Una politica europea per l’educazione
La politica europea per l’educazione prende avvio dalla fine degli anni Ottanta, come azione di sostegno, integrazione e orientamento alle competenze primarie degli Stati Membri (SM) nei contenuti e negli ordinamenti dell’istruzione. L’azione della UE nel campo dell’istruzione e formazione ha anticipato o accompagnato trasformazioni sociali ed economiche, ha sostenuto la ricerca educativa e i processi di integrazione e convergenza dei sistemi, ha valorizzato e messo in rete le autonomie e promosso partenariati scolastici e universitari, ha consentito l’esperienza concreta di cittadinanza europea a milioni di studenti, docenti e ricercatori, ha fatto dialogare e confrontare le amministrazioni scolastiche e formative e i decisori politici, ha rafforzato i processi di multilinguismo e di scambio, ha contribuito all’apertura internazionale di scuole e università, ha offerto opportunità di conoscenza e di crescita personale e civica in ambito comunitario.
L’approccio europeo al tema dell’educazione si rivela un aspetto importante del processo di graduale costruzione sociale e politica dal basso della UE.
Un po’ di storia
Dall’originario inserimento nei Trattati di Roma del 1957 della sola formazione professionale, come strumento essenziale alla circolazione della manodopera attraverso il riconoscimento reciproco delle qualifiche, si dovrà infatti attendere fino al 1986, con l’Atto unico europeo (art.149) e poi il Trattato di Maastricht del 1992 (art.126) per vedere configurato il dovere della Comunità di “contribuire allo sviluppo di una istruzione di qualità incentivando la cooperazione tra Stati membri e, se necessario, sostenendo e integrando la loro azione nel pieno rispetto della responsabilità degli Stati membri per quanto riguarda il contenuto dell’insegnamento e l’organizzazione del sistema di istruzione, nonché delle loro diversità culturali e linguistiche”. E per la prima volta vengono attribuite competenze in materia alla Commissione europea, con l’istituzione della DG Educazione, Gioventù e Formazione. È interessante ricordare che fu proprio un italiano, Antonio Ruperti, il primo Commissario europeo all’educazione e alla ricerca.
Sono, però, tre gli elementi che provocheranno un forte avanzamento del processo comunitario verso una progressiva convergenza dei sistemi educativi:
– le sfide comuni di ordine demografico, sociale ed economico
– la crescente consapevolezza che le risorse umane giocano in Europa un ruolo centrale e strategico per gli obiettivi globali ed europei di sviluppo sostenibile
– la internazionalizzazione dei processi sostenuta dalla rivoluzione tecnologica.
La caduta del muro di Berlino e il successivo processo di allargamento della UE posero le premesse per un ampliamento del ruolo delle politiche per l’istruzione a sostegno del processo di riunificazione europea. In quella stagione nascerà nel 1987 Erasmus, il primo programma europeo di mobilità, con oltre 4 milioni di studenti coinvolti, centinaia di migliaia di insegnanti, educatori, scuole, università, imprese e, nei primi anni Novanta, i programmi Socrates e Leonardo, e, poi, Comenius, Grundtvig, il Servizio di volontariato europeo e Gioventù in azione, dal 2014 tutte riunificate nel programma Erasmus plus, con le tre azioni chiave: Mobilità individuale, Cooperazione e Sostegno alle riforme dei sistemi educativi.
Consapevolezze della politica europea
Sul piano politico è in quegli anni che si afferma la consapevolezza che la crescita educativa e culturale non solo affianca, ma rende possibile lo sviluppo economico e la coesione sociale, rafforzando il modello sociale europeo: vengono così predisposti nel 1993 il Libro Bianco di Delors su “Crescita, competitività e occupazione”, il Libro bianco del 1996 di Cresson su “Insegnare e apprendere, verso la società conoscitiva” che pongono le basi del progetto dell’“Europa della Conoscenza”, a sua volta alla radice della Strategia di Lisbona del 2000/2010.
