Quadrimestrale di cultura civile

La scuola al cinema

di Antonio Autieri / Direttore di sentieridelcinema.it

L’universo scolastico è da sempre ricco di spunti per il cinema. Declinato in chiave drammatica, comica o perfino fantasy o horror, quel mondo con alunni e insegnanti, e con le loro ansie, speranze ed errori ha da sempre attirato autori e produttori. I film migliori hanno saputo cogliere le domande di ragazzi e professori sulla vita, raccontando l’avventura del diventare grandi dei primi e la tensione educativa dei secondi. Anche quando hanno messo in mostra un fallimento (come poteva essere il celebre L’attimo fuggente di Peter Weir, del 1989). Passiamo quindi in rassegna una carrellata di film recenti (dall’inizio del nuovo secolo) che ci mostrano come il cinema contemporaneo abbia raccontato la scuola.

 

A scuola si impara

Cominciamo da una celeberrima saga di genere fantasy: Harry Potter. Gli otto film della serie (cominciata nel 2001, con Harry Potter e la pietra filosofale, e conclusasi nel 2011 con quattro registi che si sono alternati nei vari film), tratti dai romanzi di J.K. Rowling e diventati di enorme successo in tutto il mondo, sono ambientati nella scuola di magia di Hogwarts. Vediamo i piccoli maghi del primo episodio crescere, film dopo film (gli attori insieme ai personaggi) e imparare a usare i propri talenti magici ma anche a relazionarsi con se stessi e con gli altri. In questo, il rapporto tra Harry e il maestro Albus Silente (gli altri professori sono spesso caricaturali o nemici) è tra gli aspetti più interessanti della serie, che infatti perde spessore quando Silente esce di scena.

Dal punto di vista del ruolo del “maestro” da cui imparare, uno dei film recenti più belli è il francese Les Choristes – I ragazzi del coro (2004) di Christophe Barratier. Ambientato nella Francia del Dopoguerra, raccontava di un insegnante di musica riciclatosi come custode in una scuola per ragazzi problematici, che riusciva a entrare nel cuore dei ragazzi (anche mettendosi contro il direttore dell’istituto) attraverso il canto: la bellezza della musica, il coro come gruppo e soprattutto la sua passione per i ragazzi tirano fuori il meglio da quelli che sembravano soggetti irrecuperabili. La passione educativa e la relazione come chiave dell’insegnamento sono le chiavi di questo film, commovente e ideale anche per un pubblico di bambini e ragazzi, come di tutti i film migliori del genere “scolastico”.

Una pellicola che un po’ lo ricorda, ancora più recente, è il canadese Monsieur Lazhar (2011) di Philippe Falardeau, tratto da un’opera teatrale. Qui l’educatore è a prima vista abbastanza improbabile, soprattutto per il contesto drammatico in cui si trova a inserirsi: Bashir Lazhar, immigrato in Canada dall’Algeria (da dove era scappato a causa della guerra civile), si propone come supplente in una quinta elementare di Montreal dopo il suicidio di una maestra. Ai ragazzini scossi e fragili, Lazhar (interpretato dal comico e musicista algerino Fellag) offre delicatezza e pazienza. Anche se i suoi metodi sembrano curiosi e lui nasconde qualcosa del suo passato. In realtà non ha mai insegnato in vita sua, ma saprà relazionarsi con loro e catturarne la fiducia partendo dalla sua sensibilità – ha conosciuto il dolore e la morte, come loro: in Algeria gli integralisti islamici gli uccisero moglie e figli – e dall’affetto per i ragazzi. Un film bellissimo e toccante, che non lesina critiche alla società canadese in cui è visto con sospetto morboso ogni vicinanza e contatto tra adulto e bambino. E in cui i genitori pretendono che l’insegnante stia al suo posto, “istruendo” e lasciando alla famiglia ogni compito educativo (senza però saper educare).

