Una premessa va fatta: si dice, superficialmente, che la nostra è un’era post ideologica e non è per nulla vero. Al di là del fatto che nella storia dell’umanità l’ideologia è sempre stata presente, semplicemente perché serve alla stabilità dei poteri, oggi viviamo in una realtà permeata di ideologia. Chiaro, pochi sono quelli che si nutrono di nostalgia per Mao o Lenin, ma, nella sostanza, ideologia significa anteporre un’idea astratta alla realtà. Come il “rigore” che va applicato dal Baltico a Cipro facendo finta di non vedere le diversità storiche, culturali e quindi economiche delle nazioni. Come l’esaltazione del centralismo statale per mettere in riga le amministrazioni locali immancabilmente “sprecone”, facendo finta di non vedere che spesso sono le sole a fronteggiare, con la spada di latta di bilanci sempre più magri, la decadenza sociale e umana causata anche da un’altra ideologia: quella dei diritti dell’individuo spinti fino a una libertà astratta che arriva sempre più spesso alla solitudine, alla distruzione della famiglia, dei rapporti generazionali, a un individualismo esasperato sempre più succube del potere di turno.
Pochi esempi per dire che, se non vogliamo declassare il “bene comune” a luogo comune (quindi a un’ideologia superficiale), dobbiamo avere la forza di guardare in faccia la realtà. Partire dalla realtà perché la politica che parte dai fatti, dagli uomini e dalle donne concreti, parte (come dire?) da un “dato di salute”. Prende il colore delle cose, dà loro il gusto, rende inevitabilmente tolleranti e aperti perché con i fatti ti devi confrontare, perché, citando – paradossalmente – Lenin, “i fatti hanno la testa dura”. Del resto, la storia politica del popolarismo italiano, sia esso cattolico che socialista, ha dimostrato di aver saputo trasformare l’Italia da Paese arretrato a quarta potenza economica mondiale (ex purtroppo) ed è stata una storia di realismo politico, economico, sociale. La politica ha avuto un ruolo di guida della società, creando infrastrutture (autostrade, porti, aeroporti); educazione (non solo aprendo le università anche ai figli delle classi lavoratrici, ma anche attraverso i media, la Rai soprattutto) e al tempo stesso liberando le forze sociali, dalla piccola imprenditoria che in molti casi è diventata grande, alla cooperazione, al credito a servizio del lavoro. Una storia di successo mondiale, oggi stupidamente disconosciuta, appunto, ideologicamente, che creò “bene comune” diffuso. Storia alla quale dobbiamo guardare partendo da un dato, anche questo realistico: al mondo non s’inventa nulla, più semplicemente, con fatica e costanza, si migliora (purtroppo spesso capita di peggiorarlo) quello che altri hanno già fatto, quello che ci hanno affidato.
Un successo che è stato raggiunto con una democrazia parlamentare proporzionalista, non a caso oggi tanto vituperata nel nome di una malintenzionata governabilità. E qui si arriva alla povertà della cultura politica del nostro tempo. L’incertezza e la confusione che oggi regnano sul tema del “bene comune”, segnalano la scarsità di una “cultura politica”, di una bussola, di un orientamento che diano capacità di visione alla politica. Dalla crisi della politica consegue la grave difficoltà di senso e tenuta delle istituzioni democratiche a tutti i livelli.
Emblematico in tal senso è quel che sta accadendo da quando i governi nazionali hanno inaugurato la politica della spending review. Una politica miope che ha sostituito il mezzo al fine. L’esigenza di “tagliare” ha prevalso sul perché, sul “bene” da raggiungere riducendo la spesa, ma incapace di dare priorità, di saper scegliere secondo il buonsenso del padre di famiglia. Lo sforzo di una “revisione”, ad esempio nel settore pubblico dei servizi sanitari, può rivelarsi utile nella misura in cui è motivato da una valutazione attenta della situazione e da un piano di miglioramento e riqualificazione che prefiguri benefici e anche vantaggi nel rapporto costi-benefici, mettendo al centro di tutto la salute delle persone.
