Quadrimestrale di cultura civile

Corpi intermedi e rappresentanza: ragioni della crisi e percorso di cambiamento

di Giorgio Vittadini / Professore Ordinario di Statistica metodologica, Università di Milano Bicocca e Presidente della Fondazione per la Sussidiarietà

La presente riflessione prende le mosse da un commento di Luciano Violante sulle tensioni che negli anni recenti hanno agitato l’Italia: “Senza corpi intermedi l’Italia è spaccata tra ribelli e caporali”. I corpi intermedi sono stati, dal Secondo dopoguerra a tutti gli anni Ottanta, un fattore fondamentale della democrazia e dello sviluppo civile ed economico, rendendo possibile il confronto tra il centro politico e la molteplicità di interessi, esperienze, tradizioni che costituiscono il nostro Paese. Non solo, quando le contraddizioni non sono più oggetto di mediazione, è fatale che in una società articolata – come è oggi la nostra – sorgano fenomeni di ribellione, con conseguenze, in qualche caso, violente.
A partire dalla prima metà degli anni Novanta, la politica ha creduto di potere e dovere fare a meno dei soggetti della rappresentanza; molti dei fallimenti della Seconda Repubblica possono essere spiegati proprio con un errore di concezione, la visione dei corpi intermedi come intralcio alla governabilità. Occorre tuttavia notare che Terzo settore, sindacati, enti locali, partiti, associazioni, non sono privi di colpe, avendo assunto in molti casi una visione corporativa degli interessi da cui sono nati. Tale involuzione ha un’origine culturale prima che morale. In Italia, storicamente, i corpi intermedi hanno espresso ideali, relazioni e tentativi della persona e al tempo stesso hanno sempre svolto una funzione educativa, sostenendo il confronto dei singoli e delle reti con la realtà che cambiava e, man mano, correggendo errori di giudizio e di intervento. Nel tempo, si è invece assistito a un ripiegamento sulla semplice funzione corporativa.
Per uscire dalla strettoia causata dalla ricercata esclusione dei corpi intermedi, da una parte, e dal loro impoverimento ideale, dall’altra, occorre il recupero della originale centralità della persona e il rafforzamento di un ruolo educativo nei confronti di associati e militanti. La grande sfida che i nuovi problemi sociali ed economici pongono alla persona è, prima di tutto, conoscitiva; occorre comprendere i problemi e le opportunità che nascono da una realtà in continua evoluzione e occorre intuire e progettare il contributo che “dal basso” può essere offerto. Da ciò può nascere una novità anche nell’azione delle realtà sociali: sostenere le persone nel continuo cambiamento e nella costruzione di risposte adeguate alle sfide del presente.

