Quadrimestrale di cultura civile

Un percorso “in” e “per” la politica

di Valentina Aprea / Assessore Istruzione, Formazione e Lavoro, Regione Lombardia

Raccontare il mio impegno politico. Certo. Diceva Sainte-Beuve che le opere intellettuali e/o professionali di ciascuno sono sempre autobiografiche; Proust era convinto che i personaggi dei romanzi fossero e dovessero essere fittizi, ma lo diceva per nascondere meglio il protagonismo dell’autore.
Forse è per questo che tra Joyce e Proust – che scrivono guardandosi dentro, nascondendo se stessi nella trama che tessono – e Hemingway e Baudelaire – che scrivono invece per guardare impietosamente da dentro se stessi la realtà esterna – ho sempre scelto, nel mio piccolo, la via di mezzo. Guardare dentro, nella propria storia personale, e badare a se stessi, ma anche guardare meglio fuori, e badare meglio a quella degli altri. E viceversa. Vorrei prendere questa strada ricorsiva anche per rispondere alla consegna che mi è stata data.

Primo passo: l’anticipo scolastico
Sono stata, tanto per dire una frase fatta, una bimba fortunata. Famiglia di insegnanti, sono cresciuta a pane e scuola. Ovvio che, a maggior ragione perché nata in luglio, sia stata un’allieva anticipataria, dalle suore del Preziosissimo Sangue di Bari. Mi sono trovata bene, lo confesso, ma ho sempre considerato la circostanza – guardando, dopo, a certi miei compagni e alle loro famiglie – un privilegio sortale. Forse è per questo che, tra il 2001 e il 2006, come Sottosegretario alla Pubblica Istruzione con il ministro Moratti, ho lottato perché tutte le famiglie italiane, indipendentemente dalla loro condizione socio-economico-culturale, fossero messe nella condizione di decidere liberamente se cominciare o meno, per i propri figli, l’istruzione obbligatoria un anno prima. Non riuscii nell’intento. Come spesso capita con le mediazioni politiche – almeno con quella politica che non amo e che scambia se stessa per pura mediazione senza visione – ci si dovette accontentare di una barcollante litote. Si strappò soltanto la possibilità di iscrivere alla prima classe della primaria i bimbi nati entro aprile dell’anno successivo. Possibilità poi tolta subito dalla maggioranza politica che ci sostituì.
In Italia la libertà ha sempre fatto paura. Su questo tema specifico dell’anticipo scolastico, ma non meno su quello delle discipline opzionali e facoltative che mi impegnai a introdurre nei piani di studio delle scuole di ogni ordine e grado, nel 2003-2005 e, ancora di più, sull’importante partita della libertà di scuola.
Come dimostra la sentenza della Cassazione sull’Ici, che dovrebbe essere pagata anche dalle scuole paritarie, siamo ancora fermi, in proposito, a 68 anni fa! Come se nel frattempo il mondo non fosse cambiato. E come non si sapesse che il sistema scolastico del nostro Paese, con le paritarie ridotte ai minimi termini della loro storia, è, ad oggi, il più statalista del mondo, ormai battuto ad ampie falcate perfino dai paesi dell’ex Unione Sovietica.
Cosicché, con la scusa che non tutti saprebbero usare bene la libertà che possiedono, la si controlla, la si sorveglia, la si autorizza solo a determinate condizioni che poi, in sostanza, la svuotano e la riducono a servitù. Primo sintomo di un’impostazione culturale e politica “buonista”, in apparenza preservativa e precauzionale, ma in realtà autoritaria, che ho sempre aborrito e temuto: quella per la quale la libertà sarebbe un valore solo per chi la sa usare e merita averla.
Questo modo di pensare porta a far fare agli altri solo ciò che vogliamo noi; dividendo così il mondo in élite buone, capaci di libertà, e masse cattive che non la saprebbero usare se non attraverso le prime.
Non c’è sussidiarietà che sia possibile con questa mentalità gnostica. Ma senza scomodare la gnosi, non c’è nemmeno il Kant di Che cos’è l’illuminismo? dietro questa incrostazione. La libertà, se principio umano e sociale, infatti, non può essere di qualcuno: per forza la si deve riconoscere a tutti e per tutti. Nessuno meglio di se stessi può essere giudice del suo buon esercizio. Forse è per questo che quando comparve sulla scena politica Silvio Berlusconi, divenni subito berlusconiana. Si può rimproverare tutto alla Forza Italia del 1994, nella quale ho iniziato a militare e con la quale sono stata eletta in Parlamento, ma non quello di non aver posto con forza all’ordine del giorno – in una tradizione culturale dove la libertà è sempre stata quella di qualcuno (pochi) che pensa non possa ma addirittura debba decidere per gli altri (tanti) perché non saprebbero ciò che fanno – il valore esattamente inverso: la libertà è di ciascuno, e ciascuno decide per conto proprio meglio di chiunque altro, e solo avvalorandone l’esercizio cresce il bene di tutti. Il problema è solo rendere possibile, e sostenere in maniera effettiva, direbbero Amartya Sen e la Nussbaum, questo “potere”. Politica per me è stata e continua a essere questo.

