Quadrimestrale di cultura civile

Educazione, la comunicazione viva di sé

di François-Xavier Bellamy / Docente di filosofia in un liceo di Parigi e scrittore

Credo che la questione della libertà sia al cuore della crisi della trasmissione delle conoscenze e che il punto nevralgico della questione nasca da una preoccupazione legittima, quella della libertà degli alunni, ma questa preoccupazione ha destato in noi uno sguardo sospettoso nei confronti dell’atto dell’insegnamento.

Di fatto in Francia la formazione dell’insegnante è stata guidata da un imperativo semplicissimo: “non bisogna trasmettere conoscenze altrimenti impediamo ai nostri alunni di crearsi il ‘loro’ sapere e di poter fare ciò liberamente”.

In quanto insegnante di filosofia incontro spesso questa obiezione da parte dei miei alunni: “vogliamo pensare da soli e non leggere gli autori classici”. Di conseguenza nella nostra società si oppone l’autorità della trasmissione alla libertà dell’alunno e questo tocca tutti i luoghi dell’educazione: la scuola, la famiglia e altri spazi come ad esempio la Chiesa.

Se io, in quanto educatore, insegnante, genitore, dico a un bambino quel che penso essere vero o falso, non lo privo forse della sua libertà? È questo scrupolo che, inconsciamente, ha causato una sorta di crisi della trasmissione che, forse, trova il suo compimento con i nuovi strumenti informatici che caratterizzano il mondo nel quale viviamo. Il digitale costituisce una rivoluzione assoluta e con esso il sapere sembra disponibile per tutti e ovunque. Di conseguenza gli insegnanti tendono a esprimere questa obiezione: “perché continuare a obbligare gli alunni a imparare dei contenuti, quando potrebbero reperirli da soli?”. In Francia una corrente di pensiero molto diffusa afferma che la scuola, così come noi l’abbiamo conosciuta, è ormai obsoleta. L’anno scorso è stato pubblicato un libro che riprende il titolo di una famosa canzone popolare: La fine della scuola. A noi rimane la sensazione che quello che insegniamo, le conoscenze che trasmettiamo, siano un peso inutile per la libertà e l’inventiva delle generazioni a venire. Spesso ci interroghiamo sulla personalità degli alunni e su come l’insegnamento possa sostenerla e svilupparla; questa preoccupazione richiama il filosofo francese Jean-Jacques Rousseau per il quale la cultura ufficiale era una specie di inquinamento della cultura personale. Noi saremmo più liberi se la nostra cultura non fosse stata formattata da una cultura precedente, particolare. Questo è quello che dicono i miei alunni quando sostengono che, per formare la loro cultura e la loro testa, non dovrebbero leggere i grandi filosofi classici, per esempio.

Il fascino dell’immediatezza

Noi viviamo il fascino di quella che potremmo chiamare “immediatezza”. Il più grande critico di Rousseau afferma che lui aveva consacrato tutta la sua opera a restaurare il regno dell’immediatezza della cultura, e io penso che ci arriveremo anche noi. Una giovane docente di francese racconta che oggi chi prepara e forma gli insegnanti dice loro che chi insegna meno parla meglio è; cioè bisogna che l’insegnante faccia silenzio perché l’alunno possa esprimersi senza essere influenzato. Questa affermazione si fonda sul postulato dell’immediatezza, sulla credenza che il bambino possa essere indipendente e possa fondare la sua cultura da solo e da solo capire e trovare quali sono le conoscenze di cui ha bisogno per potersi orientare nel mondo che deve affrontare.

Se dovessi rischiare una mia ipotesi audace direi che questo fascino per l’immediatezza non viene dal mondo del digitale, ma siamo noi che con il nostro pensiero abbiamo stimolato il digitale.

 

Il valore della mediazione

Io ritengo che questi postulati siano assolutamente falsi, e che si debba invece rievocare il postulato che ha come origine e antecedente il fatto che l’uomo non è immediatamente se stesso, ma può diventare se stesso solo attraverso una mediazione essenziale. Quello che è in noi ha bisogno della cultura per compiersi. Ad esempio, quando noi eravamo neonati eravamo già potenzialmente capaci di parlare e i nostri genitori non sono stati dei “maghi” così da produrre in noi tale capacità immediata, altrimenti l’avrebbero data anche agli oggetti della casa o alle bambole. Noi eravamo naturalmente propensi a parlare, ma non saremmo stati in grado di farlo se i nostri genitori non ci avessero trasmesso e regalato le loro parole. Ecco quello che intendo per mediazione essenziale, ovvero il fatto che noi stessi ci compiamo soltanto grazie alla mediazione di altri. Possiamo dire che ogni volta che parliamo dimostriamo il debito che abbiamo nei confronti di quelli che ci hanno preceduto, e non solo quando parliamo, ma anche quando pensiamo, perché abbiamo bisogno delle parole per pensare.

