Quadrimestrale di cultura civile

La relazione educativa

di Salvatore Abbruzzese / Ordinario di Sociologia dei processi culturali e Sociologia della religione, Università di Trento

La crisi attuale non ha nulla di estemporaneo, all’interno di questa emergono, infatti, le insolvenze di un’intera prospettiva antropologica, quella che ha caratterizzato l’intera modernità e che si riassume nelle due principali prospettive di lettura della realtà che si sono sviluppate all’interno di questa: l’una derivata dalla scuola liberista e l’altra proveniente dalla tradizione statalista (colte qui in forma generale e nelle differenti versioni che hanno assunto).
Decenni di una sociologia dozzinale e di un’antropologia riduttiva, sottoscritte implicitamente l’una e l’altra da diversi soggetti dell’intero schieramento culturale, con ricadute inevitabili sul piano politico, hanno prodotto danni che si sono sviluppati soprattutto là dove l’operatore pubblico ha agito in regime di monopolio in un tessuto sociale scarsamente dotato di vitalità propria, sia sul piano economico-produttivo, sia su quello civico-politico. Ciò ha indotto a praticare l’intervento politico come risposta a delle domande, anziché come edificazione delle condizioni attraverso le quali i soggetti stessi potessero produrre la loro risposta.
In questo senso è stato proprio il Meridione d’Italia, cioè l’area nella quale si sono concentrati in modo massiccio gli interventi dello Stato, a rivelarsi come il principale laboratorio delle criticità, il luogo principale (anche se non certo l’unico) nel quale la prospettiva culturale sottesa alla logica dell’intervento di semplice risposta ai bisogni ha manifestato tutti i suoi limiti, innescando comportamenti e culture assistenzialistiche che avrebbero finito con l’ostacolare ogni sviluppo futuro, ingabbiando il consenso culturale in una rete di aspettative sempre più ingestibili.
Se uno sguardo realistico sulla realtà nazionale non può non fare i conti con questa parte del Paese che, nella maggioranza dei casi, non fa sistema, né è fornita delle mappe minime per poter uscire dalla posizione assistenziale nella quale ha finito per confinarsi, è vero che allora il punto di partenza, il luogo – fisico e concettuale al tempo stesso – dal quale ripartire, non può risiedere che in un mutamento del paradigma di partenza. Occorre cioè operare una trasformazione profonda nel modo in cui il soggetto viene considerato dall’attore istituzionale e nel quale quest’ultimo finisce per confluire.

Assistenzialismo e riduzione dell’Io
Ai fini dell’analisi, occorre provvisoriamente fare astrazione dal resto dei problemi che caratterizzano il Mezzogiorno – dalla criminalità organizzata alla proliferazione del voto di scambio, dalla politica come canale di mobilità verticale all’emigrazione – per non incorrere nella trappola metodologica che fa scomparire le responsabilità dell’intervento pubblico nella rete schiacciante delle criticità stratificate.
Occorre provvisoriamente depurare l’analisi dalle altre variabili che attraversano il Sud per poter osservare le responsabilità dell’intervento pubblico nella produzione indiretta di una sostanziale destrutturazione del soggetto, una trasformazione dell’Io che, progressivamente, ne ha rinforzato le sole capacità di scambio a detrimento di quelle di emancipazione. È attraverso la fiducia illimitata nell’intervento pubblico, ad esempio, che è diventato progressivamente inutile “apprendere un mestiere” così come, in pari modo, si è progressivamente svuotato di significato il concetto di “maturazione professionale”. Tanto l’uno quanto l’altra richiamano infatti all’esistenza di un mercato del lavoro, caratterizzato da una rete di soggetti in grado di valorizzare il primo e premiare la seconda. Ma nell’ipertrofia del terziario pubblico, considerato come principale serbatoio occupazionale, è proprio il mercato a essersi volatilizzato.
Il progressivo disarmo delle volontà di apprendere, di sapere e di saper fare è, a questo punto, una conseguenza inevitabile della distorsione che si è prodotta. Di questa distorsione sarà proprio la scuola a registrarne le conseguenze.
Caratterizzata dal primato degli obiettivi puramente strumentali e dalla serena indifferenza verso i capitali culturali non direttamente operativi, la scuola precipita inevitabilmente al livello di semplice area di passaggio. Lo stesso titolo di studio, ridotto a una funzione puramente strumentale, si svuota di contenuti per ridursi sia a semplice sommatoria di nozioni, sia a indicare competenze sempre più definite.

