L’alternanza scuola-lavoro è il principale strumento di collegamento tra mondo produttivo e sistema scolastico individuato dalla Buona Scuola che, già dal testo che ha presentato il disegno del legislatore nel settembre 2014, ha dedicato un intero capitolo al tema dell’occupabilità dei percorsi scolastici. La Legge 107/2015 ha reso obbligatorio un periodo di alternanza scuola-lavoro di almeno 400 ore nell’ultimo triennio degli istituti tecnici e professionali e di almeno 200 ore nei licei.
L’alternanza scuola-lavoro obbligatoria apporta tre cambiamenti nel panorama scolastico italiano: cambiamenti culturali, organizzativi, didattici. Sul piano culturale, abbatte le rigide barriere frapposte negli anni tra scuola e impresa, riafferma come obiettivo del sistema scolastico l’attenzione all’occupabilità, permette alla scuola di accrescere il suo prestigio e il ruolo socio-economico nel territorio e le fornisce un’opportunità per realizzare in concreto l’autonomia e per valorizzare gli insegnanti più aperti e motivati.
A livello organizzativo l’alternanza scuola-lavoro introduce una nuova relazione tra scuola e territorio che andrà a modificare sia la struttura della classe sia le interazioni tra uffici amministrativi della scuola e il mondo dell’extrascuola. Per extrascuola si intende l’insieme delle realtà economiche, sociali e culturali che costituiscono una vera e propria risorsa organizzativa per la scuola. Il più immediato elemento di novità organizzativa è il venir meno della centralità del “gruppo classe”: l’alternanza introduce metodologie organizzative che possono prevedere gruppi di studenti che non coincidono con il gruppo classe di tipo tradizionale. Viene meno anche la rigida ripartizione della giornata scolastica e, come accade all’università, non sono più i docenti a spostarsi nelle classi dove i ragazzi li attendono, ma sono i ragazzi a spostarsi nelle classi di storia, italiano o nelle classi che, all’interno di un laboratorio, fanno alternanza.
Ancora, l’alternanza presuppone un rapporto organico con l’extrascuola, attraverso l’individuazione di una nuova e specifica figura di riferimento: il responsabile dell’alternanza, che ha il compito di gestire il rapporto con le imprese e di coordinare i tutor scolastici che operano in stretto collegamento con i tutor aziendali. Infine, l’alternanza prevede la valorizzazione dei dipartimenti e dei Comitati Tecnico Scientifici come luoghi dove co-progettare, sul piano didattico e organizzativo, i percorsi di formazione e apprendimento all’interno di scuole e aziende.
Il più significativo cambiamento, seppur in prospettiva, è però di tipo didattico, e si può definire come il passaggio da una concezione quantitativa dell’insegnamento a una qualitativa, che cambia le modalità di trasmissione dei saperi. Lo studente non è più un contenitore da riempire di nozioni, ma un individuo in grado di sviluppare competenze spendibili sia nella vita privata che professionale, utilizzando al meglio le discipline. L’alternanza non deve essere considerata come un percorso di recupero per gli studenti meno dotati ma come un’opportunità formativa per tutti. La tecnologia ha permesso di superare la rigida distinzione tra lavoro manuale e lavoro intellettuale e l’alternanza segna il punto di incontro tra queste due dimensioni, integrate nel percorso scolastico. L’esperienza di lavoro accresce la motivazione dei ragazzi, li aiuta a orientarsi per conoscere meglio le proprie vocazioni, permette di acquisire una visione di insieme delle logiche produttive e dei processi aziendali, sviluppa la cultura di impresa. Inserito in una “comunità di pratiche” lo studente individua nuovi aspetti della conoscenza legati alla relazione con gli altri, al contesto sociale e territoriale, al mondo dell’impresa e della produzione.