Lo stesso aspetto toccato da un altro film, meno bello ma comunque interessante, come Il club degli imperatori (2001) di Michael Hoffman: uno stimato professore di un college della Virginia (l’ottimo Kevin Kline), che crede nei valori della classicità ma anche in un metodo che punta sul far crescere i ragazzi dal punto di vista umano e caratteriale, ha a che fare con uno sfrontato figlio di un senatore che rischia di rovinare il clima scolastico. Oltretutto sentendosi dire dal potente genitore che, appunto, deve essere l’istruzione e non l’educazione il suo obiettivo. Il film non nasconde gli errori, in buona fede, che un insegnante/educatore può commettere e le relative sconfitte, anche se si disperde su altri temi (come quello “antipolitico”, sempre attuale), e risulta a tratti un po’ semplicistico. Però complessivamente si fa apprezzare.

Educatore e insegnante assolutamente sui generis, impostore a fin di bene come l’improvvisato Bashir Lazhar, è il “professor” Dewey Finn in School of Rock (2003) di Richard Linklater, commedia per ragazzi con uno scatenato Jack Black nei panni di un musicista rock senza lavoro né soldi che millanta esperienza come supplente in una scuola elementare. Senza però alcuna voglia di insegnare né interesse per materie, regole e ragazzi. Sarà la scoperta delle doti musicali dei ragazzi – anche se su versanti classici, che lui piegherà all’amato rock con un concorso cui iscrivere la classe – a creare le basi di una doppia opera educativa: dell’improbabile insegnante su bambini da forgiare ma anche dei ragazzini su di lui, che in quella scuola darà il meglio di sé scoprendo doti che non pensava di avere.

Su un altro piano, è sempre la musica la chiave in cui si gioca la relazione tra un insegnante e un’allieva nel francese La famiglia Belier (2014) di Éric Lartigau, dove in una famiglia di sordomuti una ragazza “sana” scopre grazie al maestro di musica della scuola di avere un talento canoro: e in questo, trovando la forza per crescere anche a costo di un doloroso distacco.

Pur su un piano di commedia a tratti sopra le righe, è interessante la figura dell’insegnante anche nel recente 17 anni (e come uscirne vivi) di Kelly Fremon Craig (2016). Qui la protagonista Nadine, che si sente oppressa da mille complessi e tradita dalla migliore amica (fidanzatasi con il suo odiato fratello), annuncia all’insegnante l’intenzione di suicidarsi; così, per catturare l’attenzione. E quello che le sembrava un professore svogliato e ostile, si rivelerà una sorpresa quando l’insegnante le farà capire di poter contare sempre su di lui, offrendole quella figura adulta che le mancava.

 

C’è tensione in quella classe…

La scuola è raccontata al cinema anche nei suoi aspetti più problematici: dalla violenza alle tensioni interrazziali, dal difficile rapporto tra compagni a quello con i professori. Il punto estremo è forse Elephant(2003) di Gus Van Sant, che rievocando la terribile strage di Columbine nell’Oregon si limita a fotografare il disagio di due ragazzi e la tragica azione criminale che realizzarono nella loro scuola con un distacco che diventa cinismo. Ma ci sono altri film che hanno saputo raccontare problemi e durezze nell’universo scolastico con un minimo di prospettiva e di senso.

Un film controverso ma interessante è il tedesco L’onda (2008) di Dennis Gansel, tratto dall’omonimo romanzo di Todd Strasser, che riprende un episodio realmente avvenuto negli Usa. In un liceo in Germania un professore, ex anarchico, propone un esperimento per verificare la possibilità di rinascita, nella società contemporanea, del nazismo o comunque di un regime autoritario. Lo scetticismo divertito dei ragazzi accompagna il curioso “gioco” in classe, in cui il professore – che pure inizialmente sembra partire dai desideri di realizzazione dei ragazzi – è il capo, gli allievi i “soldati” che lo seguono ciecamente e il gruppo ha sempre un peso maggiore dell’individuo. Se la maggior parte degli studenti ben presto si appassionerà all’esperimento, con conseguenze sempre più pericolose, alcuni si tirano fuori. Ma il dissenso non viene ben accolto. Apologo didascalico ma con vari spunti di interesse, come la tesi che un’appartenenza – anche sbagliata – è comunque desiderata e all’inizio positiva. Purché si scelga bene chi seguire.

