Perché in Italia chi abita le stanze “del palazzo” osa dire di un politico che viene nominato Ministro dell’Istruzione: “l’hanno bruciato”? Perché la scuola italiana sembra irrimediabilmente prigioniera dello status quo, sostanzialmente immutabile malgrado qualsiasi riforma?
Il sistema educativo è ridotto a un grande sistema burocratico centralista; da garanzia di pari opportunità è diventato un apparato che si autoconserva. Una organizzazione di 1.011.000 funzionari, 5 volte il numero dei dipendenti del gruppo Fiat nel mondo. Un ente in cui i dipendenti non sono valutati sul merito e dove l’aggiornamento è una libera facoltà del singolo mai accertata. Tutto questo mentre il contesto che sollecita ragazzi e adulti cambia a una velocità esponenziale.
Il docente entra in classe per la prima volta, all’inizio della sua carriera, senza una reale formazione specifica e per tutta la sua vita lavorativa non avrà mai una persona che lo osserva, con cui confrontarsi. Ogni professore vive di fatto individualmente e isolatamente il suo compito, il corpo docente è un concetto, non una reale comunità di adulti, salvo rare eccezioni, per la presenza di qualche forte personalità. Le esperienze dei docenti sono storie eroiche di singoli insegnanti guidati da una forte coscienza ideale. Queste drammatiche evidenze sono purtroppo ampiamente diffuse nel mondo della scuola e sono riconosciute anche al suo interno dai più leali, sebbene, per molti, la persistenza di queste situazioni abbia reso normalità questa distorsione.
Quale paradigma didattico?
Tra i critici dell’attuale modello educativo c’è sir Ken Robinson, pedagogista particolarmente persuasivo nell’analisi destruens, noto anche per la sua ilare forza comunicativa. Robinson, pensando al compito formativo della scuola dei nostri giorni, osserva che i bambini che cominciano ad andare a scuola quest’anno andranno in pensione nel 2065. Secondo lui, è totalmente inadeguato l’attuale sistema d’istruzione il cui sviluppo è stato guidato da un imperativo economico, quello del modello industriale ottocentesco, e da un particolare modello cognitivo, quello dell’Illuminismo, secondo cui l’intelligenza è basata sul ragionamento deduttivo e sulla conoscenza dei classici, così da sviluppare un’abilità “di tipo accademico”. Questo approccio è nei “geni” dell’istruzione pubblica, che divide le persone in due tipi di profili: l’accademico e il non accademico, l’intelligente e il non intelligente.
Il noto pedagogista propone, quindi, un superamento del modello scolastico pensato come linea di produzione industriale e ordinato a risultati predefiniti, aprendo al necessario e affascinante mondo della creatività e del pensiero laterale, portando a vedere diversamente le capacità umane e a voler creare una scuola a misura di persona. In sintesi, potremmo dire che nell’era dei google kids il ruolo informativo della scuola è decisamente superato. Ritorna primario l’originario problema del metodo di conoscenza per districarsi nella bulimica comunicazione contemporanea che continua a crescere a tassi esponenziali.
Didattica esperienziale negli Stati Uniti
Il tema della conoscenza è il punto centrale della modernità, non solo del modello scolastico illuministico-industriale. Il padre della modernità da tutti riconosciuto è Descartes; con e attraverso di lui, “è accaduto che il soggetto è diventato la condizione della conoscenza; e il reale, corrispondentemente, è diventato il correlato di un atto di rappresentazione dell’uomo (un ‘oggetto’, ob-jectum, ossia ciò che sta di contro)”.
Se la conoscenza è una rappresentazione mentale, da qui nascono i problemi dell’età moderna e dell’attuale sistema scolastico. In questa prospettiva, infatti, il modello burocratico centralista rappresenta lo strumento che garantisce l’applicazione uniforme del pensiero che crea la realtà attesa, e i docenti rimangono progressivamente imprigionati dall’obiettivo prestabilito dal programma, in cui “infilare” i ragazzi. Nella scuola auspicata da sir Robinson e da molti altri – specie nel mondo anglosassone – si vuole risolvere il problema eliminando l’adulto, per evitare il trasferimento di schemi precostituiti, favorendo la soggettività e l’iniziativa dell’allievo in una sorta di autoformazione. Questa soluzione non si libera tuttavia dalla prospettiva cartesiana in cui certezza e verità si appoggiano interamente sui poteri conoscitivi del soggetto: rimane così lo stesso principio di conoscenza che informa le più diffuse correnti pedagogiche moderne, il costruttivismo, il cognitivismo e una certa impostazione delle neuroscienze.
