Quadrimestrale di cultura civile

2015: Italia in transizione. Cosa è oggi la sussidiarietà

di Giorgio Vittadini / Professore Ordinario di Statistica metodologica, Università di Milano Bicocca e Presidente della Fondazione per la Sussidiarietà

Dopo vent’anni di esperienza fallimentare della Seconda Repubblica, dove a prevalere sono state un’idea di rapporto diretto tra leader e popolo e la sfiducia verso i corpi intermedi, anche per loro gravi involuzioni corporativiste, se non fraudolente, occorre un grande realismo nei confronti del principio di sussidiarietà. Nessuna opera fatta secondo i migliori principi può essere esente, non solo dal fallimento, ma anche dal ripiegarsi su se stessa venendo meno alla sua funzione educativa e sociale. Addirittura anche il non profit, anche le realtà nate dagli ideali più puri, possono essere utilizzate solo per interessi particolari o per lucrare sul bisogno. In maniera simile occorre riconoscere che ci sono piccole-medie imprese che investono, occupano, esportano e ci sono piccole e medie imprese che invece non vanno.
Nessuna formula – organizzativa, giuridica o istituzionale – è di per sé garanzia di una società migliore e di una piena applicazione del principio di sussidiarietà. Occorre invece ripartire dagli elementi che soli permettono alla persona e ai corpi intermedi di costruire per il bene di tutti.

Una conoscenza basata sul realismo
Dopo il crollo delle ideologie capitalista-liberista e comunista, si apre la strada alla verifica di un modo di conoscere e agire diverso dagli approcci idealista e pragmatico: quello realista.
Secondo l’ideologia capitalista-liberista, che domina il mondo economico nonostante la crisi finanziaria e in molti casi difende una democrazia solo formale, ciò che garantisce il benessere è, in fondo, un meccanismo. Lo si è visto bene con la crisi iniziata nel 2008, dove sono prevalse l’illusione che strumenti finanziari potessero garantire una ricchezza slegata dall’economia reale e la forzatura di questi strumenti oltre il limite ragionevole imposto dalla realtà. Molti editorialisti à la page, anche a livello internazionale, sostengono ancora che l’azione economico-finanziaria di per sé produce sviluppo diffuso.
L’ideologia comunista, ampiamente ibridata e rivista, ha invece contribuito a produrre il modello statalista dell’economia, modello che ha avuto un ruolo importante nell’economia e nella società italiane. Lo statalismo, nella forma del capitalismo di Stato, sposa  l’idea che il benessere può sempre essere garantito attraverso un intervento e una spesa pubblica, nella forma del capitalismo di Stato, sposa invece l’idea che il benessere può sempre essere garantito attraverso un intervento e una spesa pubblica. In fondo, anche questo modello ha un’impostazione pragmatista: non conta il pensiero, conta il fare, conta la gestione del potere. Il governo nell’Italia nel secondo dopoguerra ne è un esempio: si è intercettato lo sviluppo che veniva dal basso, dalla forza di intrapresa del popolo italiano, per gestire il potere, senza chiedersi quale fosse il progetto, l’immagine di società verso cui si stava tendendo. Si è arrivati così, piano piano, a distruggere (o a svendere) le grandi imprese italiane, a costruire un sistema dell’istruzione tra i più piatti e grigi del mondo, a raddoppiare il rapporto deficit-Pil (dal 60 al 120%) aumentando a dismisura la spesa pubblica, spesso per ragioni clientelari e senza sviluppare la capacità di intrapresa, lasciando il Sud nel sottosviluppo. Se vogliamo un esempio a livello più ampio pensiamo al fallimento del progetto di Unione europea quando rifiuta gli ideali e la cultura che l’hanno generata per diventare un mostro tecnocratico.
Oggi, entrambi gli schemi – quello liberista e quello statalista – si sono rivelati fallimentari, ma questo non è bastato per cambiare rotta. Dov’è il punto in cui liberismo e statalismo mostrano maggiormente il loro fallimento? Nel fatto che non mettono a tema il soggetto alla base dell’azione sociale, economica e politica o, quantomeno, hanno visioni ideologiche dell’uomo. In entrambi i casi, il paradigma della sussidiarietà viene capovolto, per negare il valore dei corpi intermedi o per controllarli in funzione elettorale e clientelare e gestire partiti e correnti.
Per questo la proposta è, in primo luogo, di approfondire un approccio – innanzitutto conoscitivo – alternativo, che potremmo chiamare “realista”. Realismo inteso come incontro tra un soggetto, che non rinuncia a giocare la curiosità, il desiderio di bellezza e costruttività di cui è costituito, e una realtà non ridotta né a schemi preconcetti né alla sua percezione empirica e che contiene sempre una possibilità di buono, utile e bello. Questo atteggiamento conoscitivo è alla base dell’attitudine al cambiamento che ha permesso al nostro Paese di superare tante crisi e di reinventare sempre nuove vie di sviluppo.
Il realismo implica una certa idea di persona, non ridotta ai suoi antecedenti psicologici, sociologici, economici e dotata di una inesauribile esigenza di significato e di una ragione mai comprimibile nella prigione di schemi e analisi superficiali, e supera l’assuefazione all’idea razionalistica secondo cui il soggetto dell’indagine deve stare il più possibile fuori dal percorso cognitivo. Ciò non toglie che permangano i limiti e le possibilità di corruzione che tendono a ostacolare questa percezione positiva della realtà. Per questo è essenziale prendere piena consapevolezza dell’importanza di un approccio realista come portatore di conoscenza, anche al di là di impostazioni tradizionali.

