Quadrimestrale di cultura civile

Il Terzo settore di fronte a un bivio: il caso del Trentino

di Walter Viola / Consigliere provinciale e regionale del Trentino

Terzo settore qui vuol dire soprattutto, anche se non soltanto, cooperazione. Scrivo infatti dal Trentino, terra che, storicamente, è la culla, almeno per l’Italia, delle società cooperative. Una storia lunga, da noi in nettissima prevalenza, cattolica. Una storia di successi, di emancipazione, di promozione, di democrazia. Una storia che ci ha consegnato circa 550 cooperative riunite nella Federazione della Cooperazione Trentina, con oltre 227.000 soci su poco più di mezzo milione di abitanti, con 30.000 persone che vivono della cooperazione. Cooperative molto attive nei servizi sociali, ma con fette molto significative di mercato in settori importanti: 90% dell’agricoltura, 60% del credito, 38% del consumo. Una storia che, anche a causa, ma non solo, della Grande Crisi esplosa ormai sette anni fa, è arrivata al bivio. La cooperazione trentina, questo è il cuore del dibattito che si sta riscaldando anche a causa dell’ormai prossimo cambio al vertice della Federazione trentina della Cooperazione e, o torna alle sue radici, o il suo futuro sarà quello di trasformarsi in una grande impresa capitalistica. Un grande gruppo, diciamo così, “privatizzato” sicuramente potente ancora a lungo, ma che ben difficilmente potrà concorrere, a partire dal settore bancario, con i grandi gruppi privati. Eppure, quest’ultima è la strada che i vertici della cooperazione trentina sembrano aver scelto da tempo. Una strada che ha fatto emergere limiti oggettivi.
Lungo questa strada, la partecipazione sembra diventare un ostacolo e quindi, nella maggior parte dei casi, le assemblee dei soci rischiano di trasformarsi in luoghi di controllo del consenso, quando non ci si limita alla pura formalità. La classe dirigente, in molti casi, non è all’altezza di una situazione che anche nel Trentino autonomo appare “terremotata” dai cambiamenti della struttura economica. La Cooperazione trentina, pur mantenendo una robusta struttura è, insomma, in una situazione critica. Appunto, a un bivio. Eppure, a mio parere, il futuro sta proprio nel ritornare intelligentemente alle radici. Non solo recuperando i valori di don Lorenzo Guetti, il padre della Cooperazione trentina, ma soprattutto riscoprendone la concretezza. Studiando i perché di un’esperienza, la sua capacità di fornire soluzioni originali soprattutto nei momenti di crisi e, quindi, di cambiamento.

Cooperazione trentina: una grande storia
Don Lorenzo Guetti, alla fine dell’Ottocento, prendendo a modello l’esperienza tedesca di Raiffeissen, fondò la cooperazione trentina partendo dalla sua capacità di risposta al bisogno. Di essere cioè alternativa al liberismo (quella di Guetti fu la prima epoca della globalizzazione) e allo statalismo con il quale l’amministrazione austriaca cercava di contenere gli effetti negativi della colonizzazione interna che Vienna esercitava sui territori marginali dell’Impero. Il prete trentino puntò sulla cooperazione perché ritenne il sistema cooperativo il più valido per andare incontro ai bisogni della popolazione. E il primo di questi bisogni concreti, intuizione davvero rivoluzionaria per l’epoca, fu la democrazia, l’autoemancipazione, la crescita individuale e sociale, la responsabilità personale giocata a livello comunitario, dove lo Stato fosse strumento di aiuto, non dominus assoluto. In una parola: la sussidiarietà.
“Se tutta la scienza economica – scrisse nel 1891 don Guetti – consiste in far molto con poco e con minor tempo, pel contadino la si realizza con questo: di avere i buoni generi necessari al minor prezzo possibile, e di smerciare i prodotti al prezzo più alto che si può. A conseguire tutto questo raramente si arriva restando soli, assai frequentemente, per non dire sempre, quando si è uniti in società di cooperazione…”. Un frammento degli scritti del padre della Cooperazione in questa terra di montagna che riassume il senso di concretezza e la necessità che questo venga saldamente ancorato a quello democratico. La crescita che viene dal basso, dall’autopromozione, fuori dal perimetro dello Stato e degli investimenti del capitale. Oggi, fuori dalla sfera d’influenza (in molti casi della dittatura ideologica e materiale) dell’intervento pubblico e degli investimenti finanziari più o meno globalizzati.

