“A scuola c’è vita: vero!”
Giro, ormai, da anni per le scuole in quanto credo che respirarne l’aria, ascoltare i ragazzi e gli insegnanti sia l’unico modo per comprenderne appieno le esigenze concrete e quotidiane; ed è proprio stando con loro che ho percepito la vivacità, l’entusiasmo e la voglia, la stessa di sempre, di migliorare, di crescere, di stare al passo con il mondo che cambia, ma anche il bisogno di dialogare e ricevere risposte dal mondo. I ragazzi, come sempre è stato e come sempre continuerà a essere, pongono domande vere. Hanno bisogno di adulti che li ascoltino e non diano loro risposte preconfezionate. Vista attraverso gli sguardi dei ragazzi e dei loro docenti, la scuola è il luogo in cui non si sta mai fermi, anche perché è difficile stare fermi di fronte ai ragazzi, alle loro domande, alle loro passioni e ai loro ideali.
Ho conosciuto una scuola che è, rispetto a qualsiasi retropensiero di scuola ingessata nella burocrazia, punto di riferimento, di aggregazione sociale, di formazione e sviluppo di coscienza critica e, soprattutto, di scoperta di vocazioni e talenti, di opportunità.
“La scuola è il luogo in cui i ragazzi scoprono la propria strada, il proprio talento e si orientano per il futuro”
Dobbiamo sempre ricordarci che, prima che “fatto pubblico”, la scuola è un bene comune la cui costruzione non può non tenere conto della responsabilità sociale dei risultati, quella personale in cui ogni cittadino è chiamato in prima persona e quella politico-istituzionale che guarda alla crescita del Paese. La scuola è il luogo in cui i ragazzi iniziano a scoprire il proprio talento e si orientano per il futuro, è lo spazio privilegiato per il dialogo con i giovani e per un rapporto con le famiglie.
Proprio per questo, mettere a disposizione dei giovani tante opportunità è compito istituzionale, come rimuovere ostacoli, facilitare ingressi, agevolare e partecipare in modo proattivo al passaggio delicato tra infanzia, adolescenza e mondo adulto, ed è giusto che sia così, essendo la scuola il luogo in cui si forma e si educa prima di tutto la “persona”, il cittadino del futuro.
Per scoprire se stessi occorre fare esperienze, non semplicemente studiare la teoria.
In questo scenario diventa fondamentale la relazione con il territorio. Indispensabile il rapporto con tutto ciò che circonda la scuola, si arricchisce l’offerta formativa, si valorizzano le tradizioni e le culture locali, si promuove una visione della scuola come laboratorio di crescita. La scuola diventa, quindi, luogo in cui chi opera si mette al lavoro ogni giorno per tessere reti, condividere, progettare, aprendo le porte delle aule al mondo circostante.
“Come aiutare a crescere la scuola?”
Se vediamo la domanda sotto l’aspetto generico, occorre dire che viviamo un momento in cui il progetto educativo e didattico è sottoposto a grandi sfide, di innovazione ma anche economiche e sociali; l’obiettivo del presente è quello che vede oggi, uniti e attivi, Ministero, docenti, famiglie, educatori, nel contribuire alla conoscenza che i ragazzi hanno del mondo che li circonda, quello del lavoro e quello della loro quotidianità, per permettere loro di prendere parte alla vita con consapevolezza e fornire la possibilità di costruire il futuro in cui vogliono vivere. La scuola deve agire in questo senso ma non può fare molto senza il dialogo e la partecipazione dei genitori a cui spetta, Costituzione alla mano, il dovere e il diritto di educare i figli. Dobbiamo riscoprire, come adulti, questo percorso.