Per la prima volta l’Unione europea adotta il Metodo aperto di coordinamento (Mac) delle politiche educative tra gli Stati membri e si dota di un quadro di cooperazione politica comune con obiettivi anche quantitativi condivisi per il 2010, in risposta alle carenze registrate nei sistemi di istruzione e formazione nazionali: non più del 10% di abbandono scolastico precoce; aumento del 15% dei laureati nelle materie STEM; completamento della istruzione secondaria superiore per almeno l’85% dei 22enni; riduzione del 20% dei 15enni con scarsa capacità di lettura; almeno il 12% di partecipazione degli adulti all’apprendimento permanente.
Si mettono così in comune analisi e si chiede agli SM di adottare dati confrontabili, si sostiene il processo convergenza dei sistemi universitari e il processo per la formazione, si adottano criteri interpretativi della qualità e delle riforme dei sistemi educativi, si definiscono benchmark comuni di valutazione degli apprendimenti attraverso il sistema OCSE/PISA e si gettano le basi del sistema del Longlife Learning.
Nel 2009 il Trattato di Lisbona, costituzionalizza le basi giuridiche del “diritto di ogni persona alla istruzione e all’accesso alla formazione professionale e continua” nonché quello di “lavorare ed esercitare una professione liberamente accettata”: quattro gli obiettivi fissati nel 2009 dal Consiglio europeo: rendere effettivo l’apprendimento permanente e la mobilità, migliorare la qualità e l’efficacia della IeF, promuovere l’equità, la coesione sociale e la cittadinanza attiva, incoraggiare la creatività e l’innovazione, compresa l’imprenditorialità, a tutti i livelli di IeF.
E proprio nel pieno della crisi mondiale iniziata nel 2007, si lancia nel 2010 la nuova strategia Europa 2020 per una “Crescita intelligente, inclusiva e sostenibile”, dove l’istruzione e la formazione (insieme alla ricerca, alla cultura e alla innovazione) rappresentano un asse trasversale a tutti e tre gli ambiti.
Le dimensioni delle politiche educative in Europa
Le politiche educative in Europa hanno oggi almeno tre dimensioni.
– Educare all’Europa, per costruire e rafforzare i valori europei e la comune cittadinanza europea: vuol dire che i programmi scolastici e le discipline universitarie devono assumere la dimensione europea in termini di conoscenza storica, di consapevolezza dei valori alla base della costruzione della UE e dei diritti di cittadinanza europea, di padronanza di almeno tre lingue comunitarie alla fine del ciclo di studi superiore, della capacità e competenza di dialogo interculturale e interreligioso di fronte alla sfida migratoria e umanitaria con cui ci confrontiamo.
– Realizzare un confronto e uno scambiodi conoscenze ed esperienze tra i sistemi educativi nazionali europei.
– Costruire uno spazio educativo europeo, come processo non di omologazione, ma di confronto e di progressiva convergenza dei sistemi educativi perché sia garantito l’accesso universale alla istruzione di qualità e per rendere effettiva la libertà di circolazione delle persone e delle professioni in Europa.
Le nuove sfide
Il Parlamento europeo sta in questo momento analizzando le due Comunicazioni presentate dalla Commissione Istruzione nel maggio 2017 nell’ambito del Programma giovani.
La 1a Comunicazione Una nuova agenda per l’istruzione superiore delinea obiettivi che rispondano ad alcune problematiche diffuse nella istruzione terziaria:
– lo squilibrio tra le competenze di cui l’Europa ha bisogno;
– le crescenti divisioni sociali che vedono marginali i giovani svantaggiati e i migranti;
– un inadeguato contributo degli Atenei alla innovazione territoriale;
– l’insufficiente coerenza delle politiche nella Istruzione Superiore e scarsa Cooperazione delle Università con la filiera europea (ET).
Di qui la prefigurazione di quattro settori di intervento: promuovere l’eccellenza nello sviluppo delle competenze, creare sistemi di istruzione superiore inclusivi e connessi, favorire il loro contributo alla innovazione, promuovere l’efficacia e l’efficienza dei sistemi di Istruzione superiore. La sfida dei sistemi educativi in Europa resta, ancora, quella della inclusione come risposta alle sfide sociali e democratiche che richiederà una cooperazione sistematica tra Istituti di istruzione secondaria, scuole e centri di IFP.
