Quadrimestrale di cultura civile

Un Paese di marinai

di Paolo Maninchedda / Assessore regionale ai Lavori pubblici

Non si può parlare di politica senza affrontare il tema dell’intacco morale della cultura e dell’educazione italiana.
La politica è ordine e trasformazione e per trasformare occorre saper volere. Può sembrare che il volere sia una funzione naturale dell’uomo. È falso: bisogna essere educati a farlo, cioè occorre avere imparato a realizzare selettivamente e consapevolmente il proprio desiderio. Si apprende da piccoli, ma è possibile farlo anche da adulti, se si incontrano modelli significativi. Alla radice di questa capacità c’è sempre una forte consapevolezza del Bene e del Male; dopo si può scegliere l’uno o l’altro (per poi scoprire progressivamente che non si sceglie mai completamente l’uno o l’altro), ma chi finge di ignorare che questa polarizzazione è essenziale per imparare a decidere sul reale, di fatto rinuncia a decidere.
La cultura italiana è nel pieno di una lunga fase di rinuncia a uno sforzo di visione ordinata dell’uomo e della storia. Purtroppo senza visione non c’è politica. Si è detto e insegnato che non bisogna più leggere e commentare Pinocchio, I promessi sposi, Cuore ecc.; si è detto che il Bene è ipocrisia perché è sempre accompagnato dal Male, ma dopo aver detto questo e altro e aver accertato clandestinamente che tutto è misto e che tutto chiama una nostra decisione, nel privato e nel pubblico, si è insegnato a decidere o si è insegnato a subire? L’italiano, conformista da secoli, non decide: subisce e si lamenta. La politica in Italia può rinascere se si abbandona il masochismo dell’educazione alla sudditanza interessata, cui è concessa la piccola ribellione del pettegolezzo e della maldicenza, per passare invece all’educazione alla responsabilità della propria esistenza, che richiede decisione, scelta, amore e dolore. Galleggiare nella vita è il miglior modo di affondare, ma l’Italia è un Paese di marinai.
Con questi presupposti, è difficile credere che l’Italia trovi elementi interni che la aiutino a percorrere una strada che riunifichi e cementi la sua società.
D’altra parte, spesso si dimentica che a “fare l’Italia” è sempre stata la politica estera. Senza ripercorrere note vicende risorgimentali, ma rimanendo alla storia più recente, l’Italia è stata tenuta insieme dal bipolarismo della Guerra fredda più di quanto non si creda. Il suo stesso ordine interno, la struttura e la cultura del sistema politico, le strategie finanziarie e commerciali, erano adeguate al rango di una provincia che svolgeva una funzione parziale dentro uno schema di tutela politico-militare più ampio. Venuta meno la struttura interna derivata da quella esterna che contrapponeva Nato e Patto di Varsavia, l’unità dell’Italia ha vacillato.
La Lega ha proprio colto, più inconsciamente di quanto non dia a intendere, questa conclusione storica dell’“obbligo a stare insieme”. La coesione del Paese è stata garantita più dalla paura dello star peggio divisi che dalla convinzione di un destino comune insieme, ma la politica estera continua a svelare la debolezza dello Stato. Si pensi all’inibizione evidente rispetto alla scelta – sbagliata – degli Stati Uniti di americanizzare l’Ucraina, che ha come conseguenza il ritorno della Russia al ruolo di potenza asiatica e non europea; si pensi alla cessione di ruolo alla Francia nella crisi libica; si pensi alla progressiva trasformazione dell’ENI, indotta proprio dalla debolezza della Repubblica, da vera azienda di Stato a azienda-Stato nello Stato; si pensi alla sempre più evidente - e non gestibile nel quadro dell’unità d’Italia - diversità di interessi internazionali tra la Sardegna e l’Italia; si pensi al potere politico rilevantissimo mostrato dai mercati durante la fine dell’ultimo governo Berlusconi. Tutti questi eventi concorrono a rendere stridente l’idea di uno Stato coeso e unitario, accreditando invece l’idea di un sistema precariamente in equilibrio. Come si sa, però, la debolezza non è un fattore di coesione.
L’Italia non ha mai accettato di affrontare il tema delle ragioni del suo esistere. Il Risorgimento e la Resistenza non bastano più come presupposti permanenti; né bastano più le strategie internazionali.
Il punto di ripartenza è possibile solo rompendo il dogmatismo sull’assetto attuale. Se il sistema di regole, apparati, poteri e convenienze, consolida l’opinione che tutto deve rimanere immobile finché l’Italia non ripianerà il suo debito pubblico, è facile prevedere che sotto un ordine apparente continuerà a imputridire la struttura stessa dello Stato.