Film notevole è Class Enemy (2013) del giovane regista sloveno Rok Bicek. In un liceo una giovane professoressa di tedesco molto amata va in maternità; al suo posto arriva un insegnante molto diverso, rigoroso e intransigente rispetto alla confidenza affettuosa cui ragazzi erano abituati. Gli studenti sono diffidenti verso di lui, ma il peggio arriva quando una studentessa si suicida: per tutti il maturo e freddo supplente è il responsabile, a causa della sua severità. Ma è proprio così? Teso ed efficace, affatto schematico nell’attribuire torti e ragioni e nel ribaltare le aspettative, Class Enemy parla del ruolo dell’insegnante e della difficoltà di costruire qualcosa di saldo al di là delle intenzioni (la fragilità dei ragazzi sembra legata anche al permissivismo di preside e insegnanti). Un film che pone più domande che risposte.

Un altro recente filone è quello delle scuole interrazziali. Un esempio è La classe (2008) di Laurent Cantet, Palma d’oro a Cannes, ambientato in un istituto della banlieue parigina. Un film di taglio semidocumentaristico: gli studenti non sono attori professionisti e non lo è neppure il professore François Bégaudeau; un vero insegnante che scrisse un romanzo dalla sua esperienza, poi trasformato in film. Ma in realtà il film è recitato “normalmente”: il regista riesce a far emergere i tentativi, spesso frustrati, del professore di tirar fuori qualcosa dai ragazzi, gli scontri tra di loro, le storie personali, le speranze e i fallimenti. Soprattutto, rappresenta al meglio quella Francia multirazziale e multiculturale che cercava di comporre un quadro armonico. La situazione attuale, al tempo dell’Isis e del terrorismo, ci dice che il quadro amaro che veniva disegnato da Cantet era quasi profetico, nonostante non mancasse la speranza e il senso di responsabilità di un insegnante appassionato verso la sua “missione”.

Di qualche anno dopo, sempre dalla Francia e quindi già con un clima molto diverso in tema di convivenza tra culture e religioni diverse, è Una volta nella vita (2014) di Marie-Castille Mention-Schaar, tratto da una storia vera. La brava attrice Ariane Ascaride interpreta un’insegnante che arriva in una classe problematica, dove nessuno vuole andare: ragazzi insicuri e ignoranti, svogliati o aggressivi, provenienti da varie etnie con tensioni continue favorite da ottusi divieti (come le leggi francesi sulla laicità: ai ragazzi vengono vietati il velo e il crocifisso come pure cuffie e cappellini). La professoressa troverà il modo di coinvolgere i ragazzi in un concorso ministeriale su ebrei, Shoah e campi di concentramento nazista, smuovendo qualcosa in loro. Un film più interessante che bello, con un intento pedagogico troppo scoperto ma che può essere utilizzato per progetti scolastici a tema. Efficace, in ogni caso, nel mostrare come un approccio positivo ad adolescenti problematici possa generare un cambiamento.

Un buon film di una decina d’anni fa è Half Nelson (2006) di Ryan Fleck, con Ryan Gosling (recente protagonista di La La Land) nei panni di un professore tossicodipendente, che predica ai ragazzi una vita decente ma non è capace di fare le cose che dice. Quando una sua allieva di colore, con una famiglia disastrata, scoprirà il suo “problema” nascerà tra loro un rapporto speciale e sincero, in cui aiutarsi a vicenda. I pregi del film, che valse a Gosling una candidatura all’Oscar, sono proprio nel racconto del rapporto tra i due protagonisti, ma come descrizione del mondo scolastico non aggiunge molto.

