Quadrimestrale di cultura civile

Ripartire dal basso. Implicarsi per il bene di tutti

di Mauro Magatti, Luciano Violante / Ordinario di Sociologia generale, Università Cattolica del Sacro Cuore, Milano; Presidente emerito della Camera dei deputati

 

Giorgio Vittadini
Questo nostro incontro intende mettere a fuoco una dimensione, quella della politica che, pur in un tempo di grande impopolarità, rimane imprescindibile nella vita degli uomini. Lo spunto di discussione messo a tema è un volantino di Comunione e Liberazione uscito in occasione delle elezioni amministrative 2015 intitolato: Ripartire dal basso. Implicarsi per il bene comune. In esso si legge questa frase di don Luigi Giussani: “Una comunità cristiana autentica vive in costante rapporto con il resto degli uomini, di cui condivide totalmente i bisogni, e insieme coi quali sente i problemi. Per la profonda esperienza fraterna che in essa si sviluppa, la comunità cristiana non può non tendere ad avere una sua idea e un suo metodo d’affronto dei problemi comuni, sia pratici che teorici, da offrire come sua specifica collaborazione a tutto il resto della società in cui è situata”.
Nel volantino si parlava, da una parte, dell’importanza della politica e, dall’altra, di distanza critica rispetto a scelte di schieramento. Per illustrare questi due passaggi si sottolineava la necessità di riprendere e approfondire “dal basso” una posizione ideale che, in generale, è venuta meno per tutti, rendendo i partiti impermeabili e non più espressione di realtà di base, di associazioni e movimenti da cui provengono valori e idealità.
Così è nato il desiderio di approfondire qui questi temi, di chiederci se questa terza via – non dell’abbandono della politica, ma della ripresa della politica dalla radice ideale – non sia qualcosa di importante da re-imparare nel 2015. Ha ancora senso parlare di politica che nasce dal basso? La ripresa di uno spirito ideale significa scelta religiosa o rinascita dei partiti? Cosa vuol dire questo dopo più di vent’anni di Seconda Repubblica?
Queste domande sono al cuore della nostra preoccupazione, perché come Meeting vorremmo individuare una risposta positiva e innovativa per il futuro, non volendo ridurre il nostro impegno pubblico e d’altra parte non volendo limitarlo alla scelta di uno schieramento. Per questo abbiamo invitato due interlocutori di altissimo profilo che non hanno bisogno di presentazione. Luciano Violante, costituzionalista, è uno dei più importanti politici italiani, da anni parlamentare.  Il suo profondo spessore umano e culturale può illuminarci profondamente sul tema posto.
Insieme a lui Mauro Magatti, uno dei più importanti sociologi italiani, che insegna all’Università Cattolica di Milano, è editorialista del “Corriere della Sera”.

Luciano Violante
Inizierei con alcune distinzioni che aiutano a chiarire ciò di cui dobbiamo parlare. La prima è tra politica e partiti che, in genere, nella conversazione comune, sono assimilati. In realtà i partiti sono uno strumento della politica, ma non esauriscono la politica, la politica possono farla anche i cittadini al di fuori dei partiti, grandi soggetti industriali, il Vaticano, soprattutto nel passato. La politica è una visione della polis, che ad Atene era la città, nell’età contemporanea è la comunità nazionale, un complesso di decisioni e di azioni utili a raggiungere determinati obiettivi che sono quelli che corrispondono alla visione della polis. Il partito è una organizzazione che può avere molte facce, dal partito comunità degli anni da cinquanta a ottanta del secolo scorso al partito carismatico dei nostri anni. Il partito ha l’ambizione di offrire una casa a coloro che hanno la stessa visione del mondo, gli stessi ideali e i interessi tra loro compatibili.
La politica ha due dimensioni: una dimensione di potere e una dimensione di servizio, sono due cose distinte.
Quando si parla di crisi della politica credo che si faccia riferimento alla dimensione del servizio, perché la dimensione del potere è, invece, fortemente presente; anzi, io credo che abbia ragione quel costituzionalista, Cesare Pinelli, secondo il quale oggi c’è una partitocrazia senza partiti. Oggi il partito politico come comunità non c’è, ma certamente c’è un grande potere dei partiti sulla vita dei cittadini, sull’organizzazione pubblica, sulla vita economica. Quindi si è persa, o si è fortemente indebolita, la dimensione del servizio nei confronti della comunità e si è invece potenziata nel tempo la dimensione del potere. È questa la situazione nella quale ci troviamo.
È chiaro che nessun miglioramento della politica può avvenire se non c’è un impegno dei cittadini; credo che tutti siamo indotti a vedere la politica come un mondo distante da noi, senza canali di comunicazione. Innanzitutto, è proprio vero? Da quando mancano i canali di comunicazione tra politica e società?
Da quanto tempo un partito politico non fa un convegno sulla cultura italiana? Eppure abbiamo registi che fanno dei bellissimi film sull’Italia, scrittori che scrivono romanzi interessanti e importanti su quello che sta accadendo nella società. Perché non c’è nessun rapporto con la politica?