Il secondo requisito per ripartire è restituire al mandato elettorale una reale capacità di incidere sul reale. L’Italia è congegnata dalla Costituzione come un sistema di poteri e di contrappesi che funziona se i poteri collaborano, ma che si blocca se si contrappongono. Attualmente, gli Enti locali e le Regioni sono controparte dello Stato, la magistratura agisce in modo indifferente alla crisi dello Stato, la Pubblica Amministrazione è controparte del sistema politico, i sistemi di sicurezza e di difesa stanno intorno in parte al Capo del Governo e al Capo dello Stato, in parte alla magistratura, e tutto ciò è colpito da una disaffezione alle regole della vita pubblica che è dominata dai due estremi del disinteresse e della corruzione.
Chiunque sia stato eletto anche alle più alte cariche dello Stato e abbia tentato di rompere questo mefitico equilibrio di immobili convenienze, è stato stritolato dai poteri contrapposti. O si restituisce potere reale a chi governa, o il ceto medio italiano sceglierà la scorciatoia dell’uomo forte al potere, sceglierà cioè la soluzione più naturale per chi è educato a subire. Lo stallo in cui versano le riforme istituzionali rivela la capacità di autodifesa del sistema che comincia a minacciare lo stesso Renzi (basti pensare alla pubblicazione della sua telefonata su Letta e al monitoraggio/dossieraggio continuo cui viene sottoposto il suo entourage).
Questa è la grande malattia italica: confondere il “bene comune” con il “potere che mi risolve i problemi”. Il modello storico di una così grande e inconsapevole degenerazione ideale è il patronage. D’altra parte, un Paese cresciuto sul fraintendimento dell’umiltà cristiana come faccia sopportabile della viltà, che spesso confonde l’amore per i propri simili e per il creato con un’emozione effimera con cui confortarsi, che tradisce Dante producendo prima rime e poi pensieri, che ammira solo da lontano i santi e gli eroi, può sentire che cosa è il bene comune? Può sentire e difendere i presupposti materiali e ordinamentali perché si cresca insieme rimanendo liberi, senza sopraffarsi?
No, perché gli italiani sono abituati a richiedere a qualcuno che realizzi per loro ciò che è nelle loro responsabilità.
L’Italia non manca di uomini politici onesti; manca di uomini politici consapevoli che l’impegno politico impatta con l’aspetto drammatico della storia e della vita, non con quello ludico (o peggio, comico, che comunque è sempre meglio non perdere di vista per aver coscienza che anche l’uomo più potente è un uomo normale). Un potere privo di credibilità è un potere inutile e percepito sempre più come arbitrario. Oggi nessuno viene più educato al rispetto delle funzioni istituzionali e all’utilità della differente responsabilità dei ruoli. Lo sport nazionale è il disarcionamento che colpisce chiunque eserciti una funzione pubblica: dall’insegnante al sindaco, dal consigliere comunale al parlamentare. È percepito come un gioco nobile, ma viene condotto come un gioco sporco.
In questo quadro, la riforma della scuola proposta dal Governo è apparsa assolutamente fuori scala, incapace cioè di aggredire il cuore del problema. La scuola in Italia si regge sul lavoro, sempre più raro, delle famiglie. Quanto più un ragazzo è stato seguito dai familiari nelle scuole elementari e medie, tanto meglio se la caverà nelle scuole superiori. Quanto più ha avuto la fortuna di incontrare buoni insegnanti, tanto più ha avuto la possibilità di diventare intellettualmente autonomo in breve tempo. La scuola è essenzialmente una relazione, non un edificio o un’organizzazione. Chiunque, se messo a scegliere alternativamente tra un ottimo maestro in un edificio fatiscente o un anonimo maestro in un edificio stellare, sceglierebbe la prima opzione. I maestri sono efficaci se diventano modelli, ma la cultura italiana dominante censura la funzione educativa dell’insegnante e la derubrica a un’asettica funzione informativa. Perché? Per le ragioni di cui sopra: la tendenza al livellamento, alla distruzione di ogni distinzione, per cui progressivamente avremo studenti seduti di fronte a computer, che ascoltano format di lezioni in rete e rispondono a test. Non avremo più modelli, non avremo più maestri perché saranno tutti disarcionati e ricondotti al grigio ruolo di lettori, distinti in anziani e giovani.
La crisi dell’Italia è dunque così profonda da rendere ridicola ogni facile rassicurazione sul futuro. Bisogna accettare la fine degli assetti post-bellici, il loro esaurimento storico e morale, e pensare a una nuova costituente. Bisogna ripensare a una struttura confederale: la questione sarda e la questione meridionale sono prima di tutto questioni di sovranità; bisogna restituire prestigio alle istituzioni; bisogna investire sulla relazione tra le persone; bisogna schierarsi contro la banalizzazione di ogni cosa; bisogna rimuovere l’oblio del dolore e della morte dalla formazione delle persone; bisogna rompere l’immobilismo dei poteri contrapposti; bisogna restituire capacità di trasformazione al potere legittimato dal mandato elettorale. Ricetta difficile, ma chiara.