Le opportunità dell’alternanza scuola-lavoro e le questioni aperte
L’alternanza scuola-lavoro è una sfida e una grande opportunità per gli studenti, perché è per loro una sorta di primo appuntamento che sarà indispensabile per orientarli verso il futuro e aiutarli a capire cosa vogliono fare ma, anche, chi vogliono essere. Il mondo del lavoro, in particolare l’impresa, è molto attento agli sviluppi dell’alternanza scuola-lavoro obbligatoria. Ci sono tuttavia delle criticità ancora irrisolte.
Ricordiamo che non si parte da zero: l’alternanza è stata introdotta dalla Riforma Moratti del 2003. Prima della Buona Scuola gli studenti che facevano alternanza provenivano soprattutto da istituti tecnici e istituti professionali. La novità vera riguarda di fatto soprattutto i licei. Prima della Buona Scuola i licei coinvolti nell’alternanza erano infatti poco più del 10% del totale: passare dal 10 al 100% non è certo operazione semplice da compiere in pochi anni, ma abbiamo delle tracce da seguire e che, intrapresa ormai questa strada, abbiamo il dovere di percorrere.
C’è bisogno di laboratorialità, di esperienze fuori dall’aula, di incontro con il mondo del lavoro. Anche i ragazzi del liceo classico hanno il diritto di conoscere la fabbrica: una comunità, non solo un luogo fisico, che può aiutare a orientarli verso il futuro. Abbiamo industrie straordinariamente interessate a giovani “umanisti”, si pensi a quella cinematografica e, più in generale, a quella dell’intrattenimento.
C’è un altro elemento interessante che va considerato tra le novità: è l’occasione per molte ragazze di conoscere più da vicino l’industria e, più in generale, l’impresa. Un’occasione per garantire, in prospettiva, pari opportunità nel mercato del lavoro. Le studentesse rappresentano la maggioranza nei licei classici, artistici, delle scienze umane e nei licei linguistici, un trend confermato anche dagli iscritti al primo anno del corrente anno scolastico: il 70% degli iscritti al liceo classico, al liceo artistico e al liceo delle scienze umane è donna, così come l’80% del liceo linguistico.
Addirittura si arriva al 93% di donne nei licei musicali. Nel liceo scientifico rappresentano il 50%. Mentre, al contrario, le iscritte donna negli istituti tecnici sono solo il 30%, poco più del 40% negli istituti professionali. Con l’obbligatorietà dell’alternanza anche nei licei si dà l’opportunità di formarsi lavorando a moltissime ragazze che non sarebbero altrimenti mai entrate in azienda, un passaggio fondamentale per il loro orientamento al lavoro.
In generale abbiamo una questione di fondo da affrontare: l’alternanza scuola-lavoro è un matrimonio senza marito. La moglie sarebbe la scuola, ma il marito, l’impresa, non sembra sullo stesso piano della scuola. L’impresa oggi ha una grande sfida, ma per fare questo l’alternanza deve essere concepita non solo come una questione della scuola ma come qualcosa che abbia un partner, stessi diritti, analoghi finanziamenti, analoghi servizi. L’alternanza scuola-lavoro, sia prima che dopo la Buona Scuola, ha visto una fortissima domanda di formazione in impresa da parte delle scuole. Le imprese hanno risposto con entusiasmo: ben 56mila aziende italiane erano coinvolte in percorsi di alternanza prima della Legge 107, percorsi che hanno raggiunto poco più di 250mila studenti.
Ad oggi, con l’obbligatorietà dell’alternanza, secondo gli ultimi dati Indire sono 90mila le imprese che partecipano ai percorsi di alternanza, la maggior parte manifatturiere, che dovrebbero raggiungere un target di oltre 1 milione di ragazzi. Le imprese sono sempre in prima linea nei percorsi di alternanza: a oggi rappresentano oltre il 60% dei “soggetti ospitanti”. Eppure solo 1 studente su 3 riesce a fare un percorso di alternanza in azienda, perché comunque non ne abbiamo in numero sufficiente per coprire una domanda così forte. È necessario rendere più facile la partecipazione delle imprese ai percorsi, in particolare le piccole e medie imprese.
