Questa mia presentazione del Sistema delle Scuole Cattoliche per l’Europa non pretende di offrire un’elaborazione dettagliata né dell’indole, né della struttura e nemmeno dei metodi di lavoro. Vorrebbe mettere in rilievo solo lo scopo peculiare di queste realtà e le circostanze non del tutto favorevoli in cui cercano di svolgere la loro missione. Il sistema scolastico in Bosnia ed Erzegovina attraversa una crisi del tutto particolare, dovuta a un’intolleranza di stampo etnico-politico, culminata durante la guerra. Le scuole, non di rado, vengono utilizzate come strumento di incremento delle divisioni e dell’intolleranza a scopi politici. In una situazione del genere non è difficile elaborare un sistema scolastico che tenda al dialogo con lo scopo di promuovere la tolleranza pacifica tra i diversi, pur rispettando la libertà religiosa e di coscienza degli alunni e delle famiglie. Però, metterlo in pratica diventa una sfida ardua.
Un piccolo grande Paese
Il primo fatto, che trasforma questo e ogni altro impegno positivo in una sfida ardua, è la realtà stessa della Bosnia ed Erzegovina (BeE). Si tratta di un piccolo Paese (51.209,2 kmq) e gli esperti in materia non sono d’accordo sul significato etimologico del nome. A me piacerebbe fosse vera la teoria che il nome “Bosnia” provenga dalla parola illirica bos che significa “sale”. Temo però che il comportamento dei suoi abitanti smentisca assai velocemente questa ipotesi. Il nome Erzegovina, secondo il governatore che portò il titolo “erzeg”, è stato aggiunto nel secolo quindicesimo per la parte meridionale del Paese. Quanto sia stata travagliata la storia di questo Paese ce lo indica anche il fatto che da un piccolo territorio, l’odierna fascia centrale della BeE, in un certo momento storico il Paese si è esteso fino a raggiungere gli 80.000 chilometri quadrati, cioè quasi il doppio rispetto a oggi. Secondo il censimento fatto nel 1991, cioè prima dell’ultima guerra, in BeE vivevano 4.377.033 di abitanti. I risultati preliminari del censimento fatto nell’ottobre scorso parlano di 3.791.662 di abitanti. Quindi un Paese piccolo sia per territorio sia per numero di abitanti, ma grande e complesso per i suoi, a volte sembra, irrisolvibili problemi. E questo non da ieri.
Trovatosi nella zona che dai tempi dell’impero romano divide e contrappone mondi sempre più diversi, la BeE già da quindici secoli vive una storia travagliata. Ricordo che la linea che divideva l’impero romano in due era il fiume Drina, oggi il confine tra BeE e Serbia. Questa linea che, prima di tutto, ha spaccato il mondo dei popoli slavi, ha lasciato impronte profonde anche sul senso della loro appartenenza culturale e religiosa. A causa delle continue guerre tra i “grandi”, motivate con la tendenza a spostare la magica linea di divisione a vantaggio dell’uno o dell’altro, in BeE si è insediato un modo di vita sociale e religiosa del tutto particolare e, fino a oggi, non del tutto chiaro. Mi riferisco a una sorta di setta chiamata i cristiani bosniaci, un mondo autonomo ed autoctono che tende ad organizzare la vita ecclesiale indipendentemente da Roma e da Costantinopoli e, politicamente, dai loro alleati politici. Le pretese politiche, specialmente quelle del regno ungarico, autorizzate da Roma, hanno stigmatizzato e indebolito il regno bosniaco in modo da renderlo facile preda per l’avanzata ottomana.
Da quel periodo (1463) la BeE, dal punto di vista sociale, culturale e religioso, è fuori dall’Europa. Nel corso di 420 anni di occupazione ottomana si è creata una società non soltanto interetnica e interreligiosa, ma anche, nel modo di vivere e di accettarsi a vicenda, “meticcia”. Però la convivenza, come frutto del desiderio e della necessità di sopravvivenza, non è mai stata senza tensioni e conflitti, senza gravi perdite e sofferenze. Come immagine evocativa basti ricordare che durante il periodo ottomano il numero dei cattolici è passato da circa l’88% sul totale della popolazione al 18.08% (Vukšic e Mandic). Nel corso dei cinquant’anni di comunismo è stata inoltre aggiunta un’altra dimensione a questa convivenza dei diversi, e cioè quella apparentemente neutrale e svuotata del senso etico e religioso.