Se la domanda sulla crescita la vediamo in un’ottica più settoriale, riferita per esempio alle competenze, mi sento di aggiungere, ascoltando i ragazzi che cercano lavoro o le richieste da parte delle aziende che non trovano figure professionali, che per un’azione di crescita occorre ripensare anche a una nuova didattica, ed è quello che stiamo facendo con l’alternanza, l’apprendistato e gli ITS. Ogni anno sono circa 60mila i profili tecnici che le aziende non riescono a trovare, un dato che stride con un tasso di disoccupazione giovanile che in Italia, seppur in calo, si attesta intorno al 37%. Un vero problema culturale, quello della perdita di quasi 120mila studenti negli istituti tecnici; l’abbandono scolastico si attesta al 15%, nei professionali in alcune scuole al 30%. In Italia ci sono due milioni e mezzo di giovani (di età compresa tra i 15 e i 29 anni) che non fanno nulla, non studiano e non lavorano i “neet” (youth Not in Employment, Education or Training), dato 2016 del rapporto scioccante dell’OCSE.
Un’urgenza, quest’ultima, che mette in luce lo strappo tra il mondo del lavoro e la scuola. In questi anni non siamo rimasti solo a guardare, abbiamo agito, forse per la prima volta, lavorando su riforme strategiche e di sistema, investendo economicamente in maniera decisa e determinante per le istituzioni scolastiche e la formazione.
Nessuno ha la bacchetta magica soprattutto dopo 40-50 anni di assoluta divisione tra scuola e mondo del lavoro. Tuttavia abbiamo rotto un tabù, invertito la rotta e iniziato a far fare vera esperienza ai ragazzi. La scuola è il luogo della conoscenza per eccellenza e tale resterà. Ma oltre a questo diventa anche il luogo dell’esperienza.
Abbiamo infatti investito in laboratori territoriali, addirittura partendo dalla secondaria di I grado con gli atelier creativi, disegnato un Piano nazionale scuola digitale perché siamo certi che la crescita non può che passare attraverso l’innovazione, abbiamo fatto la riforma degli Istituti Professionali, con l’obiettivo di dare loro una chiara identità, innovare e rendere più flessibile l’offerta formativa, superare l’attuale sovrapposizione con l’istruzione tecnica e mettere ordine in un ambito frammentato tra competenze statali e regionali.
Abbiamo dato forza a una realtà che prima non esisteva, il canale formativo dell’istruzione terziaria non accademica, gli Istituti Tecnici Superiori (ITS), nati per rispondere proprio alla domanda delle imprese di nuove ed elevate competenze tecniche e tecnologiche, e creati secondo i modelli internazionali più avanzati a livello europeo. L’80% dei diplomati degli ITS ha trovato lavoro a un anno dal diploma. Ora puntiamo sulla qualità, sulla semplificazione di alcune procedure e sulle prospettive future di questi percorsi che richiedono, per principio fondante la loro costituzione, l’integrazione con il territorio. Siamo partiti dal trasformare una metodologia didattica, l’alternanza scuola lavoro, finora lasciata “alla buona volontà delle scuole”, in una progettazione obbligatoria e ordinamentale.
“Come fare tesoro di esempi esteri ma calandoli nella nostra realtà, non esiste una ricetta uguale per tutti”
Il mondo del lavoro e della conoscenza non ha più confini netti, e azioni importanti quali prima il Lifelong Learning Programme poi l’Erasmus+, il portale European Youth, diventano luoghi fondamentali per accompagnare i ragazzi nella crescita e nella propria realizzazione. Come anche l’alternanza e l’apprendistato aperti a esperienze europee fanno sì che la parola chiave “esperienza” sia volano di autoimprenditività, non soltanto come acquisizione di conoscenze quanto come sviluppo di abilità favorite dagli ambienti di apprendimento in situazioni diverse e lavorative anche all’estero.
Degli esempi europei dobbiamo fare tesoro ma calandoli nella nostra realtà, non esiste una ricetta uguale per tutti, soprattutto in relazione alle potenzialità e alle caratteristiche del nostro made in Italy unico.
Lo sguardo sicuramente deve andare ai percorsi professionalizzanti; in Europa esistono in genere due possibilità per i giovani che vogliono seguire un percorso professionalizzante di tipo superiore: i percorsi post-diploma, di 1 o 2 anni, organizzati direttamente presso la scuola secondaria, oppure da altre istituzioni non universitarie, e percorsi universitari o parauniversitari di 2-3 anni, con finalità prevalentemente professionalizzanti e terminali.