La presunta necessità di fronteggiare e di arginare la crisi non con un progetto politico di ampio respiro, ma pressoché solo con il tagli lineari della spesa pubblica e con riforme limitate, più di facciata che reali (basti pensare alla riforma della cosiddetta “buona scuola”: quarta riforma in materia negli ultimi venti anni e come unico esito sicuro la riconferma dell’uso della scuola come ammortizzatore sociale con l’assunzione di 100.000 precari), ha rimesso in discussione tanto il rapporto tra lo Stato e le Regioni a statuto ordinario, come pure le relazioni tra lo Stato e le Regioni a statuto speciale e le Province Autonome. E ha rimesso in discussione il rapporto tra gli Stati nazionali e l’Europa; in entrambi i casi a favore di un sempre più accentuato centralismo. Si è via via imposta la convinzione per cui solo riducendo il più possibile i margini di autonomia e di libertà dei territori negli Stati e degli stessi Stati all’interno dell’Unione europea, per rimettere nelle mani di pochi centri decisionali la maggiori responsabilità di governo, è possibile contrastare e ridurre la dispersione delle risorse perseguendo obiettivi di semplificazione, razionalizzazione ed efficientamento. Pensando che in questi obiettivi consistano in ultima analisi la giustizia sociale e il bene comune.
Nulla di più lontano dal principio di sussidiarietà verticale, affermato anche a livello europeo sin dal trattato di Maastricht. Ma a risentire negativamente di questa “politica” è anche la sussidiarietà orizzontale, il rapporto tra le istituzioni e la società civile, i cittadini, le imprese, le organizzazioni e le associazioni, i corpi sociali intermedi. Questi soggetti infatti, in un’ottica centralistica sembrano sfuggire al controllo e sono potenzialmente di ostacolo all’ottimizzazione degli interventi, e troppo spesso vengono ridotti sommariamente alla sfera sospetta del privato per sua natura incline a cercare esclusivamente la soddisfazione di interessi di parte e solo di pochi. Poco importa se erogano servizi pubblici, se spesso siano invece frutto dell’impegno libero e comune di soggetti che si uniscono e si organizzano per rispondere a esigenze e problemi di tutti.
Tutto ciò rischia di stravolgere il senso e il ruolo delle istituzioni, perché con il pretesto del risparmio delle risorse ha in realtà conferito al solo potere pubblico la patente di soggetto titolato e affidabile nel perseguire e attuare il bene comune, mentre la società civile è trattata con precauzione, con una certa diffidenza, con un pregiudizio sfavorevole, specialmente quando non accetta forme di assimilazione al comparto pubblico. L’ente pubblico sembra perdere così la sua missione originaria di regia, coordinamento, sostegno e verifica della qualità nei confronti dell’iniziativa libera e responsabile “dal basso” che da sempre hanno saputo rispondere ai bisogni emergenti. La storia delle istituzioni e dei servizi che si sono sviluppati specialmente nei comparti del welfare, sanitario, dell’educazione, della protezione civile e della cultura in tutte le regioni d’Italia e in modo particolare anche in Trentino, ne è una tangibile dimostrazione. Tutti servizi che precedono e di molto la storia dell’autonomia della Provincia e sorti dalla libera iniziativa di gruppi di cittadini, di famiglie, di comunità locali, di parrocchie per rispondere in modo efficiente ai bisogni delle persone e, in particolare, dei soggetti più deboli e della collettività.
Queste realtà e questi servizi documentano quanto sia privo di fondamento il pregiudizio secondo cui lo Stato e le pubbliche istituzioni funzionino meglio e costino meno dell’autonoma intrapresa sociale. E dimostrano come la sussidiarietà applicata ai servizi pubblici non sia un “lusso” (come hanno affermato anche autorevoli politici nostrani) e quanto sia sbagliato pensare che ciò che è di emanazione statale sia più affidabile di quel che deriva dal Terzo settore, che, va detto, non è tutto uguale: i corpi sociali intermedi agiscono oggi come un pendolo tra la difesa pervicace e ideologica di alcune rendite di posizione e una reale apertura alle nuove sfide, ma su questa seconda opzione va valorizzato e promosso, anche correggendo le storture, le difese della rendita che oggi taluni soggetti esprimono.