Crisi dei corpi intermedi: origine e conseguenze
A partire dal 1994, in Italia si è affermata l’idea di un governo diretto di un leader, di un premier, che non avrebbe avuto bisogno di intermediazioni per governare. Anzi, le intermediazioni sarebbero state una delle cause del blocco del Paese. La riforma elettorale favorita dagli episodi esplosi nel 1992, la cosiddetta Tangentopoli, puntava a un maggioritario puro e a una sfida all’anglosassone tra un leader e l’altro. L’approccio, piano piano, si è trasferito a qualunque livello dell’articolazione politica italiana, all’insegna di una visione secondo cui tutto ciò che nasce dal basso impedisce la vita ordinata e la governabilità di un Paese. Ricordo anche, in questo senso, l’attacco al Parlamento come luogo inefficiente e inefficace, presente nel cosiddetto berlusconismo, ma, in fin dei conti, condiviso anche dall’attuale premier. Il potere esecutivo sarebbe bloccato dal potere legislativo (secondo la battuta per cui scopo di un parlamentare è alzare la mano!). In quest’ottica il potere del processo democratico è un’interferenza.
Ora, questa è un’idea ben precisa, in fin dei conti quasi da Rivoluzione francese, al di là delle intenzioni: tra l’individuo e lo Stato non c’è niente. Le organizzazioni che stanno in mezzo sono rimanenze dell’Ancient Régime, che ritardano e disturbano. Ad esempio, il dibattito sul Job Act, sulla legge sul Terzo settore, sulla legge di riforma della scuola, passano per grandi forum ed email; poi il governo raccoglie tutto, propone una riforma e la porta alla ratifica. Più ci sono democrazia e dibattito, più sarebbe difficile fare le riforme. L’attacco è anche a tutti gli enti locali e territoriali, secondo l’argomento per cui tutto ciò che non è governo centrale è fonte di spesa pubblica inefficiente. Gran parte delle azioni e degli argomenti che sono stati sviluppati in questi quindici-vent’anni traducono questa formulazione; è interessante notare che qualcosa, nato dal centro destra, sia diventato appannaggio anche del centro sinistra.
La rinuncia al ruolo di intermediazione di cui sono depositari i corpi intermedi ha portato al più lungo periodo di non governabilità dell’Italia. I partiti che si sono alternati al governo non sono riusciti a impostare e attuare il governo per le riforme che avevano promesso. Le regole del gioco costruite dai giornali, dall’opinione pubblica e dagli intellettuali hanno determinato sempre più un nuovo centralismo, che ha nei fatti lasciato fuori dal processo politico pezzi importanti di società, mostrando una sostanziale incapacità di risolvere democraticamente le istanze diverse. I partiti, oggi in maniera clamorosa, si sfarinano. Il bipolarismo, che era stato salutato come la panacea, non ha risolto i contrasti interni ai partiti. Mentre le tensioni venivano risolte tradizionalmente con i congressi e la nascita di correnti – litigiose ma comunque capaci di portare avanti una governabilità – hanno dato luogo a scissioni e a cadute dei governi per frammentazione.
In altre parole, il centralismo si è trasformato in incapacità di leggere i territori e di leggere gli interessi, incapacità di governare. Questo lascia spazio a frammentazioni che nascono, molte volte, dall’evidenza di non essere governati. Le leggi elettorali che hanno favorito la formazione delle compagini parlamentari con il meccanismo della nomina, hanno solo artificiosamente coperto le frammentazioni, lasciandole poi esplodere all’interno degli stessi gruppi parlamentari. Anche più nella sostanza, l’uso delle nomine ha cancellato il cursus honorum per cui molti politici erano stati rappresentanti di una parrocchia, di una sezione, di una fabbrica, di una cellula, di una realtà sindacale e portavano queste istanze. Il centralismo, invece di portare la governabilità, ha portato a una incapacità di comprendere un Paese complesso come l’Italia.
La politica industriale, per esempio, è sparita lasciando spazio solo alle leggi finanziarie come modo di gestione della finanza pubblica. Tutto il resto è stato visto come intrallazzo. In un Paese come l’Italia, invece, la politica industriale necessariamente nasce dai territori e dai settori; dalle mediazioni con i particolari può nascere l’interesse generale; i deputati hanno storicamente rappresentato i territori o le associazioni di categoria. Si pensi al ruolo attuale dell’Unione Europea, con le norme sulla contraffazione, sul commercio delle materie prime con i Paesi esteri, sugli standard tecnologici e produttivi: le commissioni parlamentari sono fondamentali. Occorre, invece, discutere nel merito della progettazione degli interventi e degli incentivi: ci sono imprese che investono, occupano, esportano e che, quindi, vanno incentivate e altre che, invece, vanno aiutate a chiudere perché non hanno possibilità di sviluppo. Un governo da solo può decidere se aumentare o ridurre le tasse, può decidere manovre finanziarie generali, ma è incapace di articolare gli interessi legittimi che uniscono inevitabilmente ideali e percorsi concreti di sviluppo della società e dell’economia.
Un altro esempio riguarda l’articolazione territoriale del Paese e, dunque, delle politiche. Al di là della strumentalizzazione delle istanze regionali e nazionali da parte di chi sostiene il separatismo o l’anti-europeismo o istanze del genere, la politica industriale non può considerare allo stesso modo le regioni del Nord che hanno legami storici e interessi economici nei confronti dell’Europa e il Sud che potrebbe beneficiare enormemente da una politica di vicinanza economica ai Paesi mediterranei che una volta erano un punto di riferimento per l’Italia. Per le città e i territori meridionali è vitale il rapporto diretto con città come Algeri, Tunisi, Cairo, dagli scambi culturali e di studenti, agli scambi commerciali, alle scelte relative allo sviluppo delle infrastrutture.  

