Le questioni (il bene comune, i contenuti e il senso dell’impegno per esso, e poi il welfare, il fisco, l’educazione, la sanità) posti sul tavolo da questo numero di Atlantide sono realmente fondamentali e in questa fase della vita del Paese della massima concretezza (la disaffezione crescente verso la partecipazione elettorale, il clima di esasperata ostilità verso la politica, lo stato di salute di alcune grandi città stanno lì a dimostrarlo). Viviamo una fase in cui il senso di comunità va riscoperto e aggiornato, dopo una prolungata recessione che ne ha messo alla prova la capacità operativa.
Contribuisco alla riflessione proponendo tre punti che mi sembrano di particolare rilievo nella dimensione economica, ma che ritengo abbiano proprio per questo importanti implicazioni sulle altre sfere del nostro vivere comune.
1. Anzitutto a me sembra importante chiarire, sottolineare continuamente, che tra i numerosi obiettivi dell’azione istituzionale nel campo dell’economia quello del favorire la libertà sia quello chiave. Per evitare equivoci, nel dire libertà faccio riferimento a quelle che, mutuando il termine da Amartya Sen, potrei dire sono le condizioni che permettono di rendere effettive le abilità di una persona (capabilities). Non è scontato dire ciò, ma ritengo sia una formula riassuntiva molto efficace anche di bene comune in questo specifico ambito della vita.
Consentire, facilitare e fare in modo che i diversi soggetti (persone, imprese, lavoratori, realtà organizzate…) possano sviluppare le loro potenzialità positive è la priorità, quanto meno dell’agire pubblico in economia.
Vi sono incorporate insieme una concezione della libertà come emancipazione dalle costrizioni immotivate, dai vincoli del passato oggi non giustificabili e una visione della libertà come possibilità di costruire, come generatività (per usare il termine che ha di recente molto approfondito Mauro Magatti); e ciò richiede poter disporre delle dotazioni (personali e di contesto) necessarie. Mi sembra un buon metro per misurare l’agire pubblico, purché si abbia sempre presente che la valutazione di ciò che è necessario è sempre storica e contingente e mai neutra: a vincoli che si eliminano (per alcuni) corrispondono tutele che cessano (per altri).
Prendiamo, ad esempio, il tema dell’innovazione, e delle misure introdotte da poco nel nostro ordinamento (quelle per le start up e le pmi innovative). È chiaro che esse incidono su sistemi, regole e interessi consolidati (ad esempio consentire il crowdfunding modifica il ruolo degli intermediari finanziari tradizionali e le tradizionali forme di impiego del risparmio). Ma è pure chiaro che la loro introduzione accelera l’innesco di processi positivi.
Lo scopo non è (solo) liberalizzare (che pure è importante ed è criterio base di molti osservatori internazionali per la valutazione del nostro Paese nei loro ranking) o sburocratizzare, ma “capacitare” (rendere capace di sviluppare il potenziale). E ne è una condizione essenziale il saper vedere e poter cogliere le nuove opportunità.
2. E vengo al secondo aspetto. Lo formulerei così: una delle sfide oggi tra le più rilevanti per il nostro Paese è come far sì che si possano cogliere le opportunità che la globalizzazione ha portato alla luce. Anzi, per la salute economica dei nostri prossimi anni mi sembra la questione più rilevante.
Fino a un recente passato possiamo dire che il nostro Paese (cittadini, imprese, istituzioni, mondo dei media, classe dirigente) ha vissuto la fase attuale della globalizzazione come un fenomeno importante, certo, ma non come quello più di tutti pervasivo. Questa sottovalutazione (al di là delle retoriche) ha reso più difficile coglierne tutte le diverse valenze. Non solo sul piano commerciale (l’export: anche se molte nostre imprese, le grandi e medie in particolare, hanno saputo difendersi bene) ma sui diversi terreni: produttivo, finanziario, della cooperazione, delle relazioni con gli organismi internazionali, della mobilità, della ricerca e dell’università, delle politiche di attrazione dei talenti. Guardiamo a quest’ultimo punto.
Il problema vero non è impedire la fuga dei cervelli (che pure ha un effetto rilevante quando diventa un fenomeno imponente, per l’impoverimento civile ed economico che comporta) ma come attrarre anche in Italia talenti da fuori. Che è ciò che accade in tutte le economie più avanzate. Oppure pensiamo alla priorità che dovrebbe avere la politica di infrastrutture e logistica, assunte come punti dei network globali, nel quadro delle opportunità offerte dalla crescita delle movimentazioni dei beni, movimentazioni che si presume saranno in costante crescita negli anni a venire.