Il peso delle ingiustizie e delle memorie storiche, poco chiarite e mai purificate, le differenze ideologicamente negate e lo svuotamento morale, hanno creato una convinzione piuttosto subconscia, ma molto diffusa, che la convivenza tra i diversi sia una sfortuna perché, in realtà, risulta sempre essere a danno di uno o più gruppi, di norma i più deboli. Queste forze inconsce e oscure hanno sempre tentato di promuoversi in circostanze di tensioni e conflitti, condizioni a esse sempre favorevoli. Ecco perché ogni conflitto armato, cominciando dall’occupazione austro-ungarica fino all’ultima guerra degli anni Novanta, ha spaccato la nostra società in almeno due parti contrapposte. Tutte le nostre guerre che, in realtà, per i veri motivi non erano nostre, sono state guerre intestine e di sterminio perché fatte tra popoli fraterni. Lo Stato in cui si trova la BeE oggi, a causa di una spartizione territoriale ingiusta, è assai artificiale dal punto di vista politico e, di conseguenza, da tutti gli altri punti di vista. Al bagaglio pesante delle vecchie ingiustizie e diffidenze si sono aggiunte le nuove. Una guerra orribile, causata dall’imperialismo di stampo comunista e realizzata con l’ardore dei risentimenti storici della povera gente, è terminata con una pace invivibile perché ispirata e imposta, anche questa volta, per soddisfare interessi che non hanno niente a che vedere con il bene degli abitanti della BeE. Il risultato è che vent’anni dopo la guerra, la BeE, per molti, risulta una società moribonda e un Paese senza prospettiva, da cui chi può fugge.
La Chiesa in Bosnia ed Erzegovina
Prima di presentare la particolarità delle nostre scuole è necessario tener conto che le circostanze in cui si è formata la cittadinanza interetnica, interculturale e multireligiosa in Bosnia ed Erzegovina sono assai differenti da quelle di molti Paesi europei. Da noi non si tratta di immigrati che arrivano adesso, ma della gente che, a causa delle guerre e delle conquiste, da secoli si è mescolata e vive insieme rimanendo però gelosa della propria identità etnica, culturale e religiosa. Per questo nessuno potrebbe e vorrebbe essere considerato straniero. Però le ingiustizie secolari e i crimini delle guerre, specialmente di quella ultima, hanno scavato abissi di intolleranza e, in non pochi, di vero odio che tende addirittura a negare l’esistenza dell’altro. La soluzione politica, imposta dagli accordi di Dayton, continua a stimolare le forze disintegranti e distruttive.
Durante la guerra degli anni Novanta fu la Chiesa cattolica a essere messa ancora una volta a prova della sua sopravvivenza. La pratica della cosiddetta pulizia etnica ha causato l’esilio di oltre il cinquanta per cento dei cattolici. Il nostro esodo continua inesorabile, nell’anno 2014 i cattolici sono diminuiti di 11.883 unità. I genitori cattolici, a causa dell’intolleranza vissuta anche nelle scuole pubbliche durante il conflitto e che permane tuttora, hanno cercato di emigrare all’estero e continuano a farlo. Le scuole cattoliche rappresentavano allora e rappresentano tuttora innanzitutto un punto fermo della sopravvivenza della Chiesa cattolica.
La vera pace
Ciononostante, o addirittura a causa della situazione in cui si è trovata, la Chiesa si è sentita chiamata a servire la causa umana perché, date le circostanze, solo così può mettere in pratica il Vangelo. La pace in Bosnia ed Erzegovina si è sempre verificata e si sta verificando sempre di più come il presupposto di tutte le cause umane. Sono profondamente convinto che il futuro della pace, nel mondo intero, non sarà possibile senza la capacità e la disponibilità dei diversi popoli, culture e religioni di vivere insieme rispettandosi a vicenda e conservando ognuno la propria identità, come primo presupposto fondamentale dell’autentico ecumenismo e dialogo interreligioso. Servire la pace in Bosnia ed Erzegovina coincide con la disponibilità e la capacità di aiutare la gente a vivere e lasciar vivere in pace la propria identità. Ci è sembrato di poter servire i cittadini, i popoli e anche la sopravvivenza della Chiesa aiutando i giovani a capire ed accettare la tolleranza e la convivenza come valori per cui valga la pena impegnarsi. Le nuove generazioni possono essere educate allo spirito della convivenza tramite scuole in cui poterne vedere gli esempi concreti e fare l’esperienza di un dialogo vitale.