Io credo che l’inizio del la rottura del rapporto tra partiti e società possa collocarsi sostanzialmente all’epoca del compromesso storico e dell’unità nazionale. C’erano fenomeni nuovi che nascevano nella società, come l’ambientalismo e i partiti erano industrialisti; il femminismo e i partiti erano bigotti; il terribile fenomeno del terrorismo. L’unico uomo politico che cercò di capirne le cause fu Aldo Moro in un famoso discorso che tenne a Napoli e che da quei terroristi che egli cercava di capire fu ucciso.
Di fronte ai fenomeni nuovi che emergono, la risposta non è il tentativo di capire ciò che accade nella società, ma piuttosto il chiudersi nel circuito della politica. Con l’effetto di avviare un processo di statalizzazione dei partiti politici, dai partiti-società ai partiti-stato.
Forse il compromesso storico era necessario, io stesso ne sono stato un sostenitore, però guardando le cose dal punto di vista di oggi, possiamo dire che la conseguenza è stata un progressivo allontanamento dalla società. Allora i due maggiori partiti, Dc e PCI, coprivano circa il 65-70% dell’elettorato italiano e, forse, potevano permettersi di non tenere conto delle conseguenze. Il punto di arrivo di questo processo di allontanamento probabilmente è stata la legge elettorale, quella che dà il nome del suo sostenitore, l’ex ministro Calderoli, che – avendo sostituito alla elezione da parte dei cittadini la cooptazione dei parlamentari da parte dei gruppi dirigenti dei partiti– ha sostanzialmente dato un colpo d’ascia finale al rapporto tra società e politica.
Oggi, all’interno della società e della politica, si sta verificando un processo che io chiamo di “caporalizzazione”. Ciò che manca ai partiti e alla vita politica è la comunità, cioè persone legate da reciproca affezione, che hanno gli stessi valori ideali e che discutono insieme di problemi che riguardano il futuro del proprio Paese e cercano di intervenire per realizzare i propri obiettivi. Questa comunità non c’è più, si è sciolta e le relazioni di carattere orizzontale tra persone che appartenevano alla stessa forza politica, allo stesso partito, si sono trasformate in relazioni di carattere verticale. Questa fortissima personalizzazione ha portato a rapporti di comando di carattere verticale all’interno della politica, il che naturalmente impoverisce il dibattito, lo rende sterile e soprattutto fa venire meno il rapporto con i cittadini.
In realtà un tentativo di riprendere in mano il rapporto con i cittadini sono le elezioni primarie, anche se sono più che altro una finta partecipazione; infatti la partecipazione non è votare una volta ogni sei mesi, ma poter discutere, potersi confrontare, poter incidere sulle scelte che fa il governo, che fanno gli uomini, che fanno le donne che hanno responsabilità di questo tipo. La parte relativa al confronto è venuta meno e non basta l’idea di partecipare votando: si partecipa discutendo, incidendo, confrontandosi, guardando negli occhi le persone. Il rapporto con le persone è stato sostituito dal rapporto televisivo ma non è la stessa cosa! Per costruire rapporti politici, vincoli politici l’umanità è necessaria, è indispensabile guardare negli occhi le persone. Guardandosi in faccia accade qualcosa: innanzitutto si capisce se quello che stai dicendo è compreso, se gli altri sono d’accordo o no. Credo che anche chi parla impari qualcosa ( a me è capitato quasi sempre): è una forma di pedagogia reciproca. Questo meccanismo si è rotto, perché la comunicazione attraverso la tv, il dibattito televisivo, che non a caso è in crisi di ascolti, tagliano via questa possibilità.
In particolare, all’interno della società, è da tempo in corso un processo di banalizzazione.
Una volta chi studiava diritto penale all’Università di Bari portava un manuale di diritto penale e un libro di Aldo Moro che era scritto un terzo in tedesco e il resto in italiano. Un mio collega di università, che poi ha fatto l’amministratore delegato di grosse multinazionali straniere, mi propose di fare una sintesi del libro di Moro e di venderla: io avrei scritto la sintesi e lui avrebbe pensato a venderla. Dal punto di vista del business fu un successo, ci comprammo la macchina sia lui che io. Quando diventai assistente, dopo circa un anno, l’usciere mi chiamò e mi disse: “Dottore, il presidente Moro la cerca”.
Io andai e lui mi disse: “Dottore, non so se lei sa, io non prendo diritti sui miei libri” e io gli risposi che non lo sapevo ma lo apprezzavo. “Ecco, però volevo dirle che il mio editore dice che da tre anni nessuno compra più Unità e pluralità di reati”, cioè il libro di cui avevo fatto la sintesi. Naturalmente capii dove si andava a parare e dissi: “Guardi, professore, abbiamo fatto una sintesi, il libro è un po’ difficile… anche perché ci sono molte parti in tedesco e non tutti lo conoscono…”.