In Francia e probabilmente anche in Italia, la filosofia del XX secolo ha gettato il sospetto sulla lingua e sulla cultura. Roland Barthes, professore di Semiologia letteraria al Collège de France, iniziava il suo corso universitario dicendo che la lingua è fascista, termine che negli anni Settanta in Francia voleva indicare tutto quello che è male in generale. La lingua è fascista perché ci costringe a obbedire a delle regole; ogni volta che pensiamo, obbediamo infatti a delle regole e per questo essa ci priva della nostra indipendenza e ci aliena nella nostra libertà. Quindi c’è libertà solo al di fuori della lingua, concludeva. Questo è un esempio della crisi della trasmissione che ci fa guardare alla cultura come a un ostacolo alla nostra libertà.

Ma noi saremmo effettivamente più liberi se non usassimo la lingua che abbiamo ricevuto? No, anzi non potremmo neanche pensare senza di essa. Le parole che abbiamo ricevuto non hanno imprigionato la nostra libertà, al contrario! Un genitore sa benissimo che non sapremo mai come i bambini utilizzeranno le parole che noi gli trasmettiamo. Sono le parole che fondano le basi per una libertà la cui consistenza è quella di essere imprevedibile: la cultura non limita, non costringe la libertà, ma anzi ne è il fondamento.

La cosa incredibile è che quando un adolescente dice “non mi importa di quello che mi avete trasmesso” in realtà lo fa ancora con le parole che gli sono state trasmesse. Dunque la personalità più singolare e particolare si compie soltanto attraverso la cultura ereditata.

In Francia è fondamentale la frase di Montesquieu: “la mia libertà finisce dove inizia la libertà degli altri” che sottolinea come la crisi della trasmissione sia più in generale una crisi delle relazioni. Questa frase, che spesso è a capo dei nostri regolamenti scolastici, ha una conseguenza evidente: saremmo perfettamente liberi solo se fossimo perfettamente soli. Invece il mistero della mediazione ci mostra che abbiamo bisogno degli altri per diventare quello che siamo. Abbiamo bisogno della cultura che ci precede nella sua gratuità per compiere la nostra natura. È questa riconciliazione tra cultura e libertà che può ridare un senso alla scuola. Se riuscissimo a capire che la trasmissione della cultura ha come scopo la libertà, non ci faremmo più problemi a trasmetterla. Vi è distinzione tra la trasmissione di una identità e una chiusura identitaria che imprigiona in un gruppo. Il grande errore del mondo contemporaneo è credere che la cultura e l’autorità siano gli avversari della libertà. All’opposto si potrebbe sbagliare in ugual misura imprigionando il bambino in una trasmissione formattata.

Dobbiamo ritrovare il senso del mistero della mediazione per cui la trasmissione è al servizio di una nuova libertà. Se noi sapremo capire il senso della mediazione sapremo anche inventare delle nuove forme pedagogiche, delle forme innovative e positive. Anche nel mondo della tecnologia la relazione tra la libertà del bambino e quella dell’adulto che lo precede rimane indispensabile.

 

La riconoscenza: condizione per l’opera educativa

Quando terminai la mia formazione da insegnante durante la quale mi avevano inculcato l’idea che non dovevo trasmettere nessuna conoscenza, mi sono chiesto se valeva davvero la pena fare l’insegnante. Sappiamo bene che quando iniziamo a insegnare di fatto iniziamo una guerra con gli alunni e spesso l’inerzia normale e naturale dell’alunno richiede da parte nostra uno sforzo e una immaginazione assoluti. Dobbiamo avere buone ragioni per iniziare questa guerra: per questo spesso cominciamo a titubare quando i nostri stessi capi ci dicono che proprio noi siamo un pericolo per la libertà dell’alunno. Il motivo per cui ho continuato il mio mestiere di insegnante è che sono cosciente di aver visto la mia libertà crescere in conseguenza del sapere che ho ricevuto. Leggere ed incontrare i grandi classici non mi ha impedito di pensare in maniera autonoma, anzi grazie a loro, incontrati attraverso i miei maestri, ho potuto conoscermi meglio.