Educazione, non addestramento
Educarsi ed educare a vedere la corrispondenza tra realtà e soggetto significa non solo aprirsi a una dimensione filosofica e religiosa essenziale per l’equilibrio personale, ma veder crescere in ogni aspetto del vivere la domanda sul senso di quel che si fa, si vuole, si accosta. E questo è un vantaggio competitivo formidabile nell’incontro con il reale, l’inizio stesso dello spirito critico alla base del progresso, della scienza, della democrazia, capace di manifestarsi persino quando si smonta un motore, si crea un vestito d’alta moda, si concepisce in modo efficace un intervento di formazione professionale.
Cosa implica per un sistema educativo il riferimento a un modo di conoscere realista? Innanzitutto, i sistemi dell’istruzione non possono essere basati solo su competenze e conoscenze, ma dovranno considerare quelli che il premio Nobel James Heckman ha chiamato i noncognitive skills, ovvero caratteristiche della personalità come perseveranza, fiducia in se stessi e negli altri, capacità ideale. Per questo non si può pensare a un cambiamento del sistema scolastico in termini solo organizzativi. In quest’ottica, l’addestramento non è il fine dell’educazione, bensì uno strumento, perché il soggetto la renda permanente e personale, secondo le caratteristiche della propria persona. La principale minaccia, non solo alla scuola ma all’intera società, è l’incombente monopolio del manuale d’istruzioni: non si ha più un maestro da seguire, ma un esperto cui obbedire acriticamente.

Impresa, frutto della personalità creativa e realista
Come una conoscenza “realista” impatta sul mondo imprenditoriale? Qual è il ruolo dell’impresa nel contesto sociale? Come si pongono gli imprenditori di fronte all’esigenza di coniugare il proprio bene con quello comune?
Imprenditori e lavoratori possono affrontare la vita di impresa con logiche “ideologiche” – quali corporativismo, senso di disistima, mancanza di fiducia nelle potenzialità dell’altro – che spingono ad arroccamenti e contribuiscono a rendere ancora più incerto il futuro. Un altro rischio è la concezione secondo la quale il servizio al bene comune consiste nella responsabilità sociale d’impresa, la buona azione a favore di “chi sta peggio” per compensare gli effetti negativi dell’impresa capitalista. Chi intraprende un’attività nel mondo dell’economia sarebbe più orientato ad assorbire risorse dalla società invece di introdurne di nuove. Il punto, invece, è capire i motivi per i quali si corre il rischio di avviare un’impresa, o spiegare da dove nascano il desiderio di innovare, di affrontare le sfide di un mercato globalizzato – magari coalizzandosi con altri imprenditori – e di fronteggiare con spirito costruttivo e intraprendente le difficoltà burocratiche, fiscali, infrastrutturali e normative che costellano ogni tentativo di far prosperare una realtà lavorativa.
A livello di Paese, lo sviluppo è il mettersi in moto di un soggetto e il conseguente generarsi di un rapporto più adeguato con la realtà. Ciò che domina lo sviluppo sono capitale umano e innovazione, fattori che nascono da una concezione di conoscenza realista e non ridotta. Appare quindi cruciali studiare le “biodiversità” imprenditoriali, compreso ciò che riguarda l’impresa non profit.
In quest’ottica, assume nuova luce anche il tema “reti e territori”. L’io vive e si potenzia in un contesto che sostiene la sua iniziativa e il suo lavoro, dimensioni che si nutrono di disponibilità e apertura al rapporto. I processi di formazione di reti imprenditoriali e territoriali sono peraltro fondamentali nel contesto italiano costituito per lo più da microimprese chiamate ad accrescere la loro competitività sul mercato globale. A livello territoriale, inoltre, si sta assistendo al progressivo indebolimento dei referenti istituzionali tradizionali (quali province, Cciaa, associazioni imprenditoriali locali), rendendo urgente la presenza di nuovi luoghi di aggregazione e di lavoro che sostengano il sistema socio-imprenditoriale locale. Comprendere sempre meglio i fenomeni di aggregazione virtuosi in atto può costituire un contributo importante per i sistemi imprenditoriali locali.