Rimane fondamentale, inoltre, definire obiettivi, incentivi e standard qualitativi per il sistema Istruzione Superiore anche ai fini di orientare gli investimenti nazionali sia con borse per l’insegnamento di qualità che per una maggiore collaborazione tra didattica e ricerca.
Sul piano finanziario nel nuovo quadro pluriennale 2020/2027 il Parlamento ha già chiesto che siano almeno raddoppiati i fondi per Erasmus plus, che siano incrementati e integrati i fondi strutturali dedicati a IeF e che si attivino da subito piattaforme per investire il Fondo strategico europeo nella Educazione e occupabilità.
La 2a Comunicazione Lo sviluppo scolastico e l’eccellenza dell’insegnamento rileva i dati ancora critici della indagine OCSE/Pisa sui 15enni che mettono in evidenza non solo un sorpasso asiatico dell’Europa per molti benchmark educativi, ma anche le carenze persistenti in Europa su indicatori come le difficoltà nella lettura (uno studente europeo su cinque, con l’Italia al 26° posto sui 70 Paesi esaminati con il 21% sotto il livello minimo di competenze) e nella matematica (dove i ragazzi italiani ora sono nella media OCSE come UK e Francia, ma con una differenza del 20% tra maschi e femmine), la crescente disuguaglianza per classi sociali, l’inadeguatezza delle indispensabili competenze tecnologiche.
Interessante il dato sulla equità nell’istruzione, che vede una media OCSE del 13% degli studenti per cui gli svantaggi socio economico producono effetti negativi sulle performance scolastiche, dato che per l’Italia è solo del 10%. Vengono individuati tre settori di intervento focalizzati sulla didattica e gli insegnanti, chiave di volta dei processi virtuosi: lo sviluppo di scuole più inclusive, il sostegno agli insegnanti e ai dirigenti scolastici per un insegnamento eccellente e una più efficace ed equa direzione degli istituti scolastici.
Le proposte della 2a Comunicazione vanno soprattutto nella direzione di far tesoro delle esperienze di cooperazione tra sistemi scolastici e altre realtà, di sostenere il valore sociale e l’attrattività del ruolo docente, anche nella valutazione delle attitudini e della capacità collaborativa, nello sviluppo della carriera e nei riconoscimenti retributivi, di migliorare la governance e l’utilizzo delle risorse dei sistemi di istruzione più orientate al miglioramento delle prestazioni degli studenti.
Prospettive
Forte è l’indicazione richiamata dagli organismi europei di combinare l’autonomia delle scuole e la garanzia di qualità, alla luce della massiccia tendenza sviluppatasi negli SM verso il decentramento e una maggiore autonomia delle scuole per adattarle a specifici bisogni educativi e ai contesti locali. Ma l’autonomia deve andare di pari passo con una affidabilità reale e percepita dalle famiglie, comunità locali e autorità scolastiche e, come dimostrano i risultati di PISA, dalla assunzione di responsabilità, garantendo metodi di acquisizione di dati e di valutazione dei risultati, sulla base degli obiettivi e degli indicatori di qualità elaborati dagli SM nel quadro europeo. Un obiettivo di istruzione di qualità su cui sono concentrate, oggi, le politiche educative europee, anche sulla base della riflessione sulla dimensione sociale dell’Europa, presentata dal Presidente Junker nell’aprile scorso, su forte richiesta della maggioranza del Parlamento e in forza dell’impegno assunto il 25 marzo dagli Stati Membri nella Dichiarazione di Roma: “Una Europa sociale in cui i giovani ricevano l’istruzione e la formazione migliori e possano studiare e trovare lavoro in tutto il continente”.
Di questo si parlerà nel Summit sulla Educazione previsto per i primi mesi del 2018, focalizzato sulla equità nella educazione e il sostegno dedicato ai gruppi svantaggiati.