Un simpatico e colto signore di nome Sergej Averincev scrisse qualche tempo fa un librettino svelto e giudizioso dal titolo Atene e Gerusalemme. In Italia lo pubblicò l’editore Donzelli. In quelle pagine il gran filologo e finissimo studioso russo sosteneva che per varie faccende, tra cui l’idea e l’esperienza della letteratura, noi europei dipendiamo dalla doppia vena di cultura che ci arriva, appunto, da Atene e da Gerusalemme. Dietro ai nomi simbolo delle due grandi capitali, Avernicev vede un patrimonio culturale e di voci vasto e composito, che va dall’Oriente lontano dei poeti sacerdoti, dei profeti pazzi e dei cantori ciechi fino all’ideale e alla prassi di perfezione classica dell’Ellade e dei suoi artisti e filosofi. Dalla differenza e dall’incontro di quei due fiumi nasce l’identità mediterranea europea. Dalla differenza tra Sofocle ed Ezechiele così come dalla lettura dei classici greci ad opera di Dante o Petrarca che consideravano entrambi il salmista ebreo re Davide il loro massimo autore, nasce l’identità mediterranea europea. E, aggiungiamo, italiana in modo particolare. L’avere non uno ma due cuori - uno formato ad Atene, uno a Gerusalemme - ha permesso alla cultura di cui siamo figli di ospitare straordinarie performance di fusione e sintesi, come quella avvenuta tra cultura araba e latina e greca in molte parti dell’Italia del Sud. Due cuori invece di uno. Come di un marinaio che ha vita a terra e vita in mare. Il punto che ha catalizzato e dato sintesi ai due grandi rami è stata la cultura cristiana. O meglio, il cristianesimo che non è una “cultura”, ma, come diceva San Paolo, «scandalo per i Greci e stoltezza per i Giudei». Ovvero, un elemento irriducibile alla cultura di Atene come a quella di Gerusalemme. L’Italia è stato un grande e originale Paese mediterraneo poiché aveva in sé una forza orginale di rielaborazione e di lettura. Ma ora il petto che ospita i due cuori appare affaticato, smagrito. Vari infarti e trombosi l’hanno segnato dentro. L’Italia è sempre stata un Paese Mediterraneo. Ma come lo sarà ora? Saremo un Paese Mediorientale? I nostri ragazzini cresceranno in una nazione che per composizione demografica, cultura e ritmo somiglierà di più a Rabat che alla Ferrara degli Estensi così ammirata dall’ispanico e mediterraneissimo don Chisciotte? L’Italia può ancora avere una propria identità mediterranea originale? O saremo irrimediabilmente bastardi, ma di una bastardaggine sembre più levantina e meno normanna? Sono domande legittime, se si guarda la vita nella maggior parte dei nostri centri storici, se si notano le modifiche di costume e di urbanizzazione. Qualche tempo fa mi trovavo nella capitale del Marocco per leggere poesie e tenere un seminario nella locale Università. Notai che i ragazzi avevano grande simpatia per l’Italia (ne conoscono spesso il campionato di calcio meglio di noi) e tutti i legittimi appetiti verso gli oggetti di lusso o di moda che ci sono pure qua. Ma una differenza enorme sta nella idea del valore del lavoro, e dunque del modo con cui non solo si possono ottenere quegli oggetti ma si deve ottenere, più in generale, un maggior sviluppo della situazione sociale. Quella giovanile ineliminabile cupidigia può sfociare – e spesso sfocia - in una pericolosa arte di arrangiarsi. È solo un esempio di quel che corriamo già anche noi come rischio. Spesso il modo dei nostri giovani di intendere il lavoro non è dissimile da quello dei loro colleghi di Rabat. Solo che quei ragazzini marocchini non hanno alle spalle nonni o bisnonni usciti faticosamente da una distruzione bellica a forza di lavoro e inventiva, non abitano in città formate intorno all’evolversi storico di istituzioni e imprese che hanno prodotto benessere e lavoro, e non vengono da una cultura che nel lavoro e nella sua fatica ha visto un valore. Ora i nostri ragazzini paiono non avere più antecedenti, come diceva