La grande differenza sta, come è noto, per esempio con la Germania e la Francia, nella diversa dimensione media delle aziende, molto inferiore nel nostro Paese, ma soprattutto credo sia una questione culturale, un controsenso se si pensa che siamo cresciuti e conosciuti nel mondo proprio grazie alle nostre imprese e ai nostri artigiani.
L’Italia è all’ultimo posto nei Paesi OCSE per giovani 25-34 anni con titolo di studio di livello terziario: siamo al 25%, a fronte di un 42% della media dei Paesi OCSE. Non vi è dubbio che tale preoccupante indicatore sia rilevante in ordine allo sviluppo sociale e civile del Paese.
Proprio partendo da questo scenario, abbiamo in questi anni trasformato in realtà il sistema della formazione terziaria professionalizzante, costituito dagli Istituti Tecnici Superiori (ITS).
Le 93 Fondazioni ITS riferite alle aree considerate prioritarie per lo sviluppo economico e la competitività del Paese hanno come caratteristica principale dei loro percorsi la flessibilità: nella scelta dei docenti (almeno il 50% provengano dal mondo del lavoro), nella definizione dei curricoli (i percorsi sono co-progettati con le imprese e rispondono al bisogno di competenze del mondo del lavoro), nella didattica (il percorso comprende ore di attività teorica, pratica e di laboratorio). Il tirocinio formativo è obbligatorio per almeno il 30% del monte ore complessivo. Questa flessibilità rende gli ITS particolarmente sensibili a rispondere alle esigenze di fabbisogni formativi espressi dalle aziende. La sperimentazione in atto, promossa dal MIUR inizialmente in alcuni ITS, dal prossimo anno in tutti, proprio sulle competenze declinabili dal paradigma “Industria 4.0”, conferma gli ITS come ecosistema che favorisce l’innovazione.
Insieme alla formazione terziaria professionalizzante, abbiamo investito e crediamo molto nell’apprendistato, stiamo costruendo la via italiana al sistema duale tedesco e, visto che parliamo di scuola, diciamo che abbiamo cercato di fare bene i compiti a casa senza copiare.
Il sistema tedesco su questo ha molto da insegnarci e noi ancora abbiamo molto da lavorare per fare tesoro anche di altri esempi esteri. L’orientamento per esempio, la valutazione, la certificazione delle competenze, la co-progettazione con la scuola. Ma la nostra strada è segnata anche da fatti concreti come quello previsto dalla legge di Bilancio 2017, un esonero contributivo di tre anni per le aziende che hanno la possibilità di assumere, entro sei mesi dall’acquisizione del titolo di studio, studenti che hanno svolto, presso il medesimo datore di lavoro, percorsi di alternanza scuola-lavoro o periodi di apprendistato per la qualifica e il diploma professionale.
“Le scuole paritarie, seconda gamba del sistema di istruzione statale”
Vorrei soffermarmi sulle scuole private paritarie, seconda gamba del sistema di istruzione statale, riconosciute scuole statali a tutti gli effetti dalla legge Berlinguer, perché rappresentano un sostegno per il diritto di scelta educativa delle famiglie, che devono essere sostenute nel loro compito educativo. Se una famiglia spende per l’educazione dei figli deve essere aiutata, perché sono certo si tratti di un investimento per tutto il Paese.
Questa volontà ci ha fatto lavorare su più fronti: il sostegno economico (aumento del contributo alle scuole paritarie che accolgono alunni con disabilità, detrazioni fiscali della retta per le famiglie, un contributo aggiuntivo per le scuole materne paritarie), l’inclusione nel sistema dell’accesso ai fondi (ammesse oggi a usufruire dei fondi strutturali europei, partecipando ai bandi del MIUR per i Fondi PON non solo in rete ma anche in maniera autonoma, accesso ai fondi per l’alternanza scuola lavoro) e non ultimo la lotta ai “diplomifici”, proprio perché crediamo che chi non lavora correttamente macchia l’intero settore delle paritarie, facendo passare un messaggio totalmente diseducativo; ben vengano quindi i controlli ispettivi (quest’anno sono state ispezionate 326 scuole a 47 delle quali è stata revocata la parità). La scuola è fatica, impegno, e solo dando valore al lavoro svolto in un percorso educativo si cresce, si diventa adulti e cittadini: a questo serve la scuola. Va fermato chi crede nelle scorciatoie, e nei risultati ottenuti senza sforzo, il pezzo di carta nella vita non ha alcun valore, nella vita occorre “essere”.