Involuzione dei corpi intermedi
Non è un’esagerazione affermare che, negli anni dopo la Seconda guerra mondiale, i corpi intermedi hanno impedito la rivoluzione e permesso lo sviluppo, nonostante le differenze ideologiche, come una lettura non fumettistica di Mondo piccolo di Guareschi documenta. Il mondo “intermedio” – sindacale, associazionistico e anche partitico – sosteneva un interesse per il bene comune nutrito, sia dalla rappresentanza della propria base, sia dal dialogo democratico con le altre parti, in un percorso di sviluppo collettivo. Questo è stato vero anche negli anni successivi. Si pensi anche all’affronto comune del terrorismo o al caso del referendum sulla scala mobile, in cui la maggioranza degli italiani è andata a votare e la maggioranza dei lavoratori ha deciso in qualche modo di votare contro se stessa, cioè di rinunciare a una parte della remunerazione nell’immediato, per una prospettiva più solida di lungo termine.
Invece, va riconosciuto che, al di là delle cause esterne del rigurgito statalista, gli stessi corpi intermedi hanno contribuito, negli ultimi vent’anni, alla propria emarginazione, attraverso un ripiegamento di tipo corporativo, sbagliato da due punti di vista. Da una parte, il corpo intermedio non ha valore in sé in quanto contrapposto allo Stato. Non si può ritenere che lo Stato sia male e il corpo intermedio sia bene: anche il corpo intermedio ha valore se riesce a costruire un percorso che aiuta la persona nell’equilibrio con la società. D’altra parte, l’origine del corpo intermedio è la persona; pur con errori e limiti, nella concezione italiana – cattolica, socialista o liberale – viene riconosciuto che è la persona, unica, irripetibile e relazionale, il punto che genera l’aggregazione. Non vale dunque l’etica e l’antropologia individualista di tipo americano e non vale neanche l’idea collettivistica del comunismo di oltre cortina.
Nel 1987 don Luigi Giussani, invitato ad Assago dalla Democrazia Cristiana, affermò nel suo discorso che il desiderio dell’uomo è il fattore ultimo di costruzione sociale, nei termini pluralisti di cui ha parlato il concilio e parla oggi papa Francesco. Il desiderio si esprime dal punto di vista ideale in modi diversi: in una concezione non egemonica della politica, in un’idea di difesa della persona in quanto tale, in un’idea del progresso come fattore di sviluppo. Il desiderio della persona è il fattore di generazione continua di qualunque corpo intermedio. I corpi intermedi sono fattore di alternativa, poco studiato, alla concezione hobbesiana di Stato. Per contenere le inevitabili pulsioni negative che sono nell’individuo, si può costruire lo Stato di polizia o si possono costruire corpi intermedi che siano stessi fattori di giudizio, di intermediazione, di correzione. Ciò vuol dire che all’interno di ogni organizzazione c’è una spinta a correggere l’errore; nel dialogo democratico all’interno di un corpo intermedio, se il fine è la persona, vengono corrette le spinte estremistiche.
La crisi del corpo intermedio è, innanzitutto, dovuta all’assenza di consapevolezza del ruolo originale della persona. La classe dirigente di un’organizzazione si riduce a difendere se stessa se rinuncia a valorizzare il contributo degli associati e a svolgere un’azione educativa. Negli anni, il pluralismo sociale, invece di essere fattore di sviluppo e democrazia, è diventato un modo per dividersi le risorse e occupare lo Stato – anche nella Democrazia Cristiana e nel mondo cattolico –, invece che per servire ed educare il desiderio di costruzione del singolo. In altre parole, si sta perdendo di vista il fatto che il corpo intermedio ha uno scopo di ricerca del bene comune.

Un metodo caratteristico di conoscenza
Siamo quindi in una situazione di stallo. Da una parte il corpo intermedio è visto come un impedimento allo sviluppo, dall’altra i corpi intermedi legittimano se stessi in funzione della propria esistenza, invece che come rappresentanti di ideali e interessi. Il percorso che Giussani fece nell’intervento ad Assago mostrava che senza educazione non si dà corpo intermedio, senza una rigenerazione endogena è utopistico, dal punto di vista dello Stato, pensare di poter governare un Paese ed è velleitario dal punto di vista delle realtà sociali l’idea di rappresentare qualcosa.
Il problema dello sviluppo, dunque, non è costituito, innanzitutto, da norme e leggi, ma dall’educazione. Si tratta di un fattore delicato, perché per definizione l’impegno educativo non è riproducibile; di mezzo c’è il soggetto umano e il soggetto umano non è programmabile. Per questo l’educazione va superata nella logica politica che vuole avere qualcosa di controllabile, governabile, normativamente riproducibile, salvo il fatto che si tratta di un tentativo del tutto illusorio.
Il significato della parola “educazione” è da precisare, andando alla radice del corpo intermedio italiano. Sempre secondo Giussani, sono tre i modi di conoscere. L’ideali­smo, in fondo, è la riproduzione di un’idea all’infinito. Pertanto un’organizzazione, una realtà sociale, nascerebbe come applicazione di un’idea o, meglio, di un’ideologia. Anche da qui nascono i ripiegamenti o le “prepotenze” oggi contestati ad alcuni corpi intermedi: se occorre affermati a tutti i costi un principio astratto inevitabilmente ci si porrà in termini di rapporti di forza, contrapponendo schieramento a schieramento.
La seconda modalità di conoscere è il pragmatismo, che sembra prevalere nella situazione attuale: nessuna ideologia, una società fluida, liquida e quindi un’organizzazione senza principi che, come tale, finisce sempre per essere inglobata dal potere centrale.
Il realismo, invece, è l’incontro tra un soggetto e un oggetto, tra un interesse che è capace continuamente di cambiare e di mediare in “costante conversazione” con la realtà e i problemi, senza per questo abbandonare l’ideale. Il realismo come metodo di rapporto con la realtà trova oggi spazio anche nelle migliori ricerche di scienze sociali; Heckmann, premio Nobel per l’economia per la ricerca sul capitale umano, critica la centralità dei cognitive skills nei sistemi educativi e sostiene l’urgenza di dare spazio ai cosiddetti soft skills e i noncognitive skills. Prima tra queste abilità è l’attitudine tutta italiana al problem solving, alla capacità di affrontare problemi.
Un’educazione che metta a tema la conoscenza è il fattore di ripresa per un corpo intermedio. In questo modo l’autoregolazione rimane all’interno del corpo intermedio: non si pretende di catturare pezzi di Stato, ma si cerca di costruire relazioni di mediazione compatibili con il sistema nel suo complesso, anche senza normative o direttive morali.

