Quadrimestrale di cultura civile

Al servizio di tutti

di Gabriele Toccafondi / Sottosegretario di Stato del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca

Il nostro Paese sta cercando di affrontare una grande crisi economica costellata e accompagnata da una crisi politica e istituzionale. Gli italiani stanno vivendo un sentimento fortissimo di disaffezione e di lontananza dalla politica e, di conseguenza, dalla cosa pubblica. Non ci credono più e la loro disillusione si trasforma in rabbia nei confronti dei politici. Eppure la politica è una tematica che ognuno di noi, in quanto uomo impegnato con il reale, ha tra i suoi interessi. È come un istinto e, pertanto, innato nelle persone. È una azione naturale.
Per una persona chiamata a svolgere un ruolo attivo nell’ambito della politica, conta, ha valore, il motivo di questa azione. In qualsiasi contesto uno si trovi, che sia difficile come l’attuale o relativamente più semplice, a contare è il “perché” e il “per chi” di una azione. Credo sia fondamentale per ognuno avere ragioni adeguate e reali, non filosofiche, rispetto a quello che si è chiamati a fare. Queste ragioni e, quindi, queste continue domande sono il nodo fondamentale per definire o ridefinire l’azione e l’impegno politico, e per capire se ci si sta allontanando dal ruolo di servizio alla comunità. Non è un esercizio filosofico, ma molto pratico, soprattutto in momenti di antipolitica come l’attuale. E ancora di più quando ci si trova ad agire in un governo che sta provando a cambiare e a riformare lo Stato cercando di renderlo più dinamico e pronto ad affrontare le sfide del momento: tirare fuori l’Italia da una crisi economica, istituzionale e dei valori che ci hanno sempre positivamente caratterizzato. Non penso che sia la situazione di crisi pesante l’ostacolo più difficile e neppure le divisioni politiche, bensì lo smarrimento di senso nell’azione di ognuno. In definitiva il nostro Paese è stato ricostruito nel dopoguerra, in una situazione ben più difficile dell’attuale, da persone che erano ben più divise, anche ideologicamente, di adesso. Eppure, pur tra tante difficoltà e differenze, ce l’hanno fatta, partendo da quei valori e da quegli ideali hanno costruito un senso di bene comune e ricostruito un Paese.
Chiunque abbia deciso di impegnarsi nell’agone politico ha vissuto il momento in cui ha avuto la certezza di doverci mettere la faccia, e, pertanto, ha iniziato il cammino verso il confronto con le persone, ha fatto una campagna elettorale e ha chiesto il consenso. In quel momento, è indubbio, la motivazione personale ha raggiunto il punto più alto: è l’espressione ideale delle ragioni di un proprio impegno. È carico di forza e grandi speranze. Ora, dopo anni di militanza politica, ridefinire per chi e per cosa si è fatta quella scelta è come tornare a quel momento.
Un momento che qualcuno potrebbe definire adolescenziale o marginale rispetto al cammino di maturazione che poi negli anni ognuno ha fatto, ma proprio ripercorrendo a ritroso questo cammino è possibile arrivare al cuore della vera politica e della passione politica, a una conferma della propria scelta. Non solo perché in “gioventù” le cose le si fanno con il cuore e con la passione senza troppi calcoli, istintivamente, ma anche perché sono convinto che la prima mossa di ognuno è una mossa buona, è una spinta positiva, piena di voglia di fare del bene. Una mossa che ha trovato la sua definizione sintetica nella frase ripresa dal film La vita è bella: “Al servizio di tutti, servo di nessuno”. Per me è così adesso come quando ho iniziato, uno può cadere, può sbandare, ma tutto questo serve per tornare al punto iniziale e alle motivazioni fondamentali; ho seguito quelle domande e quella passione e le ho trasformate in una reale strada precisa da percorrere. Per me è stato decisivo l’incontro con un uomo, un maestro, guardare a questo amico più grande, che mi ha preso per mano e mi ha di fatto insegnato a scrutare la realtà con questa prospettiva ideale. Graziano Grazzini è stato un esempio, per me come per tanti altri, di cosa significhi fare politica con un ideale ben chiaro, cioè il servizio e la passione per il bene comune e non la semplice lotta per raggiungere il potere ed esercitarlo nei palazzi.
