Sino alla prima metà del secolo scorso, “impresa multinazionale” (IMN) era sinonimo di una grande impresa alla ricerca di controllo sulle risorse naturali, attraverso processi di integrazione verticale (si pensi alle grandi compagnie petrolifere) o intenta a conquistare i mercati, attraverso l’uso di vantaggi competitivi proprietari (tecnologia, management, dimensione, ecc.) e la duplicazione, in più Paesi, delle strutture originarie della casa-madre. Nei decenni successivi si è assistito a due trasformazioni importanti, favorite da un contesto economico internazionale sempre più integrato, grazie all’abbattimento dei costi di trasporto e di comunicazione e di numerose barriere economiche, tecniche, istituzionali e culturali tra Paesi: in primo luogo, la soglia dimensionale che abilita alla crescita all’estero si è ridotta drasticamente, facilitando l’emergere di un primo consistente insieme di “piccole e medie multinazionali”. In secondo luogo, le IMN hanno aumentato la propria mobilità e la capacità di coordinamento delle proprie attività “spalmate” sul territorio, trasformandosi in organizzazioni capaci di ottimizzare l’intera catena del valore su scala sovranazionale. Sempre più spesso oggi le scelte di insediamento delle imprese avvengono su scala planetaria, secondo schemi in cui si combinano delocalizzazioni e integrazioni di singole fasi della produzione e funzioni aziendali, guidate dalla ricerca di efficienza e di eccellenza internazionale e sorrette da nuovi metodi di coordinamento che superano distanze, confini e barriere nazionali.
Le varie ricerche promosse a partire dagli anni Ottanta prima dal CNEL e ora da ICE-Agenzia sull’internazionalizzazione delle nostre imprese evidenziano come proprio il forte allargamento del club degli investitori all’estero possa essere considerato il tratto caratterizzante dell’Italia Multinazionale dagli anni Novanta a oggi: il numero delle imprese italiane che vantano una o più attività operative all’estero (produttive, commerciali, di servizio) è più che decuplicato nel breve volgere di cinque lustri e si avvicina ormai alla soglia delle 10mila unità, di cui il 90 per cento è costituito da piccole e medie imprese (PMI). Ciò nonostante, la proiezione multinazionale delle imprese italiane è, ancora oggi, assai inferiore a quella degli altri grandi Paesi europei nostri competitor; in aggiunta a ciò, l’analisi della distribuzione geografica degli IDE italiani rivela il persistere di un gap di globalità a carico delle nostre imprese: se si esce dallo spazio di “naturale” storico ispessimento delle nostre relazioni economiche, politiche e culturali (l’Europa e il bacino del Mediterraneo), la presenza diretta delle nostre imprese, comparativamente alle dinamiche dei processi di integrazione internazionale che si stanno verificando su larga scala, rimane modesta: ciò vale sia per grandi aree industrializzate, quali il Nord America, ma anche l’Europa del Nord, sia per continenti in cui la proiezione italiana in passato non era trascurabile, quali l’America latina, sia per il continente asiatico, prepotentemente entrato nel nuovo millennio nel vortice della globalizzazione.
I processi di crescita all’estero continuano infatti a comportare difficoltà e impedimenti non trascurabili per le imprese minori. Molti fattori interagiscono nel rendere complessa e rischiosa la decisione di internazionalizzazione: la carenza di risorse manageriali e finanziarie, la minore capacità di accumulare informazioni ed esperienze sui mercati internazionali, la scala degli investimenti e la rilevanza dei potenziali costi affondati connessi alla realizzazione di insediamenti all’estero, la necessità di trasformazioni organizzative interne che coinvolgono tutte le principali funzioni aziendali.
La necessità di ridurre il gap di globalizzazione e il disallineamento tra il Paese e gli altri grandi players internazionali si traduce in almeno tre aspetti che, letti dialetticamente, indicano anche le grandi opportunità e gli spazi d’azione che sono aperti alle imprese italiane.