Il caso del sindacato
Il mondo del lavoro e l’azione del sindacato offrono esempi interessanti del percorso delineato fin qua.
Si consideri il tema della contrattazione decentrata. Non è semplicemente un problema di espedienti, ma è mettere al centro della vita economica una capacità di mediazione che nasce dalla realtà. Un approccio idealista, in senso negativo, pretenderebbe, invece, che le condizioni contrattuali siano indipendenti dalle condizioni esterne. Occorre, in quest’ottica, considerare una variabile indipendente, un cambiamento recente: la globalizzazione. Non è, dunque, innanzitutto, il padrone che “mi porta via i soldi”, ma è l’operaio vietnamita, indiano, cinese che vuole una fetta di mercato per godere di standard di vita che non aveva. Sarebbe sbagliato non tenere conto che le condizioni internazionali sono cambiate. Il pragmatismo, d’altra parte, porterebbe a una contrattazione frammentata, “fluida” e priva di ogni ideale, che distrugge l’organizzazione in termini individualistici.
Il realismo implica che si faccia la contrattazione tenendo conto delle condizioni internazionali e avendo a cuore che la produzione nazionale sia competitiva. Poi, evidentemente, c’è un problema distributivo, ma anche come dipendenti non si può ignorare che ci sono delle condizioni di contesto diverse. Anche l’imprenditore, con una contrattazione di secondo livello, può adottare un approccio realista, ragionando e costruendo nella distinzione di ruoli insieme ai lavoratori, disponendosi a imparare e conoscere. Anche in questo caso il realismo è rappresentare un interesse non in termini assoluti, ma un modo di conoscenza della realtà, di cambiamento e correzione. Anche il dibattito sull’articolo 18 e sulle tutele dei lavoratori ha rischiato una rappresentazione ideologica del tema. Ci sono certamente fasce di lavoratori che hanno il problema di essere espulse dal mercato del lavoro, ma gran parte dei lavoratori ha un altro problema: lavorare bene ed essere premiata. L’interesse della gran parte degli imprenditori è, d’altra parte, quello di avere dei lavoratori che lavorano bene e che non hanno un contratto precario perché, nella situazione concorrenziale di livello internazionale, formare qualcuno che poi cambia impresa è inefficiente.
Invece, l’imprenditore che vuole fidelizzare il lavoratore e il lavoratore che vuole guadagnare e migliorare non sono al centro del dibattito. Per considerare questo punto occorre un’impostazione realista, tale per cui l’incontro con la realtà e con l’altro è fattore di cambiamento dell’organizzazione. Flessibilità, cambiamento, capacità di adattarsi, continuo ripensamento, sono il modo con cui un sindacato educato si pone all’interno di un Paese e sa che in certi momenti deve chiedere sacrifici, in altri può premiare, in alcuni momenti può collaborare, in altri deve lottare. Come prima cosa, tuttavia, chiede ai suoi associati di conoscere la questione fondamentale. Oggi, quanto del sindacato – come dell’associazione di categoria o dell’associazione di volontariato – fa della conoscenza il fattore fondamentale della sua organizzazione e quindi educa conoscendo? La sfida consiste nel far propri i timori che percorrono il mondo del lavoro rinunciando a risposte di ordine assistenziale.  

Conclusioni
Si apre per i corpi intermedi un percorso di rinascita che si riappropria di parole chiave come persona e rappresentanza politica. Al tempo stesso, il cambiamento richiede di sanzionare tutto ciò che è truffaldino e corporativo, senza per questo demonizzare l’interesse, quando questo sia conoscenza della realtà, ovvero delle specificità settoriali e territoriali.
Questo approccio pone le basi per una governabilità veramente di lungo periodo, basata su un consenso convinto e non strumentale. Non ci sono scorciatoie per ricostruire la coesione sociale in un Paese come il nostro, che non ha potere e risorse naturali su cui far leva. Per uscire dalla ripetizione di infiniti, illusori, brevi periodi, occorre ricostruire corpi intermedi basandosi sull’educazione della persona alla conoscenza, sulla correzione, sull’attenzione al bene comune.