Tra corporativismo e managerialità
La Cooperazione ai nostri giorni è impegnata a “far molto con poco e con minor tempo”, ma lo fa, ed è una tendenza che dura ormai da tempo, dimenticando che “raramente si arriva restando soli”. Del resto è questo il tema centrale del dibattito che sta caratterizzando questi mesi in Trentino. La Grande Crisi ha messo in gravi difficoltà soprattutto il sistema delle Casse Rurali. Errori, clientele, pressioni, prima della crisi, venivano assorbite, mentre ora sono diventati elementi che hanno reso dirompenti le contraddizioni che, oltre a favorire situazioni drammatiche, come testimoniano alcuni casi nel settore vitivinicolo e lattiero caseario, rispecchiano anche fattori positivi. Perché se è vero che sono stati concessi troppi crediti a soggetti che non meritavano di ottenerli, è altrettanto vero che il sistema del credito cooperativo, quassù come nel resto d’Italia, è stato l’unico a gettare il cuore oltre l’ostacolo e ad aiutare le piccole e medie aziende.
Ma questo ruolo, questo coraggio, questa vicinanza all’economia “popolare” non sono più immediatamente riconosciuti. Le Casse rurali sono ormai considerate banche come le altre. Lo spirito mutualistico si è perso da tempo. La Cooperazione sembra essere diventata ormai una parola buona per il marketing e troppo spesso è più impegnata a difendere rendite di posizione che a promuovere uno sviluppo equo e solidale, secondo i propri principi fondativi. Emerge una sensazione di tradimento.
Al di là delle esagerazioni, prevale un sentimento di lontananza: i vertici della Cooperazione sono percepiti come potenti, alleati a settori politici di governo che condizionano fortemente, membri dell’oligarchia finanziaria ed economica. Politica e cooperazione sembrano seguire la stessa parabola di progressivo allontanamento dalla “base”. Eppure le Casse rurali hanno ancora un numero di soci enorme: 120 mila, cresciuti in 7 anni di 19 mila unità. Il 59% della raccolta è gestita dal sistema delle rurali (17 miliardi) e il 53,6% dei prestiti (13 miliardi). Un sistema tutt’altro che in decadenza, ma che ha ormai poco di popolare, anche se su questa sua tradizione trova ancora un suo appeal di fiducia. Una differenza difesa a livello di immagine dai vertici della cooperazione, che però, sul lato della gestione, rispondono alle ferite provocate dalle conseguenze della crisi in modo simile se non identico a quello del resto del sistema bancario. In questo quadro si inserisce anche lo shock provocato dalla disdetta della Federazione del contratto di secondo livello dei 3 mila dipendenti delle Rurali trentine. Una disdetta chiesta da Federcasse, alla quale la Federazione trentina delle cooperative ha aderito per prima in Italia con quella pugliese. Ma la contraddizione tra questa ormai lunga onda “manageriale” che per buona parte dell’opinione pubblica ha trasformato le rurali in banche “come le altre”, e la storia democratica di tutto il sistema cooperativo, oggi sta facendo discutere.
“Qualcosa che non funziona c’è – ha scritto su un quotidiano locale il presidente di una rurale di valle –, storture che nel tempo si sono via via consolidate in un modo di fare accettato o sopportato in un pericoloso silenzio. Assemblee che sembrano eventi promozionali più che momenti di confronto, dove il silenzio è il segno indefinito di confusione o di rassegnazione più che di esplicita adesione, dove temi e argomenti sono a volte sottoposti per la non trattazione più che per la discussione (la migliore assemblea è quella con zero interventi dei soci), consigli di amministrazione dove si ratifica quanto già deliberato da comitati ristretti e via dicendo. La discussione non viene promossa nella maniera e nella giusta dose, sembra invece occorra procedere svelti essere pragmatici e concreti”.