Un gran film, durissimo, è Detachment – Il distacco (2011) di Tony Kaye, con Adrien Brody (già grande ne Il pianista) nel ruolo di un supplente dalla storia personale tormentata. Con stile essenziale e realistico, Kaye descrive una scuola impossibile: professori insultati da allievi e famiglie, bullismo, tensioni e degrado. Un bravo supplente, che è un vero “maestro”, ci prova in tutti i modi, e sembra a un certo punto riuscire a catturare i ragazzi con i suoi metodi. Ma anche le migliori intenzioni possono non bastare. Detachment è in parte un’altra storia di fallimenti e frustrazioni, che però si apre nel finale a una sorprendente speranza.

 

Chi trova un amico trova un tesoro

Molte amicizie importanti nascono tra i banchi di scuola, dove può diffondersi la piaga del bullismo (declinato spesso come intolleranza verso ragazzi che scoprono la propria omosessualità: un esempio è il modesto film italiano Un bacio di Ivan Cotroneo), ma anche trovare alleati contro disagio e solitudine. Tratto dall’omonimo romanzo dello stesso scrittore, Noi siamo infinito (2012) di Stephen Chbosky racconta dell’ingresso in un liceo del timidissimo Charlie, che lega solo con la bella Sam e con il suo fratellastro Patrick. Ognuno dei tre ha dolori e segreti inconfessabili, ma pian piano – grazie anche a un insegnante di lettere positivo – sapranno guardare in faccia alle difficoltà e focalizzare il proprio desiderio: amare ed essere amati, da qualcuno che sinceramente ci tenga a sé. In una commedia giovanile più seria di quanto sembri a prima vista fanno capolino temi come la malattia, la solitudine, il desiderio di avere amici. In Quel fantastico peggior anno della mia vita (2015) di Alfonso Gomez-Rejon il protagonista Greg, all’ultimo anno del liceo a Pittsburgh, si barcamena tra i vari gruppi rivali per evitare problemi. L’unico amico, Earl, lo chiama “collaboratore” (rifanno in chiave comica i classici del cinema con buffi filmini amatoriali). Quando la madre gli chiede di stare vicino a una compagna di classe malata di leucemia cui lui non ha mai rivolto la parola, Greg è prima perplesso e poi goffo nell’eseguire il consiglio… Ma tra lui e Rachel nasce, nel tempo, un’amicizia molto bella. Strana commedia per teenager, con un inizio quasi demenziale, che evita ogni forma di facile retorica, il film racconta bene di ragazzini alle prese con problemi più grandi di loro, con una confezione brillante ma che guarda al dramma messo in scena fino in fondo, con un finale commovente senza essere “strappalacrime”.

Amicizia e amore sono anche le scoperte del protagonista di Sing Street (2016) di John Carney, ambientato nella Dublino degli anni Ottanta: il quattordicenne Conor è costretto a cambiare scuola, dove imperversa un preside-sacerdote dalle visioni ristrette, e quartiere: quando conosce una ragazza più grande di cui si innamora all’istante, decide di far colpo su di lei mettendo su una band musicale, proponendole di esserle il “volto” nei videoclip. Così facendo, stringerà anche rapporti di amicizia con compagni di scuola originali con cui crescere.

Cambia città e quindi scuola anche la protagonista di Caterina va in città (2004) di Paolo Virzì, che già pochi anni prima aveva raccontato di un’amicizia nata sui banchi di scuola in Ovosodo (1997: uno dei suoi migliori film). Qui l’adolescente Caterina è una ragazzina molto timida, catapultata dalla provincia nella gigantesca Roma mentre inizia la terza media. Scoprirà le ideologie politiche contrapposte, gli eccessi delle amiche, i primi amori. Non tutto è bene a fuoco, ma Virzì sa raccontare i ragazzi e descrive bene un’età tra l’ingenuo e il crudele, “tifando” per le persone semplici e fragili.