La scuola del dialogo e della convivenza
Dunque sono due i motivi per cui le Scuole Cattoliche per l’Europa sono state volute e fondate durante la guerra (novembre 1994) come scuole interetniche e interreligiose. Il primo è, come già accennato, la sopravvivenza stessa della Chiesa cattolica in Bosnia ed Erzegovina e il secondo è la promozione della pace e dell’integrazione tramite l’educazione alla convivenza pacifica in un Paese lacerato dai conflitti e in un mondo sempre più conflittuale, a causa di ingiustizie che vengono camuffate come differenze. Il programma scolastico delle scuole che fanno parte del Sistema delle Scuole Cattoliche per l’Europa, seguendo la dottrina della Chiesa e i suggerimenti della Santa Sede, tende a sottolineare, prima e soprattutto, l’importanza dell’educazione integrale. Tutte le discipline vengono concepite e insegnate in vista dei valori fondamentali che, in ultima analisi, sono comuni alle grandi religioni esistenti in Bosnia ed Erzegovina. In vent’anni abbiamo elaborato un sistema scolastico che è stato riconosciuto dai Ministeri competenti. Esso è caratterizzato dall’impegno che l’insegnamento di tutte le discipline venga illuminato dalla fede.
Il riconoscimento dell’identità
L’insegnamento della religione ha infatti un posto privilegiato in questo programma. Ciò risulta dal fatto che tutti gli alunni sono obbligati a seguire l’insegnamento della storia delle religioni che mira a far comprendere il ruolo positivo del credere nell’aldilà e il contributo della religione alla storia dell’umanità e della nostra società. Si dimostra molto importante e benefico il fatto che gli alunni delle nostre scuole, appartenenti alle diverse religioni, ascoltino insieme gli aspetti positivi di queste religioni, ma anche le ombre umane, ma dalla bocca di insegnanti credenti, che cercano di proporre loro un senso religioso della vita. Lasciando ai genitori e agli alunni delle scuole superiori la libertà di scegliere tra l’insegnamento confessionale della religione a cui appartengono, cioè cattolica, ortodossa o islamica da una parte ed etica dall’altra, le nostre scuole non promuovono né il sincretismo né il proselitismo.
La pace e la convivenza rimangono un’illusione se non vengono supportate e alimentate dal rispetto dell’identità di ogni persona, che è il fondamento dei diritti dell’uomo ma anche il nucleo del Vangelo. Amare l’altro come se stesso vuol dire muoversi per primo riconoscendo tutto ciò che significa la sua identità, inclusa quella religiosa. Ci pare giusto e doveroso riconoscere l’identità religiosa di ogni alunno perché solo così possiamo educarli al rispetto reciproco e renderli capaci di un dialogo religioso autentico, in un mondo sempre più indifferente anche a causa dei fondamentalismi religiosi. Qui vedo il punto più profondo della cattolicità delle nostre scuole. Gesù Cristo ci ha insegnato e autorizzato a conquistare solo con l’amore. Perciò la sua Chiesa non cresce per proselitismo ma “per attrazione”, ci ricorda Papa Francesco.
La cattolicità delle nostre scuole consiste, prima di tutto, nell’impegno ad aiutare a crescere gli alunni cattolici nella loro appartenenza a Cristo e nella testimonianza del Vangelo tramite l’amore cristiano dei nostri insegnanti e dirigenti nei confronti dei nostri alunni ortodossi, musulmani e atei. Il modo e l’atteggiamento con cui ci rapportiamo ai nostri alunni apre al vastissimo campo del rendere testimonianza per Gesù Cristo e la sua Chiesa. Per me è un autentico e prezioso fenomeno il fatto che, ad esempio, un giovane musulmano, i cui genitori e parenti sono stati sterminati dai cosiddetti cristiani a Srebrenica, tra tante scuole pubbliche presenti nella città di Tuzla, ha scelto la nostra scuola e ne è diventato l’alunno migliore. Occorre leggere questo episodio ricordando che ai musulmani di Srebrenica fu spiegato che sono stati sterminati (circa 7000 persone in pochi giorni) dai cristiani solo in quanto musulmani.