Conquistare mercati “difficili” e divenire insiders nelle aree del mondo a maggiore competitività e attrattività, anche al di fuori della nostra area di gravitazione storica, a comprendere tutte le aree dell’economia mondiale. Storicamente, la grande maggioranza delle PMI italiane ha servito i mercati esteri più “difficili” dall’Italia, esportandovi i propri prodotti. Il modello del “produrre a casa per esportare” si è, però, fortemente indebolito, sia perché la competizione si basa sempre più su fattori non di prezzo, con prodotti che incorporano in misura crescente servizi, sia perché taluni spazi d’azione disponibili in passato alle economie nazionali non sono più agibili (si pensi al succedersi delle “svalutazioni competitive” del nostro Paese). Andare all’estero non è più solo conseguenza della volontà di estendere il proprio vantaggio competitivo, ma una necessità per conservarlo. Un’efficace penetrazione dei mercati esteri presuppone sempre più spesso che l’impresa vi si radichi con una presenza diretta, eventualmente supportata da partnership con operatori locali, in modo tale da coltivare con cura clienti e mercati: ciò significa spesso aumentare i margini distributivi e la capacità di negoziazione dei prezzi, stabilizzare le quote di mercato senza subirne la volatilità congiunturale, superare barriere all’entrata, aumentare la capacità di innovazione e di adattamento dei prodotti e servizi alle esigenze dei clienti locali, ecc.. Operare da insider sui mercati più attrattivi e concorrenziali consente inoltre di accumulare informazioni ed esperienze e costruire nuove relazioni di business, che se correttamente interiorizzate possono favorire la formazione di un patrimonio esclusivo di competenze capace di allargare il vantaggio competitivo e la prospettiva d’azione dell’impresa. Anche se gli investimenti per la conquista dei mercati sono nell’immediato finalizzati ad aumentare il controllo sugli sbocchi finali, all’impresa potranno presentarsi opportunità di combinare a essi altre iniziative, quali l’acquisizione di risorse locali, là dove sia conveniente, comparativamente alla madre patria, il loro profilo di costo-qualità: mercati finali rilevanti possano dunque essere contemporaneamente sede di manodopera, materie prime e altre risorse a più basso costo, di know-how e tecnologie esclusive, di fornitori qualificati e innovativi, ecc.
Percorrere un “sentiero virtuoso” nella riorganizzazione internazionale della “catena del valore”
Se gli investimenti principalmente finalizzati nell’immediato ad aumentare il controllo sugli sbocchi finali possono generare opportunità per iniziative volte ad acquisire risorse locali complementari, parallelamente investimenti operati all’estero con l’obiettivo di accedere a risorse non disponibili presso la casa-madre (materie prime, tecnologie, manodopera a basso costo, ecc.) possono aprire opportunità collaterali per nuovi sbocchi di mercato. I Paesi del sud-est asiatico, ad esempio, costituiscono non solo un’area a basso costo del lavoro, ma anche una piattaforma produttiva proiettata sui mercati ricchi del Giappone e degli USA; altrettanto rappresentano i Paesi dell’Europa centro-orientale nei confronti sia di alcuni mercati occidentali, come quelli tedesco e scandinavo, sia del mercato russo e delle repubbliche ex-sovietiche. Ciò apre la strada alla riconfigurazione della catena del valore dell’impresa secondo uno schema di riferimento che vede le attività a monte delocalizzate presso le fonti della materia prima; le attività intermedie e critiche (ovvero le funzioni a più elevato valore aggiunto, quali R&S, progettazione, design, controllo di qualità, comunicazione e marketing, gestione finanziaria, ecc., ma anche le fasi produttive più pregiate, nelle quali maggiori sono il potenziale innovativo e il patrimonio di competenze sviluppato dall’impresa o dai suoi subfornitori nazionali) rimanere all’interno dell’impresa; l’attivazione di partnership e investimenti diretti per accedere a tecnologie, conoscenze specialistiche e know-how e il presidio dei mercati finali di interesse strategico attraverso strutture leggere, quali filiali di vendita e di assistenza tecnica, con l’eventuale decentramento dell’assemblaggio e di altre fasi produttive in funzione di vantaggi di costo di varia natura (ad esempio legati ai costi di trasporto del prodotto finito oppure al costo del lavoro) o di eventuali esigenze di contenuto locale dei prodotti finali. In altri termini, conquista dei mercati e accesso alle risorse appaiono momenti congiunti di un’unica strategia “globale” di affermazione e consolidamento del vantaggio competitivo.
Contestualmente, non seguire facili percorsi, sulla base dell’imitazione e della moda, ma valutare attentamente tutte le opportunità, coniugandole strategicamente con le proprie caratteristiche distintive, in termini di vantaggi competitivi, punti di forza e di debolezza.