Il mistero della mediazione è così stupefacente che noi abbiamo bisogno delle parole non solo per pensare, ma addirittura per vedere il mondo che ci sta intorno. È grazie ai corsi che ho seguito che ho potuto percepire me stesso, conoscere il mio corpo, avere degli amici, lavorare e addirittura guardare alla morte. Non riusciremmo a vedere le cose che ci sono più vicine senza la mediazione della cultura che ci viene trasmessa dai nostri prossimi. Lo sappiamo tutti nei nostri ambiti specialistici. Il medico specialista della mano impara quantità enormi di nomi delle parti e delle ossa che compongono la mano umana e questo vocabolario che lui impara non è soltanto, come avrebbe detto Bourdieu, un capitale sociale che lo distingue dagli ignoranti o un fardello culturale che si acquisisce per poter avere un buon mestiere. Non è assolutamente un fardello, ma qualcosa che ci entra dentro e diventa parte del nostro essere. Questo specialista vede cose della mia mano che io non vedo, ha degli occhi che lo aprono a un mondo che io non riesco a vedere.

Anche le nostre facoltà organiche hanno bisogno della cultura per poter vedere e interpretare le cose che ci stanno attorno. La natura e la cultura si uniscono per permetterci di conoscere il mondo. Noi probabilmente avremo dimenticato il nome di molti nostri insegnanti, ma senza di essi adesso non vedremmo il mondo come ci appare. Grazie alla cultura che ci hanno trasmesso abbiamo potuto conoscere noi stessi.

 

Riconoscersi riconoscenti

Accorgendomi che grazie alla cultura che mi è stata trasmessa ho potuto conoscere me stesso, mi sono sentito riconoscente. L’esperienza della riconoscenza mi ha permesso di superare qualsiasi obiezione e di continuare a insegnare.

Noi spesso non facciamo più esperienza della riconoscenza perché viviamo in un mondo in cui prevale l’ingratitudine. In Francia si dice che l’adolescenza è l’età ingrata; la crisi della società in cui viviamo è una crisi di adolescenza collettiva. È proprio dell’adolescente credere che la sua libertà provenga da lui stesso e che consista nell’opporsi a tutto quello che l’ha preceduto. È un processo normale, ma solitamente a un certo punto l’adolescenza dovrebbe finire e dovremmo diventare adulti. Invece noi oggi vorremmo semplicemente ritenerci dei “self made man”, delle persone che si sono fatte da sole.

La crisi che attraversiamo è una crisi intellettuale e culturale, ma anche spirituale; io credo che la migliore risposta a questa crisi spirituale si trovi nello stupore che proviamo quando ci scopriamo riconoscenti. Non sono un esperto in scienze dell’educazione, sono solo un giovanissimo insegnante che ha ancora tutto da imparare dal nostro bel mestiere; ma questa è l’occasione per esprimere a tutti gli insegnanti la riconoscenza che la società non attesta più loro, rispetto al lavoro che svolgono. Il lavoro di chi insegna, svolto silenziosamente nelle classi, permette ai ragazzi di conoscere se stessi: per questo ringrazio gli insegnanti per il lavoro che svolgono e per tutta la libertà e l’umanità che così costruiscono per il mondo di domani.

 

Educare: verifica di una tradizione

La crisi dell’educazione viene dalla mancanza di uno sguardo sulla realtà. Noi adulti abbiamo veramente mancato per quanto riguarda pragmatismo e realismo; anzi direi quasi che la mancanza di realismo è consistita nell’essere paradossalmente troppo pragmatici e nell’aver voluto riabilitare l’insegnamento promettendo che da questo sarebbe venuta una risposta ai bisogni. Avevamo promesso ai ragazzi una scuola che avesse come scopo quello di dar loro un lavoro: non ci hanno creduto e avevano assolutamente ragione. La questione da cui bisogna ripartire è che il reale non è immediato, che c’è una verità, ma non un’evidenza. I ragazzi, oggi, non conoscono e non guardano spesso neanche la realtà in cui sono, pur essendo così “vicina” a loro, hanno difficoltà a guardare quello che hanno davanti agli occhi e addirittura fanno fatica a parlare correttamente la loro lingua. Sono stati privati delle parole per vedere il mondo e dunque questo mondo non li interessa neanche. Ed è vero che ci sono ragazzi che finiscono la scuola senza neanche saper leggere correttamente.