“No, non è questo che mi preoccupa, ma mi permetta di consegnarle un insegnamento: bisogna distinguere tra semplificare e banalizzare. Chi semplifica toglie consapevolmente il superfluo, chi banalizza toglie inconsapevolmente l’essenziale”. Temetti di avere banalizzato. Ma lo ringraziai ed è un insegnamento che a distanza di più cinquant’anni conservo molto vivo nella mente.
Quando parlo di banalizzazione intendo, innanzitutto, un meccanismo per il quale la misura di molte cose è l’istante, quello che accade in quel momento. I 140 caratteri di Twitter, il messaggio su Facebook, sono cose che vengono bruciate da quello che accade un minuto dopo e così, ugualmente, la riflessione politica di medio e lungo periodo non sembra avere oggi cittadinanza nel nostro Paese. Il tempo è l’istante. La politica è ridotta a evento.
La popolarità ha sostituito la fama; uno può essere popolare nel bene o nel male, ciò che importa è la stima, ma oggi non si misura la stima, si misura la popolarità. Il segno è venuto a sostituire il significato, anche se la cosa importante è il significato delle cose, non il segno. Tutte queste cose hanno creato un processo che io chiamo di banalizzazione nella società.
Neil Postman, sociologo statunitense, dice: “Quando una popolazione è distratta da cose superficiali, quando la vita culturale è diventata un eterno circo di divertimenti, quando ogni serio discorso pubblico si trasforma in un balbettio infantile, quando, in breve, un intero popolo si trasforma in spettatore e ogni affare pubblico in vaudeville, allora la nazione è in pericolo; la morte della cultura è chiaramente un pericolo…” (N. Postman, Divertirsi da morire, Marsilio, Venezia 2008).
Credo questa affermazione faccia capire bene il rischio che può correre il nostro Paese; lo dico perché la questione dell’“impegnarsi dal basso” tocca proprio questo problema. Non c’è possibilità di una riforma della politica se i cittadini non cominciano a smettere di essere spettatori e cominciano a essere attori. Solo i regimi totalitari chiedono ai cittadini di essere spettatori, mentre i regimi democratici hanno assoluto bisogno che il cittadino sia un soggetto che pensa, che riflette, che interviene.
Uno dei problemi più gravi che abbiamo in questo periodo è la delegittimazione dei corpi intermedi, gli organismi che stanno tra società e Stato e che sono tra quelli che costruiscono unità nel Paese. Il dramma è che se liquidiamo i corpi intermedi legali, restano i corpi intermedi illegali: mafia, camorra… che fanno un’opera di intermediazione, corrompendo le strutture pubbliche e opprimendo i soggetti privati. Quindi bisogna stare molto attenti perché, se vogliamo ricostruire unità nel nostro Paese, i corpi intermedi – depurati dagli errori che hanno fatto – sono indispensabili; nessuna democrazia si può reggere sul rapporto diretto tra il leader e i cittadini, che diventa solo alternativa tra l’applauso o la contestazione. In questa situazione ci sono, innanzitutto, due “malattie” da curare: l’antipolitica e il populismo.
L’antipolitica è pensare che la politica sia tutto un male, tutta sbagliata. In realtà, accanto a gravi fenomeni di corruzione e di incapacità, c’è tanta gente per bene: sindaci, amministratori, consiglieri comunali, parlamentari. Chi è saggio, chi guarda con attenzione a cosa succede attorno a sé, deve distinguere continuamente tra il bene e il male, tra ciò che va e ciò che non va, dobbiamo avere una visione che sia sempre in grado di distinguere gli uni dagli altri, guai a mettere tutti sullo stesso piano.
Il secondo tipo di “malattia” del mondo politico è il populismo. Intendo con questo termine il fare scelte che non servono dal punto di vista del futuro del Paese, ma solleticano una tendenza che si sa presente nell’opinione pubblica. Faccio due esempi: la legge Severino (meglio: i decreti delegati per i quali la professoressa Severino non ha alcuna responsabilità) che stabilisce quali sono i requisiti che deve avere chi deve essere candidato alle elezioni e impedisce che chi ha avuto condanne sia candidato alle elezioni. Ma c’era bisogno di una legge per questo? Non possono essere i partiti politici a fare questa selezione mentre compongono le liste elettorali? È un’apparenza di virtù. Si appare virtuosi però, in realtà, si scarica la responsabilità della scelta fuori di sé: saranno i magistrati a stabilire chi deve stare in lista e chi no.
Il secondo esempio riguarda una norma che stabilisce che i pensionati non possono far parte dei consigli di amministrazione di società a partecipazioni pubbliche; poi ne sono stati messi quattro nel consiglio di amministrazione della RAI, accorgendosene solo dopo un po’ e non sapendo come fare a risolvere la situazione. C’era bisogno di fare una legge per questo? Chi nomina i componenti del consiglio di amministrazione delle partecipate sono autorità di governo, quindi in grado di non mettere i pensionati...
La politica diventa autorevole se si assume le responsabilità delle proprie scelte, non quando sposta fuori di sé scelte che spetterebbero a lei, scaricandole su altri.
Resta sempre, inoltre, il problema del potere che é parte della politica, ma va bene solo se si accompagna al servizio, altrimenti viene meno la credibilità delle decisioni politiche.