“Un capitolo a parte, l’alternanza scuola lavoro”
L’alternanza è didattica, è fare, non è altro! Per questo è stata resa curricolare cioè obbligatoria, vogliamo una scuola e quindi un’alternanza di qualità e per tutti.
Certo, un’alternanza per 1.500.000 di studenti non è semplice, ma serve lavoro e costanza. Un tema molto dibattuto è l’obbligatorietà, e questo voglio spiegarlo: è da 20 anni che in questo Paese tutti ripetiamo di come sarebbe utile l’alternanza scuola lavoro, ma lasciando la scelta di farla alle scuole e alle imprese, significa lasciarla al buon cuore di chi si mette in moto, o solo di chi ce la fa. Cioè i 272.000 ragazzi di due anni fa.
Rendendola obbligatoria siamo arrivati appunto a numeri ben più importanti, 652.000 esperienze, che gli studenti si porteranno per il resto della vita e saranno e sono esperienze di competenze e di orientamento, che resteranno nel patrimonio di questi giovani. Non si torna indietro, non si torna al via.
L’alternanza è il miglior antidoto per prevenire abbandoni e per far scoprire ai ragazzi il proprio talento e la propria vocazione. Le esperienze in contesti di lavoro arricchiscono il curricolo degli studenti e consentono loro di affacciarsi nel mondo del lavoro con maggiore consapevolezza di come funziona e con competenze coerenti con le richieste dalle imprese, che le imprese stesse hanno contribuito a formare. Sappiamo che in molti casi le attività di alternanza e le sperimentazioni in apprendistato sono state il primo passo concreto per l’inserimento professionale dei giovani. Non sono poche le aziende che, dopo aver sperimentato la preparazione degli studenti ospitati, hanno fatto loro una proposta di lavoro.
Per sostenere le scuole in questo passaggio all’alternanza curricolare e per supportare la progettazione dei nuovi percorsi, oltre alla realizzazione della Guida Operativa inviata a tutte le scuole, è stata realizzata una piattaforma dedicata dove è possibile reperire modelli di convenzioni, Protocolli siglati e un archivio di esperienze significative; inoltre con Unioncamere ha preso il via il Registro dell’Alternanza dove possono essere trovati i dati sulle imprese che collaborano alla progettazione dei percorsi. Ma un dato rilevante è lo stanziamento di 100.000 euro, fondi dedicati all’alternanza, che vanno direttamente alle scuole che in autonomia decidono quanto e come spendere per progettarla. In due anni e mezzo gli strumenti messi a disposizione delle scuole hanno permesso anche di pianificare la formazione degli insegnanti, superare le difficoltà assicurative (circolare INAIL), mettere tutti gli studenti nelle condizioni di svolgere al meglio il proprio percorso di studi e di concluderlo sostenendo prove che attestino le loro specifiche competenze e abilità (Supplemento Europass). Questa è la direzione confortata dai dati che ci dicono che lo scorso anno, su 502.000 ragazzi iscritti alle classi terze, 455.000 (92%), hanno fatto esperienza di alternanza, attraverso un monitoraggio che oltre alla “quantità” dovrà affiancare anche dati sulla “qualità” dell’alternanza proposta ai ragazzi.
Dobbiamo e vogliamo migliorare, se restano zone d’ombra siamo qui per conoscerle e dirimerle, possiamo fare di più e meglio, mettendo al centro delle nostre scelte i ragazzi, al centro dell’apprendimento, al centro delle scelte istituzionali, al centro della scuola.