Io ho cominciato a insegnare in un quartiere difficile di Parigi in cui i ragazzi provenivano da culture diverse, mentre io stesso sono nato in uno di quegli ambienti “favoriti”, sono andato in una “Grande Ecole”, e non mi immaginavo assolutamente di poter trovare una realtà di questo genere. I miei alunni avevano tra i 18 e i 20 anni, davo loro dei testi da leggere come se fosse la cosa più normale. Un giorno in classe, siccome erano sempre gli stessi a leggere, indico qualcuno di diverso per leggere il testo; lo chiedo a una ragazza ma lei non sa leggere. Pensavo che mi prendesse in giro, quindi l’ho incalzata: “dai su, leggi”. Lei ha messo il dito sul testo e ha cominciato a leggere seguendo il testo, lettera per lettera. Aveva 18 anni e tutti gli studi completati in Francia. Oppure bisognava organizzare delle gite e ho portato i miei alunni a vedere Versailles; nonostante fosse a mezz’ora dalla loro scuola i ragazzi non l’avevano mai visitata. Sono rimasto molto intristito da questa esperienza. Quando siamo arrivati hanno attraversato il castello e non hanno guardato nulla intorno a loro. Arrivati alla galleria degli specchi si sono finalmente fermati; credevo che stessero ammirando quello che avevano davanti, invece si sono messi a fare i selfie! È proprio vero che non vedono niente intorno a loro. Nella Cappella del Castello, nella Galleria dei Santi, un alunno mi ha chiesto come mai avessero dei piatti dietro la testa, e l’altro gli ha risposto, prima che io intervenissi, “sono tutti gli dei cristiani”. Dopo questa esperienza ho raggiunto la conclusione che tutto in realtà inizia in classe, a lezione; allora ho cominciato a parlare loro di Luigi XIV, del secolo d’oro, e poi li ho riportati a Versailles. Possiamo fare tutto quello che vogliamo, ma tutto ha inizio in classe!

 

Cosa fare

Dunque, come i giovani si riapproprieranno della cultura che gli trasmettiamo? È difficile rispondere, ma penso che la nostra visione tecnica e pragmatica dell’educazione ci abbia portato a questa catastrofe. Il filosofo Alain[1] diceva che la pedagogia è la scienza dei professori con problemi mentali. Io penso che sia tutta una questione di precisione e di “aggiustamento”; non si può insegnare nello stesso modo ai piccoli e ai grandi oppure all’inizio e alla fine dell’anno. E neanche tutte le materie possono essere insegnate alla stessa maniera. Il fatto che gli alunni siano privi di cultura fa sì che nella loro testa sia tutto mescolato e confuso; la cultura invece ci dà la possibilità di vedere le differenze, le sfumature, senza di essa non distinguiamo niente.

C’è una cosa che ci può tuttavia dare speranza: noi vediamo i nostri alunni indifferenti, ma in realtà essi aspirano a delle differenze. Anche questo l’ho sperimentato nei primi anni di insegnamento: un giorno in classe ho recitato una poesia di Apollinaire, molto bella ma difficilissima. Gli alunni nemmeno sapevano leggere, ma per la prima volta c’è stato veramente un grande silenzio. Sono stati colpiti da qualcosa di bello, che li superava e poneva loro un problema. Questo silenzio è stato grande e magnifico. Un alunno dalla prima fila mi ha detto: “Prof, ma lei ha imparato tutto questo per fare il filo a qualcuna?”. Il vero miracolo è stato che la settimana dopo mi hanno chiesto di recitarne un’altra e io ho detto loro che l’avrei fatto alla fine della lezione; quando è suonata la campanella sono rimasti tutti seduti e io ho recitato un’altra poesia. Ho comprato 30 antologie di poesia francese e anche i ragazzi hanno incominciato a impararle a memoria. Questo fatto dice che in realtà quello a cui aspirano i ragazzi è uscire dall’indifferenza e trovare qualcosa che li superi; ci sbagliamo proprio quando promettiamo loro di costruire un mondo alla loro altezza e che soddisfi i loro bisogni. Noi dobbiamo dargli qualcosa di cui non sanno neanche di aver bisogno, qualcosa di verticale che superi l’orizzontale. Apollinaire li superava completamente, come anche supera me completamente, e così ci siamo incontrati in questa cosa che ci superava entrambi. Se oggi, in Francia, tanti giovani sono attratti dall’islamismo è perché esso offre loro finalmente qualcosa di verticale. Noi abbiamo fallito nel compito di offrir loro qualcosa che superi l’orizzonte del bisogno; eppure questo “oltre” lo possediamo e ci basterebbe trasmetterlo a questi giovani che crediamo indifferenti, ma che in realtà non lo sono.

Per fare questo dobbiamo accettare di star loro davanti, di precederli di poco, come quando siamo di fronte a un bambino e gli offriamo dei piatti con dei cibi che non conosce e che deve imparare ad apprezzare. È questa l’intelligenza pedagogica, in tutte le forme che può prendere.

Dobbiamo partire dalla scommessa che solo offrendo loro qualcosa che non si aspettano potremo colmare la loro attesa, ed è questo ciò che rende fecondo il nostro mestiere.

 

Da un intervento svolto al Convegno nazionale Cdo Opere educative Dal seme, i frutti. Servire la crescita della persona, Pacengo di Lazise (Verona), 24-26 febbraio 2017.

 


[1] Émile-Auguste Chartier, detto Alain.