Credo che da queste due malattie ci si debba curare e penso che, innanzitutto, ci sia un problema di conoscenza. Ad esempio: i ragazzi nati nel 1988, nel 1990 o intorno a quegli anni, non hanno un luogo in cui imparare che cos’è accaduto nella vicenda italiana degli ultimi 30 anni. Non lo fanno a scuola perché non arriva fino a quegli anni; all’università nessuna facoltà dà una visione di quello che ha fatto sì che il mondo di oggi sia come è fatto. Mi permetto di dire che bisognerebbe porsi il problema di dare gli elementi di conoscenza – politica, non partitica – della storia del nostro Paese, alle generazioni future e a quelle che da qui a 5, 6, 7 anni saranno classe dirigente nel nostro Paese.
Questo credo sia un aspetto importante del problema della conoscenza.
Il secondo aspetto è fare comunità. Cominciare a fare comunità nella società. Cominciamo a stare insieme, discutere insieme degli obiettivi generali del nostro Paese. Che cos’è l’Italia, dove deve andare, che cosa deve costruire, come bisogna affrontare determinati problemi. Molto spesso i giornali, i mezzi di comunicazione ci danno visioni fortemente ideologizzate, contrapposte, che non risolvono il problema della conoscenza; risolvono semmai il problema della collocazione rispetto al fenomeno: io sto con Tizio, io sto con Caio, c’è forse la carriera, ma non c’é la conoscenza.
Io credo che dare, creare conoscenza e fare in modo di superare letture puramente ideologiche di quello che accade nella società sia davvero importante.
Dobbiamo, infine, ritrovare la memoria, che è fondamentale per l’identità, per l’appartenenza, per sapere chi si è. Eppure intorno a noi vediamo che c’è una permanente distruzione di memoria.
Io sono d’accordo con la rottamazione di Renzi, con il salto generazionale in politica. Io mi sono rottamato da solo nel 2008 perché era giusto così dopo 30 anni di vita parlamentare. Ma la politica è fatta anche di sapienza, della capacità di mettere insieme la conoscenza delle categorie generali e l’esperienza pratica. Come si fa con le generazioni più giovani che si sono affacciate meritoriamente sulla scena politica? E che del passato hanno una visione tutta negativa, fondata sulla ignoranza della storia della Repubblica? Io credo che conoscenza e memoria siano problemi molto importanti tanto per la vita politica, quanto per la società nella quale viviamo. Se dovessimo dire in che termini si può riallacciare un rapporto tra le generazioni, credo che dovremmo riflettere e proporre meccanismi ulteriori e maggiori di partecipazione dei cittadini alla vita pubblica. Oggi i mezzi sono il referendum (ma il referendum è abbastanza complicato di per sé, a parte che può soltanto cancellare, non può proporre) e le leggi di iniziativa popolare ( la riforma adesso stabilisce che il Parlamento ha l’obbligo di prenderle in esame).
Insomma conoscenza, memoria, comunità, partecipazione, queste sono le quattro strade attraverso le quali forse si può cercare di rispondere all’interrogativo da cui abbiamo iniziato.

Mauro Magatti
“Ripartire dal basso” è un tema classico per la riflessione politica e io tenterò di proporvi una breve riflessione. Provando a intrecciare i due piani perché, quando si parla di questi argomenti da noi in Italia è sempre necessario un po’ distinguere. Ci sono delle questioni che riguardano questo tempo – il ventunesimo secolo, l’epoca che viviamo – e che ritroviamo negli Stati Uniti, in Germania, in Inghilterra, in Francia; ci sono poi questioni che riguardano il nostro Paese. Spesso i nostri ragionamenti confondono questi due piani e alla fine non si capisce più di che cosa si sta parlando; proverò in maniera molto semplice a fare questo tipo di intreccio.
Il volantino da cui siamo partiti, diffuso qualche mese fa, va collocato temporalmente. Io insisto nel dire che, in particolare dopo la crisi del 2008, siamo entrati in una stagione storica nuova; con la crisi del 2008 è iniziato il ventunesimo secolo.
L’immagine che ho è che con il 1989 si chiude il ventesimo secolo, dopo di che abbiamo venti anni, dal 1989 al 2008, di grande espansione, di globalizzazione e con il 2008 una brusca interruzione. Entriamo in un’epoca storica in cui la politica, sia nelle sue forme organizzative (la crisi dei partiti, la comunicazione tra i leader e gli elettori, le istituzioni, pensate all’Europa), sia nei rapporti di forza internazionali, vede un gioco a tutto campo. E, come sempre è stato anche prima di noi, navighiamo un mare di cui non abbiamo mappe precise.
Abbiamo parlato di “caporalizzazione”, un’espressione molto forte a proposito dei partiti, ma potremmo utilizzare questo termine per descrivere tanti elementi della vita sociale.
