Quadrimestrale di cultura civile

Una didattica per competenze

di Mauro Monti / Dirigente scolastico ISII “G. Marconi”, Piacenza

Dirigo una scuola tecnica e professionale a Piacenza di circa 1500 studenti. Quest’anno manderemo in stage oltre 400 studenti con circa 300 convenzioni stipulate. Per due annualità abbiamo realizzato il progetto ENEL con una intera classe in apprendistato per il conseguimento della maturità elettrotecnica e da quest’anno partecipiamo a Traineeship, il progetto sperimentale nato da un accordo MIUR-Federmeccanica: 4 classi affiancate per tre anni da 4 aziende madrine nei settori meccanica, elettrotecnica e informatica con intensa co-progettazione scuola-azienda e conseguente rimodulazione del curricolo.

Anche se da diversi anni ci siamo incamminati sulla strada dell’apertura verso il lavoro, siamo ancora in mezzo a un guado, con una forte motivazione a proseguire e una serie importante di problemi. Provo a guardare le cose dal punto di vista delle difficoltà e poi delle risorse possibili per affrontarle.

La legge 107/2015 ha modificato il quadro introducendo il numero minimo di ore per l’alternanza. Dove si afferma un obbligo si scatena anche la caccia all’adempimento (e all’aggiramento). In rete si trova un diluvio di offerte dal sapore più o meno velatamente commerciale: soggiorni di 4/6/8 giorni in parchi della scienza e del lavoro, pacchetti tutto incluso per 40/60/80/120 ore di alternanza, anche all’estero, crociere come alternanza, magari per “vedere in funzione le apparecchiature elettroniche di navigazione”. Queste cose accadono perché c’è una debolezza culturale e una difficoltà nel mettere a fuoco le ragioni. La prima questione è la chiarezza dello scopo. Occorre rispondere alla domanda “per cosa lo facciamo?” e (ancor più importante) “per chi lo facciamo?”.

La prima questione rimanda al tema dell’occupazione (o della occupabilità). La seconda ci costringe a riflettere su una generazione che, per dirla con Camus, è “degna di conoscere il mondo” anche se gravata da un difetto di realtà. I ragazzi delle nostre scuole appaiono continuamente ricattati dal blocco della paura (“non ce la farete”) e solo sporadicamente aiutati da quello della generatività (“c’è da costruire; c’è bisogno di voi”). Grazie alle alternanze proviamo a dare più voce al secondo blocco e costruiamo un sistema formativo dove i giovani siano sfidati dalla realtà, intesa non come oggetto inerte, ma in quanto presente attraverso gli adulti che se ne occupano costruttivamente (lavoro). Il problema dell’alternanza scuola-lavoro prima che organizzativo o gestionale è culturale. Provo a riepilogare le obiezioni (implicite o esplicite) ancora molto presenti sul versante scuola e, specularmente, sul versante azienda:

 

Proprio perché il problema è culturale, occorre affrontarlo con una prospettiva di lungo periodo e una serie di scelte sul piano organizzativo, di strumenti per un percorso possibile. Accenno schematicamente a una serie di attenzioni poste in essere quest’anno nella nostra scuola.

1. Formazione dei docenti. Sfruttando le opportunità offerte dal nuovo piano nazionale per la formazione che non è più la lezione frontale, il corso di formazione, ma l’attività di ricerca, la sperimentazione didattica guidata, il lavoro di tutoring per gli stage.

2. Dimensione collegiale dell’ASL. Abbiamo puntato molto sul coinvolgimento del consiglio di classe: se l’alternanza è curricolare, nessun docente si può chiamare fuori. I tutor sono espressi in modo ampio dai consigli di classe, anche tra docenti di materie non professionalizzanti. Ogni dipartimento è chiamato a collaborare alla progettazione dei tirocini.

3. Flessibilità gestionale. Occorre accettare e sperimentare una pluralità di modelli di alternanza: classico (verticale) a gruppi settimanali e classi intere, a piccoli gruppi che spezzetta la classe (con faticosa modularizzazione della didattica), orizzontale se possibile (per esempio, un giorno alla settimana), attraverso percorsi aggiuntivi di formazione in azienda, utilizzando anche l’impresa formativa simulata e cercando di procedere verso l’impresa didattica reale.

4. Obiettivo adulto. Facciamo gli stage per i ragazzi, ma in questa fase la ricaduta forse più importante è sugli adulti, tanto sul lato scuola come su quello azienda. Anche i docenti fanno una reale esperienza di alternanza perché spesso scoprono una realtà del mondo lavorativo che non conoscono e ciò li porta a modificare la loro didattica ordinaria.

5. Nel periodo scolastico con una valutazione che ricade sulle discipline. Anche se la 107/15 lascia facoltà di realizzare stage estivi, solo le attività durante l’anno scolastico consentono una piena valorizzazione nel curricolo e una ricaduta sulla valutazione degli apprendimenti.

6. Affinare strumenti come quelli che portano alla progressiva informatizzazione delle procedure (come il registro elettronico esteso alla gestione stage), affinando i passaggi procedurali per la sicurezza.

7. Monitoraggio e valutazione delle esperienze con un forte coinvolgimento anche delle aziende. In questo senso lo strumento migliore appare essere il Comitato Tecnico Scientifico, insieme a un potenziamento delle reti tra scuole.

8. Promozione di esperienze di stage all’estero.

 

Intervento svolto al convegno Alleati e protagonisti. Le novità dell’alternanza scuola lavoro, promosso da CdO, DiSAL, Diesse, Foe, Il Rischio educativo, Bologna, 5 aprile 2017.