Le soluzioni operative per una alternanza “di tutti”
Per aiutare le imprese a essere più coinvolte nei percorsi di alternanza si deve agire su tre elementi chiave: formazione degli insegnanti, incentivi, cultura d’impresa.
Formazione degli insegnanti. È necessaria come primo passo una grande operazione di formazione dei docenti ai valori culturali dell’alternanza: in alcune realtà sono le stesse imprese che hanno ricevuto docenti in stage con risultati molto positivi.
È un punto fondamentale: l’insegnante che ha l’opportunità di perfezionare le sue competenze pedagogiche in azienda porta l’azienda in classe e aiuta la classe a capire meglio come muoversi quando entrerà in azienda. La formazione in alternanza dei docenti è ancora molto trascurata: è necessario organizzare più stage di docenti in impresa che, già prima della Buona Scuola, hanno permesso di registrare grande interesse da parte delle scuole.
Incentivi. L’altro aspetto è più concreto: le imprese, specie le PMI, hanno bisogno di incentivi (economici o normativi) per essere coinvolte nelle fasi dell’alternanza che non si limitano a “ospitare” studenti, ma prevedono onerose attività di co-progettazione, gestione e anche co-valutazione; i tedeschi hanno introdotto incentivi per le imprese con il piano Hartz nel 2003 e oggi la disoccupazione giovanile in Germania è del 7%. In Italia siamo quasi al 40%.
Uno strumento potrebbe essere, a proposito di matrimoni, la “Dote Alternanza”, già sperimentata in Lombardia ma che può essere estesa come metodo al Paese: la Dote permette di riconoscere un contributo ai soggetti accreditati per le politiche attive del lavoro per la fornitura di un pacchetto di servizi (sicurezza specifica, assicurazione e sorveglianza sanitaria, progetto formativo, tutorship aziendale, valutazione delle competenze acquisite in azienda) a favore delle imprese, in particolare a sostegno delle PMI, per agevolare l’inserimento di giovani in alternanza. Il contributo finanziario destinato agli operatori per le politiche attive è finalizzato alla realizzazione di attività di incrocio tra domanda e offerta e supporto alle PMI in tutte le fasi di programmazione, gestione e valutazione dell’alternanza, garantendo anche una maggiore coerenza delle esperienze formative in azienda con il percorso scolastico dello studente.
Cultura d’impresa. Un ultimo aspetto, ma non meno rilevante, riguarda la cultura d’impresa di questo Paese: siamo la seconda forza industriale manifatturiera d’Europa, esportiamo l’eccellenza del made in Italy in tutto il mondo, ma molti giovani non lo sanno. E non saperlo significa perdersi un’opportunità. Cominciamo intanto a dare i giusti messaggi: le imprese che non sono a caccia di talenti e che vogliono liberarsi del personale se esistono, e comunque sarebbero un numero residuale, sono destinate a scomparire, perché non sono in grado di competere.
Oggi si sta sul mercato solo con un capitale umano avanzato e dobbiamo tutti impegnarci a formarlo. A partire dalla scuola c’è bisogno di un atteggiamento nuovo nei confronti dell’impresa: fabbrica non è solo produzione, ma è formazione, innovazione, bellezza. In una parola: cultura. Più riusciremo ad aprire le porte delle nostre imprese ai ragazzi, più possiamo sperare di competere in un mondo che viaggia alla velocità supersonica di Industry 4.0.