Guardando le democrazie occidentali e la crisi dell’alternanza che resiste forse solo negli Stati Uniti, mi sembra di vedere un fortino delle istituzioni, di quello che rimane della democrazia del ventesimo secolo che cerca di affrontare la quantità di questioni che questa società ribollente ci butta addosso. Un fortino circondato da populismi, fondamentalismi o simili, che stringono l’assedio sperando o immaginando di poterlo espugnare e di farne poi chissà che cosa. Siamo in un momento in cui la questione politica è grave; da una parte c’è il regno delle tecnocrazie, di questo sistema finanziario che sembra disinteressarsi dei popoli, dei radicamenti, delle comunità e dall’altra parte c’è la reazione populistica, fondamentalista.
All’inizio del ventunesimo secolo dobbiamo tornare a porci la domanda: qual è il futuro delle democrazie in questo nuovo mondo che stiamo costruendo? Perché è di questo che parliamo quando diciamo “ripartire dal basso”, dobbiamo porre la questione in modo radicale; pur con quello stordimento di per cui tutti noi, non solo il generico cittadino, facciamo fatica a capire cosa voglia dire oggi fare politica. Leggendo i giornali quando si parla di politica nasce non solo un senso di rifiuto, ma la domanda di cosa c’entra tutto questo discutere con i problemi che riguardano la vita delle persone. La politica è in campo assolutamente, non è mai stata fuori campo. Se uno guarda gli Stati Uniti, la Germania nei confronti dell’Europa, se uno guarda la Russia, la Cina, la politica su scala internazionale è assolutamente in campo, non è che non ci sia. Il rischio è che, per quanto riguarda noi in particolare, siamo fuori da un gioco.
L’Italia vive da molto tempo un disallineamento rispetto alla storia. Dopo l’esaurimento della Prima Repubblica, la cosiddetta Seconda Repubblica non è stata capace di aiutare il Paese ad affrontare le sfide che venivano dalla globalizzazione, dalle profonde trasformazioni. In questo contesto, la società italiana stenta, da molto tempo, a riconoscere le sfide che ha davanti e a trovare un bene comune prima di dividersi tra una parte e un’altra, una bene comune che è appunto lo stare dentro la fase storica con qualcosa di originale.
È come se noi, da qualche decennio, non sapessimo più dire che cosa l’Italia ha da dare al mondo, in che senso possiamo contribuire, qual è la nostra caratteristica, la nostra specificità, ciò che ci rende interessanti, unici. Oscilliamo tra il correre dietro agli altri – perché, essendo in difficoltà, ci confrontiamo con altri Paesi, con altre società e constatiamo i nostri ritardi e l’unica cosa che ci viene da dire è: “Dobbiamo diventare come la Germania, la Francia, gli Stati Uniti, l’Inghilterra”, ma non ci riusciremo mai – e dall’altra parte la giustificazione dei vizi peggiori della società italiana.
In questi mesi abbiamo avuto una spinta con un nuovo governo, un Primo Ministro giovane che cerca di rianimare un Paese in difficoltà, così abbiamo, da una parte, una stagione nuova, molto dinamica, che ha molta potenza, e dall’altra parte abbiamo un Paese che, da molto tempo, è in grande affanno perché non riesce ad essere all’altezza, a capire qual è la sfida storica e a dare qualche tipo di risposta a ciò che la storia ci propone.
In una stagione come quella che ho accennato, una nuova epoca, pensiamo all’Europa che non nasce perché non riusciamo a fare un passo al di là dello Stato nazionale classico. Quindi da una parte un’epoca storica che ci chiederebbe una creatività, una visione, e dall’altra parte un Paese che si trascina da tempo. A me piace rappresentare una circolarità tra una dimensione dal basso di gruppi, di movimenti, di territori, dell’iniziativa personale e il piano delle istituzioni. C’è una circolarità che, naturalmente, in qualche modo, bisogna riuscire a innestare, che può produrre circoli virtuosi, o può invece avvitarsi, come ahimè succede da tempo in Italia, in circoli viziosi. Parlo di circolarità perché la democrazia è quel sistema di regole che ci può aiutare a non far debordare la spinta che viene dalla nostra stessa capacità di azione e che poi porta al potere. Ma, allo stesso tempo, è del tutto evidente che la democrazie e le sue istituzioni non vengono dall’alto, come spesso sembra che noi, nel nostro Paese in particolare, aspettiamo.
Le istituzioni, dappertutto, ma soprattutto in un Paese a tradizione cattolica, vengono anche costruite dal basso. La società civile ha la capacità di costruire le istituzioni, quei mattoni con cui poi le istituzioni possono essere organizzate, strutturate. La maggior parte delle istituzioni moderne e contemporanee sono state costruite con un enorme lavorio dal basso. Faccio degli esempi molto banali: gli ospedali, le università, le casse mutue, le banche; la società civile ha sempre avuto la capacità di creare quegli artefatti su cui poi la vita politica si è potuta strutturare e gli artefatti che poi rendono possibile un’esperienza di partecipazione.