Il riduzionismo al potere
La concezione che ha portato a deviare per anni l’intervento pubblico verso la sola moltiplicazione dei posti di lavoro, nasce dal primato di un’antropologia che vede il soggetto come una realtà non solo politicamente ma soprattutto socialmente, culturalmente e psicologicamente autonoma. Si può capire l’importanza di questa posizione operando una distinzione – per di più abbastanza nota – tra il concetto di persona e quello di individuo. La differenza è sostanziale: la persona rinvia a un contesto di relazioni con gli altri, nelle quali essa si riconosce e dalle quali è riconosciuta, mentre l’individuo o il soggetto sono, invece, essenzialmente i protagonisti dell’azione. Che questi ultimi esprimano una preferenza politica, una decisione di risparmio, una scelta di investimento o un’opzione di acquisto, le ragioni che possono esservi a monte non sono analizzate che nella misura in cui possono giocare un ruolo predittivo.
Il paradigma contrattualista, attualmente operante all’interno della teoria della scelta razionale, cioè delle logiche seguite presuntivamente dal soggetto al momento di scegliere tra beni, tra servizi o tra strategie di acquisizione di influenza o di mobilità verticale, e il paradigma del determinismo sociologico, dove tutte le scelte e le strategie che il soggetto adotta non sono affatto deducibili al piano degli interessi razionali ma, il più delle volte, sono determinate dal contesto socio-culturale, non sono affatto antitetici sul piano delle strategie politiche.
La libertà del soggetto economico può conciliarsi con una prospettiva statalista a partire dal momento in cui si ritiene che questi non abbia desideri ma solo preferenze, non esprima progetti ma semplici volizioni. L’equivalenza delle scelte e la loro reversibilità non sono possibili che a condizione di essere singolarmente dequalificate, cioè di essere solo preferenze momentanee sulle quali lo Stato può intervenire suggerendo quelle più utili. Educare a una nuova scala di preferenze e quindi di consumi – produrre “una nuova mentalità” – diventa l’obiettivo latente di qualsiasi politica statalista. Sotto quest’aspetto anche il relativismo, inteso come temperie culturale caratterizzante la fase attuale della post-modernità, non ha nulla di estemporaneo ma è esattamente il principio culturale funzionale a una simile antropologia.
Ciò ha prodotto sostanzialmente tre tipi di conseguenze. La prima è stata l’irrigidimento dei partiti e dei corpi intermedi a istanze di raccolta e di regolazione degli interessi individuali e di gruppo, pena il declino del consenso politico e il ridimensionamento di quello elettorale.
La seconda conseguenza ha investito non i partiti ma la società stessa. L’obliterazione della categoria del desiderio e di quella del progetto a favore della pura acquisizione di beni o di servizi ha ridotto i soggetti a semplici acquirenti/clienti dell’uno o dell’altro canale di rappresentanza.
La terza conseguenza risiede nell’occultamento della dimensione dell’opera, intesa come caratteristica ed espressione prima della persona in sé. Un tale occultamento è all’origine di quell’annichilimento del soggetto che ha portato all’Io minimo: il vero protagonista della società post-moderna. Dal momento che scompare l’opera e al suo posto non c’è che la realizzazione personale a uso e consumo degli interessi momentanei e sempre reversibili del singolo, tutta la dimensione del merito si risolve in quella delle abilità individuali.
Questa terza conseguenza ha ricadute inevitabili sulla stessa dimensione educativa: alla formazione della persona si è infatti sostituita quella della preparazione del soggetto competente. In quest’ambito la dimensione della scuola, intesa come assegnazione di competenze, si scontra sempre di più con le indecidibilità e le precarietà di un mercato del lavoro in evoluzione permanente e quindi, proprio per questo, finisce con il ritrovarsi sempre in costante ritardo. Dall’altro lato, proprio la riduzione dei desideri di “vita buona” a semplici ricerche di benessere annulla non solo il prestigio dei meritevoli (la categoria del merito è infatti iscritta sulla falsariga di quella del bene e scompare quando quest’ultima si eclissa) ma sancisce anche il declino del ruolo dei maestri. Un istruttore di saperi pratici non ha nulla a che vedere con un maestro che insegna a porsi davanti a una serie di eredità culturali.