Altri provvedimenti
La fortuna dell’anticipo scolastico me ne procurò un’altra: finire la scuola secondaria presto, laurearsi presto, entrare nei ruoli magistrali presto, guadagnando uno stipendio a 19 anni; diventare dirigente scolastica presto (avevo solo 26 anni quando vinsi il concorso direttivo, 27 quando presi servizio a Parma).
Nell’Italia di oggi un percorso quasi inconcepibile. Si direbbe provocatorio, eppure comune alla maggior parte dei giovani della mia generazione. Che cosa abbiamo fatto, come Paese e come classe politica dirigente, per ridurci nelle condizioni in cui siamo? Oltre due milioni di Neet, giovani che sarebbero tali fino alla bella età di 34 anni, il 44% di disoccupazione giovanile, il lavoro precario non per scelta professionale, ma per dura necessità di sopravvivenza. Per di più, tutto questo, in un Paese dove i giovani, in trent’anni, si sono dimezzati, per cui avrebbe dovuto essere più facile trovare un posto di lavoro che riconoscesse i meriti di ciascuno.
L’aspetto paradossale e, a mio avviso, anche un po’ irresponsabile, è che, in queste condizioni, ancora si continuino a chiamare riforme scolastiche provvedimenti che non toccano l’unico ordinamento al mondo nel quale servono 13 anni per avere il diploma e ben 18 per giungere a una laurea magistrale. Quando va bene. Perché sappiamo tutti quanto pesino le ripetenze scolastiche (quasi il 20% di ogni classe d’età) e il famigerato fuori corso all’università (in media ci si laurea alla triennale a 24,5 anni e alla magistrale a 27,5).
Siamo l’unico Paese al mondo dove i giovani arrivano al lavoro in media a 22 anni e dove vige la legge bronzea in base alla quale chi studia non lavora e chi lavora non può fare lo studente. Circostanza che si traduce anche in una singolare limitazione del concetto stesso di merito, inteso soltanto come “merito scolastico”, quello dei voti nelle diverse discipline separate e delle medie finali. Come se intelligenza, intuizione, creatività, innovazione, cultura non potessero, invece, configurare anche un “merito” sociale, professionale, imprenditoriale, artistico, non solo da pagelle.