Credo che in quest’epoca noi abbiamo bisogno di costruire nuove esperienze istituenti. E le nuove esperienze istituenti nascono dall’iniziativa della mitica società civile, cioè dal fatto che cittadini responsabili, di fronte a dei problemi che le istituzioni, soprattutto in questo Paese, non riescono ad aggredire, cominciano ad affrontarli e, in qualche modo, danno anche il “la” all’intervento delle istituzioni. In altri casi accadrà il contrario: saranno prima le istituzioni a creare il solco dentro cui potranno nascere delle esperienze dal basso. Per questo parlavo di circolarità; senza contributo di responsabilità, senza questo contributo di costruzione, le democrazie non reggono, o meglio, le democrazie riescono a reggere avendo meno bisogno di questo processo, che comunque è necessario, laddove sono in grado di condividere se non altro un discorso, una narrazione, uno stile di stare insieme che poi è la precondizione per formare le classi dirigenti. Ed è quello che nel nostro Paese drammaticamente manca. Per cui, da una parte il tema è “dal basso”, se non c’è una spinta da parte dei soggetti sociali nel cominciare a mettere lì dei pezzi di nuove istituzioni, non ce la facciamo.
Dal 2008 è successo di tutto in Europa: rapporti tra Stati, crisi, incapacità di affrontare il problema, ma non si è vista la società civile europea. E il fatto che dopo questa crisi non si sia risvegliato un briciolo di società civile è veramente preoccupante. Dove sono stati i soggetti sociali che si sono mossi, in termini di solidarietà, rispetto alla crisi greca?
Noi abbiamo un problema storico di inadeguatezza, certo delle istituzioni, ma anche di comprensione di noi cittadini rispetto alle nostre responsabilità e, guardate che, laddove le democrazie stanno funzionando, ad esempio la Germania e – relativamente e con molti difetti – gli Stati Uniti, il senso politico – che può riguardare l’essere imprenditore, che può riguardare essere professore in una scuola, che può riguardare essere amministratore di un ospedale – è molto più diffuso di come lo pensiamo noi. Le società che hanno questo senso politico della responsabilità, del dare il proprio contributo al bene comune, sono quelle che, in questa fase, più o meno riescono a tenere.
Se si perde questo contributo dal basso, non ce la fa nessuno; nessuno è in grado di tenere una società che perde questo senso. Quindi, in un’epoca come questa, che si debba ripartire dal basso non è un invito retorico, è quello che è successo storicamente sempre nelle fasi di transizione.
L’ultimissima riflessione riguarda il caso dell’Italia. Se l’Italia – dopo la conclusione non particolarmente gloriosa della Prima Repubblica – non è riuscita più a ritrovarsi, è perché con la conclusione dell’esperienza massiccia dei cattolici in politica, non ha saputo più dire chi è. Nel nostro Paese a tradizione cattolica, questa tradizione è debole, non è capace di assumersi la responsabilità di aiutare il Paese a ritrovare se stesso, non riesce a giocarsi in prima persona e il Paese non ce la può fare. Non ce la può fare weberianamente, perché i Paesi hanno della basi culturali cui stanno dietro delle basi religiose e penso che una responsabilità per la crisi dell’Italia ce l’abbiamo noi cattolici, per la nostra inadeguatezza nella comprensione di quello che l’ultima stagione della modernità ha portato, in termini di comprensione e in termini di proposta istituente. L’Italia senza questo contributo non ce la fa.
Ad esempio il tema dei migranti, è un tema storico per il quale è necessaria una visione politica ma anche una società che di questo “problema” ne faccia una risorsa. E chi se non i cattolici d’Italia potrebbe giocare un ruolo formidabile, prima delle istituzioni? Il tema dell’accoglienza e dell’ospitalità, di un integrazione sensata, potrebbe mettere in gioco il meglio della nostra tradizione. La responsabilità di una presenza cattolica è quella di chiedere un’azione politica ma, intanto, di fare gli esploratori. Il basso che io mi immagino si fa carico responsabilmente delle questioni che ci interpellano come persone, che comincia a mettere lì delle risposte, che attiva delle relazioni, dei legami, delle comunicazioni, delle comunità e in questo modo crea anche la possibilità per una azione politica più efficace rispetto a problemi che certamente senza la politica non si possono affrontare.

Vittadini
Focalizziamoci adesso sui corpi intermedi: in che cosa deve cambiare la società civile per riuscire a esprimere la sua forza, il suo orientamento, tenendo conto sia della crisi dei corpi intermedi di cui parlava Violante e sia dell’atrofizzazione di uno dei suoi principali promotori, il mondo cattolico. Voi pensate che sia ancora possibile un percorso virtuoso della società italiana per iniziativa dei corpi intermedi come fu all’origine della Repubblica, dopo il 1945?

Violante
Io credo che le cose possano e debbano cambiare, ma questo può accadere solo se si ha fiducia.
C’è un pezzo del diario di Benedetto Croce dell’8 settembre del 1943 che dice: “Sono stato sveglio per alcune ore, tra le due e le cinque di notte, sempre fisso nel pensiero che tutto quanto le generazioni italiane avevano da un secolo a questa parte costruito, politicamente, economicamente e moralmente, è distrutto irrimediabilmente”.