Il recupero del realismo
Per recuperare una prospettiva realistica, capace di sfuggire al riduzionismo antropologico, pensare la sussidiarietà e poterla realmente portare alla luce, occorre intervenire sullo statuto del soggetto, facendo sì che questi torni a essere considerato come persona, cioè come identità individuale relazionalmente situata. Al soggetto definito solo dalle proprie esigenze e visibile solo nel momento della scelta (politica o economica che sia) occorre sostituire la persona, rintracciata nelle relazioni di mondo vitale che la definiscono e nei desideri che la strutturano.
Se il soggetto, colto nell’antropologia riduttiva già descritta, è in interazione solo quando deve conseguire uno scopo concreto, la persona è, invece, in relazione solo quando incontra materialmente e concretamente un altro per lui significativo. In pratica la dimensione della relazione vige e opera in tutti quei casi nei quali non siamo dinanzi a un rapporto puramente strumentale, come quello tra venditore e acquirente.
Non sono gli ambienti (come ritiene la sociologia determinista), ma gli incontri, a definire la nostra personalità e quindi le sensibilità e gli obiettivi di vita che la caratterizzano. La persona, al contrario del soggetto, non è visibile solo quando compie delle scelte, ma anche e soprattutto quando vive e opera relazioni significative quotidiane, quando è soggetto di senso dinanzi agli altri e per gli altri.
Nella dimensione della relazione, all’interno di questa, il soggetto produce la dimensione del progetto, inteso come vero e proprio esito della relazione; di fatto impensabile se questa non l’avesse preceduto. Possiamo qui schematicamente definire il progetto di “vita buona” come la forma piena di quello stesso “desiderio” che, nel paradigma contrattualista era stato ridotto alla sola dimensione acquisitiva. Il desiderio di “vita buona” si esprime realmente (e realisticamente) nelle relazioni che il soggetto percepisce come per lui significative.
Possiamo riassumere l’esigenza di “vita buona” attraverso due parametri. Il primo è dato dall’esigenza di significato, o se si preferisce dall’esigenza del “bene in linea di principio”, del “bene in sé”, che valga cioè per la sua dignità intrinseca e non per le quote di benessere che permette di conseguire per chi arriva a possederlo. Il secondo è dato dal concetto di “opera” in senso lato, intesa come costruzione realizzata dal singolo all’altezza e in direzione di quello che lui ha appena giudicato come un “bene in sé”: dalla costituzione di una famiglia alla costruzione di una casa, dalla realizzazione di una bottega o di un laboratorio artigiano a un’impresa, dalla costituzione di una scuola alla creazione di un’opera d’arte.
Guardare ai soggetti come a persone con tutta la rete di rapporti che intrattengono, comporta una vera e propria riedificazione dell’Io. Il primato della relazione, l’importanza degli altri significativi, cambiano radicalmente l’agenda della persona. Prima di acquisire beni e servizi, le persone sono alla perenne ricerca degli altri con i quali potersi relazionare. L’intero progetto educativo non può non essere profondamente rivisitato alla luce di un’educazione alla relazione. La stessa educazione, prima di essere formazione di competenze, è soprattutto educazione alla relazione: non c’è infatti desiderio di acquisire determinate competenze che non sia transitato attraverso le relazioni significative che lo hanno fatto nascere. Al posto di un Io autoreferenziale e irrelato emerge sempre di più l’insopprimibile presenza di un Io definito dalle relazioni significative alle quali tiene e dalle quali è tenuto.