Alcuni grandi principi
Forse è per tutto questo che, sempre in Parlamento, quando ero all’opposizione (dal 1996 al 2001), poi quando sono passata al Ministero dell’Istruzione, con la maggioranza (dal 2001 al 2006), e di nuovo in Parlamento – all’opposizione (dal 2006 al 2008) e poi ancora in maggioranza fino al 2012, ma nelle vesti di Presidente della Commissione VII Cultura e Istruzione della Camera – ho combattuto come pochi la buona battaglia che solo adesso comincia a essere compresa e a raccogliere qualche consenso, perfino in quelle forze politiche, sindacali e culturali, di maggioranza e a maggior ragione di opposizione, che la sbeffeggiavano, la distorcevano, forse semplicemente non la capivano. Intendo la battaglia per quattro grandi principi programmatici che, nei limiti oggi concessi da una legislazione nazionale soffocante, ministerialista e centralista, sto cercando di declinare al meglio giuridicamente possibile (il che è poco e sarà ancora meno, purtroppo, con la riforma della Costituzione che si preannuncia) come assessore all’Istruzione e al Lavoro di Regione Lombardia.
Il primo principio per il quale mi sono impegnata, credo con indomita coerenza, riguarda la concezione del lavoro, di qualsiasi lavoro, come istruzione, e facendo valere, è ovvio, anche il contrario. Le due cose separate esistono, infatti, solo nella testa di chi, in realtà, né lavora (ha mai lavorato), né studia (ha mai davvero studiato). Persone senza personalità. Di-vertite, per dirla con Pascal. Unire le due cose fa bene alla qualità della cultura, fa bene alle qualità e agli spessori umani e civili dei giovani e nondimeno, di tutto il mondo del lavoro. Questo principio deve valere per qualsiasi percorso formativo. Certo, implica una rivoluzione metodologica e didattica. Non a caso l’alternanza scuola/lavoro introdotta nel 2003 dalla Legge n. 53 a cui mi onoro di aver contribuito è, per lo più, rimasta un’esperienza minoritaria e incistata in una realtà per lo più scolasticistica che tende strutturalmente ad abortirla o, almeno, a non usarla come meriterebbe, come uno dei giacimenti culturali tra i più motivanti e ricchi di dimensioni che esistano.
Il secondo principio è una conseguenza del precedente: non esistono percorsi formativi di serie A e di serie B; va introdotto come ordinario il cosiddetto sistema duale: si possono e si devono raggiungere, con merito, i titoli di studio secondari e superiori, sia a tempo pieno nella scuola, caratterizzata comunque dalla metodologia dell’alternanza scuola/lavoro, sia in apprendistato – cioè con un contratto di lavoro in assetto formativo, dai 15 ai 29 anni. In questo modo si possono migliorare sia l’organizzazione e la produzione del lavoro, facendo scoprire che davvero, oggi, il successo economico è garantito solo dalla qualità, dall’innovazione e dalla creatività delle persone che fanno impresa, sia l’organizzazione e la produzione dei saperi scolastici, non riducendoli più, come ancora capita, a saperi chiusi e tra loro paralleli, ma improntati al paradigma della complessità e della loro continua ricorsività.
Il terzo principio è appunto quello che declina la libertà nella sussidiarietà. C’è una specie di regressione statalista e centralista nel nostro Paese, pur se presentata come maturazione. Facciamo il contrario di quanto dovremmo fare: approviamo l’art. 118 della Costituzione e poi, invece di premiare chi l’ha bene interpretato (come la Lombardia), e responsabilizzare, anche con punizioni che spingono a rimettersi in gioco, chi l’ha aggirato e degradato nell’inefficienza e nello spreco, commissariamo tutto e tutti, come se solo al centro fiorissero competenze, responsabilità ed efficienza. Dalle politiche del lavoro a quelle dell’istruzione, dalle modalità di reclutamento dei docenti alle materie da inserire nei piani di studio, dalle progressioni di carriera dei docenti alla formazione in servizio ormai è un vortice di questa mentalità. Ed è come se si volesse far dimenticare che il centralismo e il ministerialismo sono stati, per dirla con Sturzo, e a maggior ragione lo sono oggi, epoca glocal, proprio la causa del male che pretendono di curare.
L’ultimo principio è di tipo etico. Rivendicare la coerenza e la lealtà come valore nei rapporti interpersonali, politici e istituzionali. Da giovane mi hanno insegnato che furbizia opportunistica e ingratitudine sono i vizi maggiormente frequentati dagli uomini. Mi dava fastidio, allora, ammettere che fosse vero. Per questo credo di aver percorso la mia vita umana, professionale, politica e istituzionale cercando di testimoniare che è possibile e doveroso fare il contrario. Coerenza nei valori e nell’impegno per perseguirli. Anche quando non è facile. Lealtà e gratitudine, sempre, verso le persone e le istituzioni. Senza farsi troppe illusioni, ma anche senza indulgere alla rassegnazione.