Contemporaneamente a queste parole di Croce, alcune centinaia di giovani italiani, che non avevano studiato Hegel, prendevano le armi e incominciavano la battaglia per liberare l’Italia dal nazismo e fascismo; c’era chi aveva fiducia e chi non ne aveva. La storia ha poi dato ragione a quelli che avevano fiducia.
Vi faccio altri due esempi. C’è stata una fase degli anni del terrorismo in cui c’era un morto assassinato al giorno, agenti di polizia, magistrati, giornalisti, e così via; se uno si fosse fermato e avesse detto: “Non ce la facciamo!”, a che punto saremmo? Ci sono state persone che si sono impegnate, hanno lottato, hanno combattuto e abbiamo vinto nella legalità. Quando è stato ucciso il generale Dalla Chiesa, fu messo un cartello che diceva: “Qui finisce la speranza dei palermitani onesti”. Poi ci furono altre stragi: Capaci, via D’Amelio; dopo queste due stragi, se andiamo con lo spirito di ciascuno di noi a quei tempi, si pensava davvero che saremmo riusciti a prendere tutti i capi della mafia. Tutto questo è costato sacrifici, rischi, pericoli, persone sono state uccise, anche uomini che nessuno conosce, quanti di noi ricordano e nomi dei poliziotti di Falcone e Borsellino uccisi con loro? Eppure nonostante questo sono tanti quelli che continuano a fare quel lavoro con rischio, perché hanno fiducia ed è una cosa fondamentale: sapere che ci può essere un futuro diverso da quello attuale, migliore di quello attuale e tu puoi essere parte della costruzione di questo futuro.
Io penso che questo sia un punto assolutamente importante; non sono cattolico anche se rispetto molto i cattolici, li seguo molto attentamente e la speranza e la fiducia sono propri della cultura cattolica.
Fiducia non vuol dire uno stupido esercizio di buonismo, ma guardare alle cose positive che ci sono. Girando al Meeting ho visto una grande capacità positiva. Imprenditori che fanno scuola perché i giovani imparino una professione nuova, oppure ragazzi che si esercitano nello spiegare le mostre, imparando cose che magari non servono oggi. Lo fanno perché hanno fiducia.
Credo che anche nei confronti dei corpi intermedi bisogna manifestare fiducia e sollecitazione al cambiamento, al mutamento, al taglio delle cose che non vanno e così via. Se li schiacciamo sul muro del disprezzo, se si eliminano questi corpi intermedi, davvero la democrazia sarà più salda? Al limite avremo un po’ più di populismo, ma un raccordo forte tra società e istituzioni politiche non credo che ci sarà.
Dobbiamo risvegliare fiducia, guardare alle cose positive, osservare quanti ostacoli, difficoltà abbiamo superato. E devo dire che molte di queste cose siamo riusciti a farle grazie all’azione dei corpi intermedi – parlo dei sindacati, dei partiti, di tante cose del nostro Paese, parlo del grande ruolo pedagogico e educativo che ha avuto la Chiesa, che non è certamente un corpo intermedio – all’interno del nostro Paese.
Sicuramente bisogna avere anche davanti un’idea di Italia: cosa deve fare? Dove deve andare? Per esempio rispetto alle questioni del Mezzogiorno. Saper guardare dentro le cose e discernere il buono dal cattivo e valorizzare le cose positive che ci sono e isolare quelle cattive: io credo che sia un’azione da fare. Certo è molto facile dire: niente funziona, ma è sbagliato, perché non è così, non staremmo dove siamo se fosse così. La società, i cittadini, i corpi intermedi, devono proiettarsi in una dimensione nella quale si è capaci di distinguere ciò che va da ciò che non va. E dare la massima forza e il massimo riconoscimento possibile a tutti quelli che costruiscono. Questa credo sia la strada che abbiamo davanti.
Il Paese va avanti se accanto alla segnalazione delle cose che non vanno, c’è un soggetto, una forza politica, della società, un corpo intermedio, un gruppo, chiamatelo come volete, che dice: sì, c’è questo che non va, però guardate c’è anche questo, c’è gente che sacrifica, che lavora, che si sforza.
A me sembra che avere la capacità di suscitare fiducia, di riconoscere il positivo, separandolo dal negativo, e di proiettare tutto questo verso un’idea del Paese che lasceremo alle generazioni dopo di noi, sia una delle chiavi principali per lasciarci alle spalle le cose che non ci piacciono del nostro tempo.

Magatti
Prima Violante ha usato la parola “servizio”, che viene dal latino “serbare”, si serve qualche cosa che si desidera far durare, che si ama e che appunto si serve perché si vuole che continui.
Le società che non riescono a produrre prosperità, sono quelle in cui le istituzioni, intese in senso lato, sono estrattive, cioè estraggono le risorse prodotte dalla società, se ne appropriano impoverendo la società e dunque certamente non le servono, ma le dominano.