Solo di recente, anche a causa dell’asfissiante debolezza della domanda interna, il tema estero ha cominciato a essere avvertito come prioritario. Vuoi perché la domanda estera è l’unica voce significativamente positiva del nostro PIL, vuoi perché per le imprese esportare o cominciare a farlo significa, in moltissimi casi, riuscire a sopravvivere, vuoi (ancora) perché la situazione dei cambi ha favorito l’accesso a mercati come quello USA, interessato da una ripresa consistente e storicamente attratto verso ciò che viene dall’Italia: per tutta questa serie di ragioni e altre ancora il tema è asceso nel livello di attenzione.
La politica promozionale pubblica si è fatta più decisa e percepibile e ha spinto il tradizionale ambito del Made in Italy. Inoltre ha cominciato a delinearsi il riordino (operazione ben più complessa, questa) delle funzioni che riguardano le modalità di promozione e accompagnamento degli operatori esteri (finanziari e industriali) intenzionati a investire nel nostro Paese (su questo terreno il ritardo rispetto ad altri Paesi con cui possiamo confrontarci è elevatissimo). E siamo ancora arretrati nelle politiche per settori di almeno pari rilevanza come il turismo, i servizi, la cultura.
L’intreccio esterno-interno, domestico-estero, il complesso di ciò che accade fuori Italia, hanno in sé opportunità tutte ancora da esplorare e sfruttare; il set di filoni da riannodare è amplissimo. Ma... occorre sapersi pensare nel mondo, avere come Paese (a partire, va da sé, dalla fetta di mondo più vicina, come il Mediterraneo) una visione e come cittadini/imprese una dimensione realmente internazionale.
3. La crisi ha tra i suoi lasciti negativi (perché abbiamo visto che ce ne sono anche di positivi) l’ingrandimento di antichi divari (quelli territoriali tra Nord e Sud in primis); il “nuovo mondo” che emerge dalla crisi ne innesca di nuovi. Per rimanere sul terreno economico, tra le imprese che esportano e quelle che vivono di mercato interno, tra i “fare” innovativi e quelli no, tra le aziende strutturate finanziariamente e quelle fragili, tra le imprese che dispongono del nuovo capitale, i lavoratori della conoscenza, e quelle ne sono prive, tra quelle che investono sull’eccellenza e quelle che non possono che puntare sulla riduzione dei costi. Sono tanti gli indicatori che evidenziano tali polarizzazioni nelle performance economiche (cioè nella capacità di stare sul mercato) che si ribaltano anche sulle realtà sociali e sui territori (ad esempio manifestandosi nelle diverse qualità dei distretti industriali). Riconnettere tutte queste faglie sarà difficile se non impossibile. Avere a cuore il bene comune implica oggi anche saper vedere quali sono i soggetti, diversi da quelli di ieri, che creano sviluppo, ricchezza e facilitarne l’azione, concentrare su di essi più sforzi, più impegno. Essi devono fare da traino. Anche qui un esempio. In Italia sono circa 200mila le imprese che esportano un valore che è circa un terzo del PIL (pressappoco 400 miliardi di merci). Ma (solo) mille di esse fanno già la metà dell’export; e quasi 140mila vendono all’estero in tutto poco più dello 0,6%, troppo poco per beneficiare dei vantaggi. Può diventare una polarizzazione nella polarizzazione.
Se non è realistico pensare che tutti debbano farcela (per forza) è invece doveroso (se no che cura del bene comune sarebbe?) offrire a tutti quelli che vogliono (e ne hanno le potenzialità) la possibilità di attrezzarsi per farcela. Gli strumenti consueti non sono però sufficienti. Ciò implicherà, nel ripensare tanti aspetti della organizzazione del nostro sistema economico, innovare e inventare forme nuove che consentano di fare valore economico di quelle che sono ancora nostre caratteristiche più proprie (la capacità di risparmio che è sopravvissuta alla crisi, i legami ruotanti attorno alle famiglie, la naturale intraprendenza individuale...).
Credo che sia un campo sfidante e nuovo anche per le organizzazioni economiche come le associazioni di impresa, le camere, le reti, ma anche per le strutture della comunicazione, per le istituzioni, i centri di formazione. Ripensare e costruire un Paese sui fondamentali dei nuovi scenari ma conservando e rivitalizzando il valore delle nostre specificità.