Sussidiarietà, non dipendenza dal pubblico
Un’altra contraddizione riguarda il principio di sussidiarietà. Se in discussione vi sono le politiche della Provincia, i vertici della cooperazione e i responsabili di buona parte del Terzo Settore del Trentino invocano più sussidiarietà nei metodi e nelle scelte degli amministratori. Ma entrando più nel merito della richiesta emerge che per sussidiarietà essi intendono la ricerca di garanzie e protezioni. Un atteggiamento di dipendenza, questo, che arriva a cedere quote di libertà e responsabilità in cambio di tutele e sicurezze. La questione cruciale riguarda quindi i rapporti che intercorrono con il “pubblico” rappresentato in Trentino soprattutto dalla Provincia. Sotto questo profilo il Terzo Settore del Trentino si trova oggi in mezzo al guado. Con alle spalle un passato ricco di storia e di sperimentazioni e all’orizzonte un futuro incerto. Un’incertezza che non è legata solo alla contrazione delle risorse pubbliche, fenomeno recente, ma anche alla contrazione del perimetro di senso dell’azione solidaristica, fenomeno che ha radici ben più profonde del primo.
A partire dagli anni Novanta, al consolidamento della diversificata e ricca rete di servizi gestiti dalle organizzazioni non profit si è accompagnato un processo di strutturazione su base professionale dell’agire organizzativo, aspetto che, se ha garantito un’indubbia sistematizzazione degli interventi, ha ridimensionato la spinta all’innovazione e il legame con la società civile. Il legame con la comunità ha mostrato comunque una significativa resilienza, in ragione delle specificità del contesto sociale trentino, caratterizzato da una forte propensione all’impegno volontaristico e dalla capacità delle persone di esprimere senso di appartenenza al territorio e alle realtà che vi operano.
Il Terzo Settore trentino ha ancora radici nella società a cui appartiene. La base sociale di molte organizzazioni è partecipata dagli attori della comunità. Questo legame ha sinora permesso di resistere alle crescenti pressioni verso uno sviluppo identitario appiattito sul ruolo di mero “fornitore” della pubblica amministrazione. Una resistenza che ha trovato momenti e motivi di reazione pubblica, ma che fatica a rompere l’accerchiamento di coloro che, dentro e fuori il Terzo Settore, pensano le organizzazioni non profit soprattutto come “fabbriche di prestazioni”.
Le mitologie aziendaliste attraversano il dibattito sul futuro del Terzo Settore trentino, fatto di numerose piccole realtà a forte radicamento territoriale, che si vorrebbero destinate a doversi aggregare per giungere a livelli dimensionali tali da poter “reggere il mercato”. Si tratta di riferimenti impropri e datati, ma forti in un momento di disorientamento in cui, alla sfida dell’innovazione, si preferisce il conforto rassicurante di teorie semplificatorie.
Il Terzo Settore trentino rischia tantissimo. Rischia di rimanere immobile, sospeso tra la nostalgia di un passato che non può tornare, e il timore di un futuro di stampo liberista, in cui si affidi agli appalti il ruolo di improbabili promotori della qualità degli interventi di aiuto. Dentro questa “sospensione” si innestano comunque esperienze che cercano di incamminarsi lungo un’altra strada, ancorata alla riscoperta del senso più compiuto e autentico della sussidiarietà. La sussidiarietà, ecco il punto, non si identifica nella fornitura di servizi pagati dall’ente pubblico. La logica della sussidiarietà chiama a farsi carico di responsabilità operative e propositive proprio laddove l’ente pubblico non vede e non dispone. La logica della sussidiarietà chiama alla collaborazione con la pubblica amministrazione, che non è un committente, ma un partner con cui condividere l’impresa di perseguire l’interesse generale.
Non c’è alternativa alla sussidiarietà: le turbolenze che stanno attraversando la società trentina non possono essere affrontate affidandosi a disegni economicistici, c’è bisogno di altro. C’è bisogno di mettere in moto il potenziale di civismo che ancora alberga nei territori attraverso un’azione che valorizzi la capacità del terzo settore di motivare e attivare. Motivare e attivare le persone non perché c’è un bando, ma perché c’è un problema che chiama ad agire, una responsabilità che non ha bisogno di essere autorizzata dalla pubblica amministrazione.

Conclusioni
La domanda da porsi è, dunque: la crisi del Terzo Settore, e in esso anche del mondo cooperativo, è determinata solo dalla Grande Crisi? Certo, questo è ovvio, ma il drammatico passaggio storico che abbiamo vissuto e stiamo vivendo ha messo in evidenza, anche qui nella terra madre dell’associazionismo, del volontariato e della cooperazione di ispirazione cattolica, che il male è più profondo. Il deficit di democrazia esploso negli ultimi anni con la progressiva perdita di sovranità degli Stati nazionali a favore di organismi europei per loro natura oligopolistici, causato dalla rovinosa e, per certi aspetti, tragica caduta del sistema della cosiddetta Prima Repubblica; dal prevalere di poteri fuori da ogni controllo popolare (magistratura, mercati finanziari, media), è filtrato anche attraverso il tessuto del Terzo Settore, dell’associazionismo e della cooperazione del Trentino.
Siamo, insomma, di fronte a un terzo settore che oscilla come un pendolo tra due estremi: da un lato la volontà di apertura e la capacità di assumersi responsabilità comunitarie e quindi di rispondere con efficacia ed efficienza ai nuovi bisogni sociali con un rapporto autorevole di partnership con l’ente pubblico, dall’altro il rischio di chiudersi, di difendere le rendite di posizione, di assumere una posizione corporativa chiedendo “protezione” e prebende al potente di turno. Eppure, la riscoperta della territorialità, quindi della partecipazione e della sua figlia migliore, cioè la responsabilità, a mio parere, rimane la più grande risorsa del nostro Paese. Tanto ingiustamente vituperato, quanto pieno di risorse umili, ma tenaci.