Quando parliamo di corpi intermedi oggi bisogna dire che sono quei soggetti istituenti che spesso sono diventati loro stessi, come tante volte i partiti, istituzioni estrattive, in cui ci sono state classi dirigenti – senza naturalmente fare di tutta l’erba un fascio – che si sono impossessate delle risorse prodotte dai cittadini, dalle imprese e dai territori.
In Italia abbiamo un problema con i corpi intermedi, dobbiamo riconoscere che c’è come una malattia fondamentalmente legata alla scarsa circolazione dell’élite che incancrenisce la società italiana. S stiamo vivendo una stagione in cui nuovi corpi intermedi sono necessari per fare quel salto che a me sembra richiesto, sollecitato, anche se tutt’altro che facilmente realizzato come esito di questa crisi.
Dopo la stagione degli anni Sessanta/Settanta in cui abbiamo vissuto la società dei consumi, abbiamo avuto la stagione della finanziarizzazione che si è interrotta come si è interrotta; oggi navighiamo nel mare complesso della globalizzazione. Dobbiamo andare al di là della società dei consumi, superando come società occidentali l’idea che semplicemente i consumi producono ancora crescita, perché non è più vero. Il nostro futuro è legato al produrre valore, cioè un valore economico di senso, di legame, di bellezza, un valore di stare insieme, ambientale. Le società che sanno produrre valore attraverso un rinnovato patto politico e una maggiore partecipazione sono le società del futuro. Per esempio nel campo del lavoro, dell’economia i nuovi corpi intermedi saranno le imprese che si concepiscono sempre più come delle istituzioni, cioè non solo come degli attori economici che realizzano un profitto, ma che sanno che stanno facendo qualcos’altro, stanno producendo un valore, che sono capaci di stabilire un’alleanza con i loro dipendenti e che hanno bisogno di sindacati che sono capaci di negoziare, nella diversità dei ruoli, una partecipazione e una produzione di valore. Oppure nel caso della scuola, essa è un luogo fondamentale per qualunque società che vuole produrre valore perché bisogna formare uomini e poi cittadini, persone, che siano all’altezza delle sfide che sono in campo.
Le scuole oggi non possono essere semplicemente appaltate al corpo dei docenti, al Ministero della Pubblica Istruzione, non potranno essere quello che devono essere se non vedranno in forme nuove la capacità di partecipazione di comunità, di cittadinanza.
Bisogna realizzare il welfare di comunità, in cui si impara e si capisce che si è legati ad altri e che il fermarti per dare risposta a un bisogno non è contro la crescita economica, ma, anzi, equilibra la crescita economica e ci permette di riconoscerci dentro delle comunità.
Pensiamo, infine, al grande potenziale della rete che può essere una grande risorsa dentro cui far nascere nuovi legami e nuovi rapporti, come ad esempio le street communities, forme tradizionali di vicinato che spesso utilizzano la rete per ristabilire delle relazioni che fatichiamo a mantenere vive. I nuovi corpi intermedi non sono esattamente quelli che abbiamo ereditato dal Novecento; forse ne saranno figli.
In questa società post-consumerista, in cui il senso della contribuzione – a me piace parlare di generatività –, il senso del nostro mettere al mondo, il senso del nostro contribuire come cittadini, credo sarà il punto di forza di una democrazia avanzata. La nostra è un’epoca di gravissima crisi, ci sono dei pericoli enormi davanti a noi, ma anche un momento in cui questa spinta che deve venire dal basso serve per rimodellare le forme del nostro stare insieme, sia le forme politiche sia le forme del nostro associarci.

Vittadini
Ringrazio i relatori perché l’incontro è stato ricchissimo e ha mostrato, da una parte, come il tema della ripartenza “dal basso” sia tutt’altro che scontato, ma dall’altra ci ha dato speranza, per la fiducia da loro espressa nella possibilità che la politica produca ancora valore. Credo che il compito che queste considerazioni ci assegnano è quello di non guardare al passato, ma di immedesimarci in una nuova prospettiva che aiuti ad essere propositivi e costruttivi.
Finisco riprendendo due frasi del volantino da cui abbiamo iniziato: “Ciascuno metta a disposizione di tutti la sua visione e il suo modo di vivere. Questa condivisione ci farà incontrare a partire dall’esperienza reale di ciascuno e non da stereotipi ideologici che rendono impossibile il dialogo’ (Julián Carrón, Corriere della Sera, 13 febbraio 2015). Perché c’è bisogno di nuovi soggetti capaci di esprimere una coscienza adeguata dell’umano, di ciò che è essenziale alla realizzazione dei singoli e del popolo. Ma questo impegno non può essere demandato alla sola politica, da un rapporto adeguato con la realtà”.
Noi vogliamo luoghi che sostengano la fiducia, in cui coltivare valori, che aiutino a riprendere il senso del servizio a tutta la società. Penso che dalle riflessioni emerse oggi sul tema della politica, luoghi del genere non possano che essere caratterizzati da apertura e condivisione, senza i quali difficilmente i corpi intermedi possano diventare efficaci fattori di costruzione sociale.

L’incontro si è svolto a Rimini il 21 agosto 2015 nell’ambito del Meeting per l’amicizia fra i popoli.