Questa linea politica sottende una concezione culturale pericolosa identificabile con un’antropologia negativa secondo la quale anche quando il singolo si unisce ad altri per finalità apparentemente nobili, dando ad esempio vita a società cooperative, non è detto che lo faccia per un interesse generale (e qui si evoca recentemente la vicenda di “mafia capitale”). Si fa appello, allora, alla necessità di istituzioni “forti”, che delimitino e arginino questa natura umana del singolo e dei gruppi sociali, insidiosa per il bene comune. Serve insomma uno Stato che ci liberi, che tutto regola e tutto conduce per il meglio di tutti, che sia quel “Dio mortale al quale noi dobbiamo, sotto il Dio immortale, la nostra pace e la nostra difesa” (Thomas Hobbes, Leviatano). Sino a poco tempo fa la crisi dello Stato moderno sembrava portare a chissà quali prospettive, oggi assistiamo a un !colpo di coda! degli Stati e soprattutto delle istituzioni internazionali, che spesso hanno conseguenze liberticide e molto preoccupanti.
Sarebbe tuttavia un errore pensare di potersi opporre a questa possibile deriva sul piano puramente dialettico. Stiamo assistendo a un oggettivo crollo delle evidenze elementari: anche parlare oggi di !valori non negoziabili! rischia di essere un linguaggio non univoco, non inteso da tutti allo stesso modo. Basti pensare ad alcuni esempi: centralità della persona, certo, ma quale? Uomo e donna o le decine e decine di generi oggi proposti con la teoria gender? Un individuo è quello che è, riconoscendo il dato creaturale (non mi sono certo fatto da solo) o è ciò che si sente? Oggi uomo, domani un altro genere e tra qualche tempo magari di nuovo uomo? E quando parliamo di famiglia di cosa parliamo? E la vita è sempre tale o no?
Chiaramente si vuole in questa sede evidenziare il fatto che mai come oggi tutto è relativizzato al proprio “sentire” e anche le evidenze che hanno sorretto la cultura italiana ed europea oggi sono fortemente messe in discussione, non sono più “dati certi”. Ciò non significa affatto dire che non sono vere e centrali, ma che bisogna nel proprio agire anche in politica ridare ragioni di quelle evidenze, di quei valori. E per fare ciò sono persuaso che abbiamo due grandi alleati: la nostra sete di verità di bellezza, di felicità che albergano nel cuore di ogni uomo e la realtà delle cose, il dato che abbiamo davanti. Cuore e realtà oggi troppo spesso mortificati dalle strette gabbie delle nuove impostazioni culturali e politiche.
Un piccolo esempio eloquente è la battaglia politica e culturale sviluppatasi in Trentino e ancora in corso sul disegno di legge, all’esame del Consiglio provinciale, con cui si vorrebbero combattere le discriminazioni sessuali e l’omofobia nelle scuole attraverso l’educazione al rispetto di qualunque opzione di genere.
Occorre tornare al dato dell’esperienza, a mostrare cioè cosa significa, nella realtà, il primato della persona nell’interezza della sua identità umana, il bene costituito dalla famiglia attraverso la “convenienza umana” che ne deriva. È quello che stiamo tentando di fare in Consiglio provinciale cercando di argomentare, rispettando fino in fondo e facendo propria la giusta esigenza di essere contro ogni discriminazione irragionevole, ma nel contempo dare ragioni le più adeguate possibili del perché certe impostazioni rischiano di essere ultimamente contro la persona. E su questo puntare anche nel rapporto con la maggioranza e la Giunta su ciò che può unire, su un rapporto franco che vede nell’altro non il nemico, ma un’altra persona che come me ha la stessa esigenza di felicità e che quindi è un bene con cui costruire insieme.
Più che una lotta ideologica, insomma, su questo tema sono convinto che bisogna puntare sulla bellezza, sulla corrispondenza al cuore dell’uomo, perché come Dostoevskij fa dire al principe Miškin ne L’idiota, “la bellezza salverà il mondo”.
Ha più efficacia insistere sulla “bellezza” che non sulla “giustizia”. Questo perché l’antinomia bello/brutto appare più consona alla coscienza della persona, al suo cuore, e possiede una capacità persuasiva superiore rispetto al contrasto concettuale giusto/sbagliato, dove troppo spesso non è il mio cuore a dire ciò che è giusto, ma un altro soggetto; è insomma una categoria che per quanto ragionevole è maggiormente funzionale al primato dello Stato, dell’ente pubblico, del potere e non dell’uomo e della società.