di se stesso Arthur Rimbaud. L’aver tagliato i ponti con una tradizione che veniva da Atene e Gerusalemme rischia di consegnare il nostro futuro ad una tradizione polarizzata tra New York e Geddah. Con una differenza, però. La cultura cristiana di cui l’Italia è depositaria ha funzionato da catalizzatore e da sintesi delle due grandi vene. I grandi auctores cristiani mentre furono lettori e emuli di ciò che proveniva da Atene e da Gerusalemme furono creatori di una loro nuova opera. La Commedia di Dante, lettore di Virgilio a sua volta lettore di Omero, nonché lettore e imitatore del “metodo” figurale e anagogico della letteratura biblica, resta l’esempio maggiore. Ma, come detto, Dante e gli altri (come ad esempio Ambrogio) furono auctores, ovvero figure che espressero una autorevolezza, un “aumento”, secondo la radice del termine. Quella capacità di “aumento” c’è ancora? L’autorevolezza del cristianesimo come una identità originale e originante dove si esprime oggi, in quali voci? Senza tale funzione catalizzatrice, ormai dispersa, i due input oggi dominanti (New York e Geddah), a differenza di quanto accadeva ieri per la doppia tradizione di Atene e Gerusalemme, possono convivere senza nutrire una nuova originalità, sedimentare e prevalere alternativamente in un campo o nell’altro. Saremo americani nella moda e arabi nella religiosità, o americani nella spiritualità e arabi nei costumi. Sta già avvenendo. Come hanno già notato diversi intellettuali, persino sotto una categoria comoda e apparentemente anodina come quella di “interculturalità” si cela spesso la semplice assunzione del modello dominante, quando non un implicito rifiuto della propria identità in favore di altre. Occorono luoghi, a Roma o a Milano, o in chissà quale disperso borgo italico, dove si ridia vita a una cultura capace di sintesi poiché “altra” e “originale” rispetto a quelle dominanti in campo. Occorrono e ci sono luoghi del genere. Qualcuno ritiene che tali luoghi debbano essere le Università o i cenacoli intellettuali. Ritengo, con altri, che prima che dalle Istituzioni tale possibile “riscossa” proceda invece dalla presenza di auctores, di personalità autorevoli per identità e capacità critica. Questa è la domanda: dove stanno sorgendo le auctoritas a cui possiamo affidare un futuro da Paese Mediterraneo? L’essere mediterranei non può concidere con una passiva partecipazione alle correnti dominanti nell’area. Una cultura non è un’isola, non è identificata dal luogo dove si sviluppa, pur se esso contribuisce al suo “tono” e alle sue versioni espressive. Una cultura è sempre frutto per quanto elaborato e ramificato dell’avvenimento che la genera. Vale per ogni cultura e ogni popolo. La scomparsa dall’orizzonte della coscienza dell’avvenimento cristiano può trasformare il nostro Paese da Mediterraneo secondo l’originalità di una propria elaborazione a Paese mediorientale in balìa del più forte.
Atene e Gerusalemme. E Milano.
di Davide Rondoni / Direttore del Centro di poesia contemporanea, Università degli Studi di Bologna
Nello stesso numero
-
Editoriale. Mediterraneo, mare nostrum
di Magdi Allam
-
Bush, l’Europa, il Mediterraneo
di Salvo Andò
-
America, Europa e Medio Oriente: quale futuro?
di Emanuele Ottolenghi
-
Diversità senza libertà: un’ostacolo allo svilupao
di Sebastiano Bavetta, Pietro Navarra
-
La politica di cooperazione dell’UE nel Mediterraneo e il ruolo dell’Italia
di Carlo Secchi
-
La Turchia e l’Europa ovvero: la Turchia in Europa
di Vittorio Emanuele Parsi
-
Forum
di Franco Imoda, Rene Chamussy, Jan Peters, Paolo Blasi, Mahamoud Elsheikh Salem
-
Approfondimento. Autostrade del mare: l’esperienza di Med Seaways
di Sen. Salvatore Lauro
-
Ma cosa è la sussidiarietà?
di Giorgio Feliciani
-
Nuovi sviluppi del dibattito in Italia sull’identità Europea
di Massimo Caprara
-
Ce la faremo? Tra precoce declino e rinnovato sviluppo
di Anna Venturini