Scuole cattoliche – alunni non cattolici
Le onde delle tensioni e dei conflitti – in sostanza sociali, ma dicniarati interetnici e interculturali – interessano e coinvolgono, a seguito delll’afflusso degli immigrati, i Paesi occidentali trasformandoli sempre di più in società multietniche e multiculturali. Questa trasformazione presenta un’ulteriore sfida anche per il sistema scolastico. Si pone la domanda: in che modo accogliere i figli delle famiglie degli immigrati e come integrarli in modo da non essere visti come un problema ma un arricchimento per se stessi e per gli altri? Nell’arco tra la difesa dal diverso e l’accoglienza incondizionata ci sono state suggerite tantissime e diversissime proposte (sviluppo di culture separate, pluralismo maggioritario, incoraggiamento della multiculturalità…) su come dovrebbe essere impostato un curriculum che sia in grado di “aiutare tutti i bambini, anche quelli di origine straniera, a costruire la propria identità personale e a sviluppare un progetto di vita che tenga conto degli elementi chiave sia della cultura d’origine, che della società di accoglienza” (L. Ribolzi).
Il dilemma e l’impegno della scuola cattolica, a causa della sua natura, in questo contesto diventa ancora più delicato e complesso. Infatti, oltre al compito comune a tutte le scuole di far conoscere e accettare il mistero dell’uomo e crescere nella percezione giusta di se stessi e dell’altro per saper vivere insieme, le scuole cattoliche hanno il compito di annunciare il Vangelo. Il comando di Gesù: “Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo a ogni creatura” (Mc 16,15), non è nei nostri giorni venuto meno. Papa Benedetto XVI ci ha ricordato che “l’educazione ha un posto importante nella missione della Chiesa”. La questione diventa complessa per il fatto che molti studenti figli di immigrati professano religioni diverse da quella cattolica. E ormai non sono rari neppure nei Paesi europei i casi delle scuole cattoliche in cui la maggioranza degli alunni o, addirittura, gli insegnanti appartengano a una delle grandi religioni non cristiane. C’è chi si domanda se queste scuole sono ancora cattoliche.
Il presidente del Comitato europeo per l’educazione cattolica quindici anni fa era di parere negativo. Durante l’Assemblea generale di questo Comitato, a cui per la prima volta presi parte, negò l’indole cattolica alle nostre Scuole per l’Europa ed era perplesso sulla possibilità che noi potessimo essere membri del Comitato. Io, invece, ero e sono tuttora convinto che il carattere delle scuole cattoliche non dipende, prima di tutto, dal numero degli alunni o dagli insegnanti cattolici ma dalla mente del fondatore e, soprattutto, dallo spirito che le ispira e dallo scopo a cui tendono. La sostanza della missione della scuola cattolica è, secondo la mia profonda convinzione, di educare all’umanità, cioè di aiutare i propri alunni a diventare uomini completi che saranno capaci, nei confronti degli uomini, di essere uomini, come ha fatto Dio in Gesù Cristo. Educare all’umanità completa è possibile nelle scuole in cui il cuore dell’educazione (cattolica) è l’educazione del cuore. Questa è, del resto, l’ultima meta dell’evangelizzazione. La priorità della scuola cattolica è di servire la causa umana.
Una fra le cause umane prioritarie nel mondo di oggi è senza dubbio la pace. La pace, ovviamente, dipenderà dalla capacità della convivenza tra i diversi e questa, a sua volta, dalla disponibilità ad accogliere e rispettare le identità di tutti i gruppi che compongono la società. La Bibbia spesso ricorda che Dio è l’autore, concessore e garante della pace tra uomini e popoli. Anzi, nel Nuovo Testamento, Dio è definito come il Dio della pace (Eb 13,20), Cristo come la nostra pace (Ef 2,14). La vera pace tra gli uomini è frutto della grazia di Dio ma anche dell’impegno degli uomini. Ecco perché il Vangelo chiama beati gli operatori di pace (Mt 5,9). Gli operatori di pace sono beati perché cooperatori di Dio in una causa umana cosi importante. Questa non è solo una constatazione di Gesù, ma un suo invito e imperativo morale per tutti coloro che credono in lui. Allora, la pace fa parte dell’identità e della missione cristiana e, conseguentemente, della scuola cattolica. Vista in questo contesto, la scuola cattolica diventa un luogo privilegiato per gli operatori di pace e i cooperatori di Dio.