Nella mia esperienza degli ultimi anni come consigliere provinciale di minoranza in Trentino, ho notato che questo approccio per aderire attraverso le scelte politiche alla realtà della persona e della società, si è rivelato il metodo più adeguato e tendenzialmente capace di persuadere anche esponenti dell’esecutivo e della maggioranza. Ne è stata una prova la legge sull’integrazione socio-sanitaria recentemente proposta dalla Giunta provinciale trentina. Mentre la prima versione del testo inizialmente sottoposto all’esame della Commissione consiliare competente, mirava a una sorta di “sanitarizzazione” dei servizi sociali con una sostanziale annessione di questi ultimi al comparto della salute e soprattutto a una subalternità totale del terzo settore all’ente pubblico provinciale, la legge che alla fine è stata approvata ha subito modifiche sostanziali frutto del lavoro fatto insieme a molte opere sociali, a molti portatori di interesse e all’attenzione positiva dell’esecutivo provinciale sulle istanze portate non per dire “no” al provvedimento, ma per studiare insieme possibili correttivi per il bene di tutti. Mettersi a servizio di questi attori sociali e professionali senza diventarne banalmente il braccio operativo o rinunciare al proprio ruolo politico, rende interpreti delle istanze reali e capaci di dialogare con i colleghi consiglieri mostrando la positività delle proposte che da questo lavoro comune sono emerse.
“Ripartire dal basso” dalla realtà, dall’esperienza di chi opera nel sociale e nella sanità è stata la carta vincente di questo tentativo, sfociato nella proposta di una serie di emendamenti elaborati dopo aver ottenuto dalla Commissione che si occupa di welfare e salute di cui sono vicepresidente, la consultazione dei soggetti sociali e professionali coinvolti nel lavoro. Le audizioni hanno reso chiare le motivazioni e la ragionevolezza delle proposte di modifica al testo della Giunta, permettendo di dialogare costruttivamente e senza pregiudizi ideologici con tutti, compresi l’assessore e i colleghi di maggioranza, che hanno saputo ascoltare e alla fine anche condividere queste modifiche superando la barriera politica della contrapposizione spesso sterile e nefasta tra gli schieramenti. Agli emendamenti accolti in Commissione se ne sono poi aggiunti altri durante l’esame finale in aula dove il testo è stato definitivamente approvato la scorsa primavera. La nuova legge provinciale ha introdotto una Consulta per le politiche sociali per garantire la partecipazione alla scelte, pari dignità tra politiche sociali e politiche sanitarie, la definizione di tempi e procedure per approvare i piani e, in estrema sintesi, un sistema chiaro di relazioni tra sanità e sociale con una reale sussidiarietà orizzontale che favorisca la qualità dei servizi erogati e la loro capacità di rispondere ai bisogni della nostra comunità provinciale.
Un approccio del tutto simile è stato adottato negli ultimi anni anche nel caso di varie altre normative riguardanti sia la sfera sociale (leggi provinciali sulla promozione del benessere familiare e della natalità e sulle politiche sociali) sia in campo economico (ad esempio sul passaggio generazionale o sul comparto turistico o nel settore del porfido) che in quello scolastico ed educativo (normativa provinciale scolastica e diritto allo studio).
In sintesi ritengo importanti sulla base dell’esperienza quattro condizioni di metodo:
1. Non contrapporsi ideologicamente, preferendo sempre la ricerca di obiettivi condivisibili per promuovere il positivo contenuto nelle diverse posizioni in funzione di un lavoro comune;
2. La massima valorizzazione dell’esperienza, delle osservazioni e delle proposte dei soggetti maggiormente interessati, anche se portatori di obiettivi diversi, con la convinzione di poter sempre implementare le conoscenze e individuare soluzioni capaci di tener conto del maggior numero di fattori in gioco;
3. Partire sempre dalla realtà considerata in tutti le sue componenti e non solo il singolo problema o settore, ma anche il contesto circostante senza trascurare le connessioni con altri ambiti;
4. Progettare insieme alla pubblica amministrazione e agli attori sociali interessati, norme e iniziative mirate non a un ideale astratto o a singoli interessi, ma alla fattibilità e alla concretezza del bene comune.
Sono in definitiva persuaso che la politica può ritrovare senso e capacità di servire il bene comune (anche) nella misura in cui si riconnette organicamente a quanto di più vivo e dinamico si muove nella società e se ci si gioca con libertà e responsabilità, valorizzando il positivo che l’altro è anche nell’agone politico. Se è vero, infatti, che, come osservavo all’inizio, la crisi che stiamo vivendo non è solo economica, ma “strutturale”, perché intacca le radici stesse della convivenza, per farvi fronte occorre attingere a sorgenti altrettanto profonde, a energie e motivazioni che solo un’umanità viva e attiva può offrire.
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