Sussidiarietà, corpi intermedi e istituzioni
Qual è lo scopo di un corpo intermedio? È il sostegno all’azione del singolo, l’educazione alla sua autocoscienza. La riduzione dell’autocoscienza del soggetto ha comportato, in questi anni, lo svuotamento di significato di alcune parole. Pensiamo, ovviamente, alla sussidiarietà, ma lo stesso vale anche per espressioni come “bene comune”; se ci avventurassimo in una indagine tra la gente su cosa significhi “bene comune” avremmo delle risposte ancora più variopinte rispetto a qualche anno fa: il bene comune è la realizzazione di qualsiasi desiderio del singolo. Riparlare di sussidiarietà nel 2015 ha innanzitutto a che fare con l’educazione di un soggetto a un realismo e a un desiderio non ridotto, capace di percepire il bene comune come bene per sé, nei confronti dei quali si è responsabili.
I corpi intermedi, invece, si sono in molti casi ridotti a cinghie di trasmissione di un potere che si è via via auto perpetuato, senza un progetto chiaro e condiviso di bene comune, perdendo di vista lo sviluppo della società che doveva servire. È questa l’origine di quella grave crisi della sussidiarietà che vediamo. Come ha recentemente detto Luciano Violante: “La crisi dei corpi intermedi, e gli attacchi a volte pregiudiziali ai quali essi sono sottoposti da qualche tempo, producono l’assenza di mediazione sociale e conseguentemente scontri sempre più duri. Le responsabilità di sindacati e partiti politici negli ultimi anni sono gravi perché frutto di una visione più corporativa che propulsiva. Bisogna correggerne i difetti; ma si sta rivelando dannoso liquidare il loro ruolo nella società italiana”.
Proprio per questo la Dottrina sociale della Chiesa parla di solidarietà come responsabilità per il bene comune, per evitare che anche i corpi intermedi divengano a loro volta corporazioni rivolte solo alla difesa di interessi particolari.
Anche l’assetto dello Stato ha a che fare con una comprensione rinnovata della sussidiarietà. Infatti le riforme, se vengono pensate a prescindere da un’immagine di uomo e di società positive, di corpo intermedio a servizio dell’azione del singolo e del bene comune, di funzione politica come sostegno alla vita dei corpi intermedi, avranno vita breve.
La sussidiarietà è inserita a chiare lettere in tutti i testi legislativi, ma appare un valore staccato dalla realtà, addirittura un “lusso” che non possiamo più permetterci, a causa della crisi e della spesa pubblica eccessiva. Ma è davvero un costo o non, piuttosto, un modo più virtuoso di spendere? L’uso scorretto della sussidiarietà, in difesa di posizioni di rendita, non può far dimenticare un rischio altrettanto grave perché spegne il percorso di crescita dell’individuo: quello di considerare lo “Stato come sorgente di tutti i diritti” e la società come “qualcosa che lo Stato si produce”, cadendo nella “grande omologazione” descritta da Pasolini.