Nell’affrontare l’attività politica, come la vita tutta, adesso più che mai ci si trova davanti a due possibilità contrastanti. O la si grida oppure la si affronta con una mossa personale, o ci si lamenta o si fanno proposte sensate, o si distrugge o si costruisce. Spesso è molto più comodo assecondare la prima possibilità piuttosto che la seconda. Davanti alle cose che ti trovi difronte hai due opzioni di approccio per conoscerle: un approccio ideologico o uno realistico. Per esperienza personale, un esempio di rappresentazione plastica di questa dicotomia è l’iter della riforma della scuola, se consideriamo i luoghi della politica, quindi, la piazza e il parlamento. Di fronte alla proposta e a chi l’ha delineata ci si può porre con un approccio ideologico come spesso in piazza, nelle aule parlamentari e sui giornali si fa. Tra l’altro, molto spesso, non è raro constatare che si attacca qualcosa che neanche si conosce, e, forse, semplicemente, non si è letta con la dovuta attenzione oggettiva e non contaminata dall’ideologia. Sulla scuola ognuno è pronto a dare soluzioni fantastiche senza dire minimamente che abbiamo degli obblighi normativi, delle sentenze europee, dei vincoli di bilancio e altro. Con il disegno di legge di riforma della scuola, è iniziata una vera e propria rivoluzione nel metodo e nel contenuto. Al centro della norma, infatti, c’è la volontà di rispondere all’esigenza di cambiamento di cui il sistema d’istruzione del nostro Paese ha bisogno. Nessuno ci dica che il mantenimento della situazione attuale della scuola sia la soluzione. Nessuno ci racconti che lo status quo sia il rimedio. O si cambia o da sola la situazione non migliora.
Entrando nel merito del metodo, il governo si è preso la responsabilità di fare una proposta a tutto il mondo della scuola. Da settembre a novembre abbiamo fatto una reale consultazione: abbiamo ascoltato oltre due milioni di italiani attraverso la piattaforma online dedicata; incontrato studenti, docenti e famiglie convocando assemblee in ogni regioni attraverso gli organi scolastici territoriali. Alla luce dei risultati avuti durante la consultazione, abbiamo formulato un decreto legge trasformato, poi, in disegno di legge e che ha seguito tutto l’iter parlamentare, le discussioni e il recepimento degli emendamenti prima di diventare legge dello Stato. Sul contenuto: possiamo essere soddisfatti. Per la prima volta nel nostro sistema scolastico elementi come valutazione, autonomia, merito, diventano elementi fondamentali e innovativi: una vera rivoluzione per il nostro Paese. Queste scelte sono state fatte partendo da un aspetto spesso dimenticato: la scuola è fatta per gli studenti; è dalle loro esigenze e dai loro obiettivi che dobbiamo partire, la loro crescita, la loro formazione e il loro successo sono lo scopo principale della riforma. Dopo decenni in cui non si investiva più nella scuola e non si provava a introdurre cambi radicali nella sua impostazione, finalmente qualcosa si muove. Un inizio di cambiamento, un primo passo verso una nuova volontà di modificare in meglio il mondo della scuola. Questa riforma è un punto di partenza, la strada è ancora lunga. Ma finalmente anche in Italia iniziano a crollare muri ideologici: merito, valutazione, autonomia, alternanza scuola-lavoro e libertà di scelta educativa non sono più tabù ma punti reali di novità del sistema scolastico.
Ognuno di noi, ogni singolo cittadino, può in questo momento storico, riaffermare la propria centralità all’interno della politica. Si può e si deve tornare a fare veramente politica a tutti i livelli: la politica delle istituzioni volta a perseguire il bene comune e la politica che ogni persona fa nel suo agire quotidiano. Entrambe hanno lo stesso punto di partenza: l’azione del singolo, la presa di posizione dell’individuo l’affermazione pubblica del fatto che c’è. In questi ultimi mesi, per esempio, è accaduto un episodio che dimostra cosa significhi l’azione politica; un fatto che ci deve far riflettere su quale sia la responsabilità che ognuno di noi ha: una madre di Milano, di fronte al modulo dell’iscrizione a scuola dei figli, con scritto “Genitore 1” e “Genitore 2” si è rifiutata di apporre la sua firma sul modulo e, cancellando le scritte, ha appuntato “Mamma”; dopodiché ha fatto una foto e l’ha postata sui social network. Un’azione del genere, oltre ad essere un grandissimo gesto di libertà, può avere una rilevanza politica più forte di un intervento pubblico di un politico di professione oppure di una nota che il Ministero può mandare a tutte le scuole. Riporto questo episodio per riaffermare che solo attraverso la consapevolezza del peso e della rilevanza che le nostre azioni hanno possiamo riacquistare il senso e il valore anche della politica; non in base alla carica che si ricopre, non al potere che si ha, ma in base alla coscienza che abbiamo e nel come facciamo le cose. Questo incide e questo, credo, è ciò che noi politici dovremmo riconquistare e così riconquisteremo anche la fiducia.