 

Altri sguardi di casa nostra

Il cinema italiano, in effetti, racconta molto spesso la scuola e i suoi dintorni. Vediamo alcuni esempi recenti. In Notte prima degli esami (2006), l’allora esordiente Fausto Brizzi rievoca l’incubo di generazioni di studenti, ovvero l’esame di maturità, con una storia di amicizia (e paura dei professori) nei lontani anni Ottanta, con un effetto nostalgia ingigantito da canzoni celebri: non è un capolavoro, ma si fece apprezzare per freschezza narrativa (meglio dei film successivi, sequel ai giorni nostri compreso, del regista che ha ottenuto altri successi ma spesso molto banali). Scialla! (2011) di Francesco Bruni si gioca su due filoni: da una parte la scoperta di un padre – ex professore che ha abbandonato la scuola – di avere un figlio adolescente che non sapeva di avere (e al quale non vuol far sapere la verità), costretto oltre tutto a dargli ripetizioni private per non fargli perdere l’anno; dall’altra un arguto racconto su come la scuola e lo studio possano diventare interessanti quando c’è qualcuno che ti ci fa appassionare. Con un bel finale in cui un’educazione ricevuta produce frutti imprevisti a tanti anni di distanza in un terzo, sorprendente personaggio.

Non originalissimo ma serio è Il rosso e il blu (2012) di Giuseppe Piccioni, che mette in scena una scuola malfunzionante (e studenti con disagi di vario tipo) governata da una preside angustiata dai problemi (Margherita Buy), con un giovane e ingenuo insegnante (Riccardo Scamarcio) e un anziano professore ormai disilluso (Roberto Herlitzka), tutti provocati e messi in discussione da alunni ed ex allievi. Il tutto un po’ irrisolto, ma gli spunti di interesse non mancano.

Era molto atteso, alcuni anni fa, Bianca come il latte, rossa come il sangue (2013) di Giacomo Campiotti, adattamento dell’omonimo romanzo di Alessandro D’Avenia che in effetti riscosse un certo successo anche al cinema. Per il sedicenne Leo (interpretato da Filippo Scicchitano, già coprotagonista di Scialla!) la scoperta che la ragazza di cui è innamorato è gravemente malata apre domande mai prese sul serio, come l’ipotesi di Dio. Grazie anche a un professore che sa toccare le corde giuste. Meno incisivo del romanzo, soprattutto nella figura chiave dell’insegnante, il film però sa rivolgersi ai ragazzi con un linguaggio adeguato, cosa rara nei film italiani. Oltretutto con un approccio pieno di speranza.

Temi altissimi anche nel poco conosciuto Banana (2015) di Andrea Jublin, dove il protagonista è un ragazzino delle medie che desidera essere felice (“non essere contento o sereno, proprio felice”) e che sconta tutta la sua goffaggine, nel calcio come con i compagni di scuola (e dove anche un insegnante può essere pericolosamente in crisi). In un film che divaga un po’ troppo con varie sottostorie non tutte interessanti, c’è però una descrizione sincera di un’età poco raccontata; e, appunto, l’affermazione della necessità – “scandalosa” per il mondo – di essere felici, che non fa fermare il ragazzino di fronte a umiliazioni e delusioni. Curioso invece notare che Il ragazzo invisibile (2014) di Gabriele Salvatores declina temi simili – il disagio con i compagni di classe, l’emarginazione – in chiave fantasy: il desiderio di essere “invisibile” agli altri si trasforma infatti in super poteri (a breve uscirà il sequel).

Chiudiamo con un film recente, la commedia Classe Z (2017) di Guido Chiesa, che gioca sugli echi del noto (e citato nel film) L’attimo fuggente per descrivere i tentativi generosi di un giovane professore di cambiare le sorti di una classe di pessimi studenti, nell’anno della maturità. Ha senso dar loro un’altra occasione, credendo in loro? Leggerino e con alcuni personaggi stereotipati, ma non stupido, è un film che si fa vedere e a tratti diverte: da gustare come finisce la celebre scena del citato classico con ragazzi e professore in piedi sui banchi…