Tutti sappiamo quanto è facile sviluppare belle e anche convincenti teorie. Sono sicuro che queste mie idee possano suscitare in voi un’impressione del genere. Però, come mettere in pratica questa impostazione teorica? Nella sua dottrina sociale la Chiesa cattolica non ha dimenticato uno dei postulati del Vecchio Testamento, che ci spinge nella visione e prospettiva evangelica di questo problema. Chi crede in Dio come l’ha rivelato e vissuto Gesù Cristo non può avere dubbi sulla propria scelta in questa materia. Per noi la scelta l’ha già fatta Cristo. La sua dottrina e il suo modo di agire sono più che chiari. Il suo elogio della fede della donna cananea (cfr. Mt 15,21-18) e del centurione (cfr. Mt 8,5-13) e della condotta dei Samaritani (cfr. Lc 10,29-37) ci fanno capire cosa veramente conta. Soprattutto se sappiamo che per il popolo d’Israele, al quale apparteneva Gesù, i Cananei erano pagani e i Samaritani nemici con cui non era lecito nemmeno comunicare. Per Gesù il primo e unico criterio non è il popolo o la religione al quale si appartiene, ma il modo in cui si vive la fede in Dio e il rispetto e la simpatia per l’uomo in quanto uomo. Il cristiano ha obbligo religioso quindi non soltanto di tollerare, ma di amare ogni uomo e tutti gli uomini.
Il comando del Vecchio Testamento era quello di amare il forestiero come te stesso (Lv 19,34). Cristo va oltre, comandando di amare anche i nemici (cfr. Mt 5,44). Come è possibile amare i nemici? C’è un unico modo e cioè di non avere nemici! Chi è amico di Dio, non considera gli uomini come nemici e così è in grado di amarli per amor di Dio e di trasformarli in amici. Le scuole cattoliche, proprio perché cattoliche, vale a dire universali, devono essere aperte e al servizio di tutti. “Tutti” include anche gli immigrati perché forestieri e perché, non di rado, visti come minaccia e nemici. L’amore non c’è senza il rispetto di ciò che uno è. Vale a dire, anche il rispetto della sua libertà di credere in Dio a modo suo e il diritto di approfondire la propria fede. Questo significa anche che gli alunni musulmani hanno diritto all’insegnamento della loro religione nelle scuole cattoliche che frequentano.
Qui siamo alla vera prova non soltanto della fiducia nel comandamento dell’amore per i nemici, ma anche della propria coerenza. Oltre alla citata presa di posizione di Gesù nei confronti dei “pagani” del tempo, bisogna ricordare il suo monito: “Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: questa infatti è la Legge e i Profeti” (Mt 7,12). A livello meramente umano, non credo che a noi cattolici piacerebbe che scuole di qualsiasi provenienza religiosa costringessero gli alunni cattolici a seguire le lezioni di un’altra religione. A parte la dignità della persona umana e i suoi diritti fondamentali, una prassi del genere non contribuirebbe alla vera e genuina immagine della Chiesa cattolica. Per non parlare del bisogno di sana collaborazione tra le religioni e della loro, così necessaria, comune testimonianza davanti a un mondo sempre più indifferente e nichilista. Ma molti contestano l’idea che nella scuola cattolica possa essere rispettato il diritto all’insegnamento di una religione diversa da quella cattolica. Ritengono che non sarebbe più cattolica perché tradirebbe la propria missione di annunciare il Vangelo. Temo che questa visione ristretta perda di vista che l’annuncio del Vangelo non avviene solo con le parole ma, soprattutto, con i fatti.
Conclusione
Se la scuola riesce a trovare il modo di comunicare i veri valori alle nuove generazioni aiutandole a capire e a vivere la stima per l’uomo e per la sua identità, questo nostro mondo troverà il sentiero per la pace. Le scuole cattoliche sono ancora il luogo in cui la Chiesa ha l’opportunità, non solo di proporre Gesù come modello e salvatore dell’uomo alle nuove generazioni dei suoi fedeli, ma anche di rendere la testimonianza che nel Cristo tutti i valori umani trovano la loro realizzazione. Il numero degli alunni delle Scuole per l’Europa, che in vent’anni è salito da 420 a 4786, dimostra quanto grande sia l’interesse e la partecipazione per questa proposta formativa. La Chiesa cattolica non deve avere paura di promuovere la persona umana e gli autentici diritti umani. Anzi, essa deve promuoverli comunque e dovunque può. Perché essi sono l’unica prospettiva possibile per il mondo in cui viviamo, ma sono anche le fondamenta più sicure su cui oggi poggiare il suo annuncio del Vangelo e la prova genuina della sua fedeltà a Gesù. Le scuole cattoliche rappresentano uno strumento di quest’annuncio a cui non è lecito rinunciare. Specialmente se esse trovano il modo di estendere il loro servizio anche oltre le proprie competenze canoniche per servire la genuina causa umana che coincide sempre con la causa del Regno di Dio.
Il testo è tratto dall’intervento svolto al convegno nazionale CdO Opere Educative, La vita si accende solo con la vita, Pacengo di Lazise (Verona), 4-6 marzo 2016.