziata ha permesso di portare alla luce ciò che ogni comunità umana ha, cioè un proprio patrimonio fatto di lavoro, di educazione, di salute, di capacità di organizzazione e partecipazione. Questo patrimonio riconosciuto e valorizzato è divenuto progetto di riqualificazione e rinascita di un intero ambiente. Con il supporto della ONG e delle autorità locali si è riusciti a mettere in atto un progetto di recupero ambientale e promozione sociale che ha all’inizio interessato 15.000 persone di 3.500 nuclei familiari, il 40% dei quali viveva su precarie palafitte, cambiando letteralmente il volto di quella baia (del suo ambiente e dei suoi abitanti). L’esperienza viene riconosciuta e riceve appoggio dal governo locale, viene presentata nel dicembre 2003 allo Urban Forum di Washington, e viene inclusa tra le Best practices fatte proprie dalla conferenza Habitat. Il progetto viene quindi esteso a interessare Ribeira Azul, una delle aree più degradate della città con una superficie di circa 4 kmq e 130.000 abitanti, grazie al supporto della World Bank e del governo dello Stato di Bahia. Un fatto locale? Certo, ma tutt’altro che irrilevante come esempio di un metodo che può essere applicato per rendere non solo compatibile ma anche costruttivo il destino comune dell’ambiente e della comunità che lo abita. È il tipo di convivenza che si instaura che decide del futuro dell’ambiente. Un’educazione al senso ed al significato del proprio e altrui esistere forse è più utile a comprendere la preziosità di foreste che danno ossigeno a tutto il mondo o di animali che mantengono delicati e indispensabili equilibri nella “nostra” natura che non l’invocare loro supposti diritti.