Uno dei frutti di questa impostazione culturale sono le STEM Academy degli Stati Uniti (Science, Technology, Engineering, Mathematics Academy), attualmente tra gli investimenti educativi più imponenti di quel Paese, per lo sviluppo di una cultura scientifica e tecnologica. L’America si trova, infatti, dopo la fine della guerra fredda, a combattere una guerra con la Cina per la supremazia tecnologica. L’obiettivo delle STEM Academy è di sviluppare curriculum di scienze integrate che partano dal dato di realtà per arrivare al concetto teorico secondo una didattica esperienziale. L’impostazione di questa didattica rischia però di rimanere nei confini della conoscenza moderna, dove, per dirla con Kant “l’esperienza è il prodotto che il nostro intelletto fornisce quando elabora la materia grezza delle sensazioni empiriche” e “l’intelletto è l’autore dell’esperienza”. In tal senso, si finisce per considerare conoscibile solo ciò che si sottomette all’intuizione empirica immediata e che solo così può essere quindi pensato e diventare concetto.
Il potere di conoscere è concepito come meccanicismo della scienza della natura. Alcune high school avvertendo il limite di tale approccio hanno inserito la variante dell’arte nel modello didattico. Il problema di questa idea di conoscenza è che rimarrebbe inconoscibile il senso delle discipline umanistiche che attengono alle “cose in se”, direbbe Kant ai noumeni. Si finisce così per creare una società del “come” senza nessun “perché”, una società pragmatica e ultimamente conformista.
Aristotele contesterebbe le affermazioni di Kant sostenendo che le stelle continuano a brillare anche se nessuno le guarda, poiché esiste un potere del fenomeno, della realtà in se, di apparire, o come direbbe Dante l’uomo “da sensato apprende ciò che fa poscia d’intelletto degno”. Si chiama realismo, ed è un altro metodo di conoscenza, dove l’uomo non è qualcosa di precostituito, ma si rigenera continuamente nel rapporto con l’imprevedibile realtà. Non a caso nella storia della filosofia, da Platone in poi, lo stupore è il punto originario della conoscenza e quindi del soggetto che così scopre se stesso.
Portare il lavoro nella scuola
Se ci troviamo tutti immersi nella mentalità moderna, in una autocrazia del pensiero, come rinnovare il sistema educativo non solo formalmente, ma dall’interno?
La frontiera della didattica esperienziale apre interessanti opportunità di evoluzione anche per il sistema scolastico italiano. Il documento originario su “La buona scuola” conteneva indicazioni decisive per lo sviluppo del sistema educativo. In particolare, portare il lavoro nella scuola aiuta in modo semplice e immediato a riporre al centro di fatto e di schianto il tema del rapporto con la realtà. Questo straordinario passo avanti, oggi già presente in molte esperienze di formazione in assetto lavorativo, sia nelle scuole di Stato sia nel sistema della Istruzione e Formazione Professionale, pone per i docenti e gli allievi la dimensione del dato e, soprattutto, dell’alterità. Essendo il lavoro un’esperienza eteronormata non può essere piegato all’arbitrio del proprio pensiero. Il metodo però non è una strada solo per i professionali, ma una opportunità per tutti, licei compresi.
Il lavoro artigianale a regola d’arte introduce alla bellezza come esperienza di rapporto con un dato (quindi in qualche modo oggettiva). Questo aiuta potentemente a comprendere anche la bellezza di una poesia, di un testo letterario, di un dipinto o di una equazione matematica, perché introduce al lavoro intellettuale come esperienza reale. Per questo proprio oggi, quando a molti sembra impossibile diventare adulti, abbiamo progettato un Liceo Artigianale con un approccio olistico, perché possa diventare il luogo dove il “come” spalanca al “perché”, dove si è introdotti alla realtà non come sistema autoreferenziale, dove il fare è il luogo drammatico del rapporto con il significato e quindi è possibilità di una maturazione umana.
1 – continua.