Alternanza per l’employability dei percorsi scolastici, con uno sguardo agli ITS
L’alternanza scuola-lavoro obbligatoria ha anche un merito che ancora non abbiamo colto integralmente: avvicina gli studenti, gli insegnanti e tutti gli operatori della formazione al tema dell’occupabilità. L’employability è una missione che le scuole e il sistema di istruzione devono far propria. Preparare gli studenti al cambiamento tecnologico affinché lo governino e non lo subiscano, formare i ragazzi alle competenze del futuro che sono sempre più trasversali e di alto livello, mettere in contatto le nuove generazioni con le imprese che sono una finestra sul futuro che permette di conoscere il mercato del lavoro dei prossimi anni. Questa è l’occupabilità. La scuola con l’alternanza obbligatoria fa un salto in avanti molto significativo verso l’occupabilità. Ma abbiamo un canale del nostro sistema di istruzione, accessibile dopo il diploma di scuola superiore, che già oggi permette di vedere da vicino i risultati concreti di percorsi impostati sull’occupabilità e sul collegamento con le imprese: gli ITS.
Sono percorsi sconosciuti che spesso non sono nemmeno presentati agli studenti degli ultimi anni di scuola superiore. Eppure garantiscono un tasso di occupazione dell’80% a un solo anno dal diploma. Molto di più di alcune lauree sia triennali che magistrali. Gli ITS sono lo sbocco naturale per tutti quei ragazzi che, conoscendo l’impresa in alternanza, scelgono di continuare un percorso di professionalizzazione delle proprie competenze. La caratteristica peculiare degli ITS, oltre al fatto che durano 2 anni e garantiscono un titolo di studio di livello terziario (comparabile con l’università), è che le aziende sono protagoniste dell’offerta didattica e permettono ai ragazzi di formarsi nei luoghi in cui un giorno potranno lavorare.
Come mostrano gli ultimi monitoraggi Indire, gli ITS occupano moltissimi ragazzi in aree strategiche del nostro Paese: meccanica, agro-alimentare, moda, turismo. Il profilo più richiesto in assoluto è quello di “tecnico superiore per l’automazione e i servizi meccatronici”, seguito da “tecnico superiore per la mobilità delle persone e delle merci”. Parliamo di settori chiave dell’Industria 4.0 dove la domanda delle imprese è molto alta. Una scuola e un sistema di istruzione più orientati all’occupabilità rispondono alla domanda delle imprese e aiutano i ragazzi a trovare lavoro.
Non possiamo pensare che la scuola si limiti a formare solo buoni cittadini. Non si è buoni cittadini senza un lavoro, senza la possibilità di mettere a frutto i propri talenti, senza l’opportunità di sviluppare le proprie vocazioni imprenditoriali e professionali. A tutto questo l’alternanza scuola-lavoro e gli ITS danno una risposta.
Alternanza: territorio di integrazione scuola-impresa
Se l’educazione è per sua natura multidisciplinare, o meglio si pone come punto di sintesi delle scienze che la studiano, senza ignorare il ruolo dominante della pedagogia, a maggior ragione affrontare sul piano scientifico la proposta formativa dell’alternanza è impossibile se il punto di osservazione è troppo rigidamente ancorato ai saperi scolastici.
Con l’alternanza la scuola si apre all’extrascuola, all’umanesimo tecnologico, al dialogo con l’impresa. Per questo progettare e valutare l’alternanza in modo non dilettantesco o approssimativo, così come definire e formare il tutor scolastico e il tutor aziendale, richiede la collaborazione di più soggetti. Più in generale l’alternanza costituisce una occasione preziosa di cross fertilization e un vero e proprio “territorio di integrazione” tra scuola e impresa.
Attraverso l’alternanza l’azienda acquisisce maggiore consapevolezza dei suoi fabbisogni formativi, aggiorna e qualifica le proprie esigenze formative, viene in qualche modo vivacizzata dalla dimensione creativa del pensiero che hanno i ragazzi. Dal canto suo la scuola può avere un efficace riscontro sulla coerenza delle competenze sviluppate con l’effettiva domanda di competenze delle imprese, e di conseguenza può ripensare e migliorare la sua proposta formativa e il piano di studi.