Il processo di internazionalizzazione comporta decisioni complesse, caratterizzate da elevati rischi, da tempi lunghi di ritorno degli investimenti e da un forte impegno imprenditoriale e organizzativo-manageriale, fattori che mettono a dura prova le strutture aziendali. Per molte PMI italiane, spesso cresciute nei distretti, cioè in ambiti “familiari” integrati, con una cultura industriale e sociale omogenea e condivisa e con sperimentati canali di cooperazione, le difficoltà sono anche maggiori. I vincoli e i limiti di natura finanziaria, manageriale e culturale pongono le imprese minore in condizioni di “razionalità limitata”, inducendole a lanciarsi alla ricerca di soluzioni approssimate al problema o di scorciatoie che inevitabilmente accrescono il rischio di insuccesso delle iniziative intraprese. Uno dei comportamenti più diffusi, dettato da inesperienza e mancanza di informazioni, è quello dell’imitazione delle scelte effettuate da altri: si replicano acriticamente le scelte di crescita compiute da altre imprese del proprio settore o del proprio distretto, fino a formare talvolta veri e propri “sciami” di imprese che si indirizzano verso destinazioni “di moda”, a prescindere dalle ragioni e dai fattori che hanno determinato all’origine la scelta del percorso. La strategia imitativa ha un suo fondamento razionale, poiché corrisponde a un processo collettivo di apprendimento, attraverso prove ed errori che sono a carico dei soggetti innovatori e più propensi al rischio (i pionieri). In tal modo, l’impresa imitatrice riduce al minimo i costi di informazione, limita il bisogno di elaborazione strategica, di tempo e di risorse manageriali. Ma in essa sono impliciti forti limiti e conseguenze infauste. L’esperienza altrui può risultare assai utile se rielaborata per individuare le variabili intervenienti e i fenomeni rilevanti all’opera, rapportandoli al proprio contesto decisionale: è chiaro, infatti, che ogni impresa è un caso a sé e le differenze di assetto, prodotti, posizionamento competitivo, capacità distintive, possono rendere inadeguato seguire la scelta di altri soggetti; ancora, la stessa scelta attuata in tempi successivi, dopo che si sono chiusi spazi d’azione o sono cambiate le condizioni al contorno, può rivelarsi del tutto sbagliata. Altre tipiche decisioni “a razionalità limitata” consistono, ad esempio, nel cogliere la prima opportunità di espansione internazionale che si presenta all’impresa, in base a suggerimenti di clienti, fornitori e altri operatori, o, addirittura, per lo stimolo di eventi fortuiti, in assenza di una approfondita riflessione sulle strategie di lungo periodo; oppure nel limitare – per ridurre il rischio – l’entità degli investimenti destinati all’internalizzazione, con l’effetto che essi, non di rado, si rivelano insufficienti per assicurare le condizioni di efficiente operatività all’estero dell’iniziativa.
Le opportunità non mancano, in un mondo che si apre, abbatte barriere e sollecita ovunque investimenti internazionali, ma sinora il nostro sistema produttivo è riuscita a sfruttarle in modo limitato. Tutto ciò riconduce la nostra attenzione alla necessità che la tipica dote dell’intuizione imprenditoriale, così diffusa nel nostro Paese, si sposi oggi con un maggiore impiego di risorse strategiche, finalizzate a costruire attorno all’impresa una rete cognitiva che consenta di assorbire ed elaborare in modo sistematico informazioni ed esperienze di respiro internazionale. Nel business plan dell’impresa, presidio dei mercati di sbocco, accesso a tecnologie complementari e delocalizzazioni motivate dall’accesso vantaggioso alle risorse rappresentano ingredienti indispensabili che si debbono combinare per originare un piano razionale in grado di ottimizzare l’intera catena del valore, cogliendo le diverse opportunità che si presentano su tutti i fronti. L’elaborazione di una strategia vincente non può, dunque, prescindere da una circostanziata analisi dei nodi critici del che fare, a partire dalla diagnosi dei punti di forza e di debolezza dell’impresa nell’affrontare le decisioni di internazionalizzazione, per giungere a una accurata valutazione di merito sui benefici, i costi e i rischi associati alle alternative disponibili.
Le decisioni associate alla crescita all’estero fronteggiano scenari complessi e hanno carattere di elevata irreversibilità, almeno per parti consistenti dell’investimento all’estero. L’orientamento verso un approccio “riflessivo” – che scavi con immaginazione e razionalità nelle alternative – e “sostenibile” - che guardi lontano, al di fuori del velleitarismo di breve momento – è la ragionevole strada da imboccare.
Le PMI di fronte alla sfida dell’internazionalizzazione
di Marco Mutinelli / Professore ordinario di Gestione Aziendale, Università degli Studi di Brescia
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